Shilpa Ray

Tutta la musica è musica

L'anno scorso ci ha sorpreso con "Last Year Savage", il suo primo vero e proprio album da solista. Tra New York, sponsor d’eccezione, harmonium e r’n’r, andiamo a scoprire la musicista americana di ritorno in Italia per un tour di cinque date.
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È una brunetta dall’aria innocua ma poi sale su un palco, si piazza dietro il suo harmonium e scatena il finimondo. “The next big thing”, il nuovo fenomeno a New York City, verrebbe da dire, giudicando le attenzioni che un personaggio come Nick Cave le ha rivolto, prendendola totalmente sotto la sua ala protettiva. Con lui ha suonato in Europa e America, sia come corista che aprendo i suoi concerti, e proprio Cave è diventato il suo sponsor principale pubblicandone nel 2013 persino l’ep d’esordio It’s All Self Fellatio.

Il suo nome è Shilpa Ray. Ha un’attitudine che non potrebbe provenire da nessun altro posto al mondo se non da New York. Nel sangue ha il punk e la new wave, Patti Smith e Nico, ma di influenze, come lei stessa dice, sembra averne un milione. I suoi genitori, immigrati indiani, avrebbero voluto che imparasse l’harmonium per dedicarsi alla musica tradizionale, ma lei ha deciso di adattarlo al rock’n’roll. Crescere tra il New Jersey e New York, d’altronde,  a volte fa strani scherzi. Ha una voce graffante ma che all’occorrenza trasuda malinconia. Il “Village Voice” ha scritto di lei che la sua musica è come “un cane che morde una recinzione elettrificata”.

Il suo  album Last Year Savage del 2015 – arrivato dopo l’esperienza con la band Happy Hookers – è stato uno schiaffo in volto, una boccata d’aria fresca. Nei testi mette una punta di sarcasmo e una sana dose di faccia tosta. Guardare il video di Nocturnal Emissions per credere, in cui Shilpa dipinge un mondo in cui gli attivisti politici si infervorano e puniscono chiunque sprechi, senza procreare, uno spermatozoo. Tanto ancora si potrebbe dire, ma non è necessario: meglio lasciare a Shilpa il compito di raccontarci chi è davvero Shilpa Ray.

 

Da uno a dieci, quanto ti hanno influenzato New York City e Brooklyn?
Direi più New York City che Brooklyn. Alcuni dei miei gruppi preferiti sono di New York. I Velvet Underground, i New York Dolls, i Television, Lou Reed, i Fugs, Patti Smith, i Blondie, i Ramones, Lydia Lunch e i Sonic Youth. Hanno avuto un impatto enorme su di me quando ero una ragazzina. Brooklyn non più di tanto, a meno che tu non stia parlando di Anthony and the Imperials o di artisti hip hop della metà degli anni Novanta come Jay-Z, Biggie Smalls, Lil Kim, Foxy Brown. Ho vissuto la maggior parte della mia vita sulla East Coast, è normale che la mia musica suoni in questo modo.

 

Non posso fare a meno di chiederti del tuo passato familiare e di come ti sei avvicinata al rock. Vieni da una famiglia molto tradizionale che voleva educarti a degli ascolti totalmente diversi, come la musica tradizionale indiana.
È tutto vero. I miei genitori sono immigrati trasferitisi in America negli anni Settanta. Quando ero piccola non è stato sempre facile, sono stata educata da indù in un quartiere cattolico e abbiamo dovuto subire l’onda lunga di certe discriminazioni razziali. Tutta la musica è musica, però.  Non importa che genere sia. L’unica cosa che conta è che sia buona.

 

Come hai incontrato Nick Cave? Cosa ha significato per te il suo sostegno?
Ho incontrato Nick tramite lo scrittore Larry Ratso Sloman. Larry gli ha dato una copia del mio primo album con gli Happy Hookers e Nick un bel giorno si è presentato al negozio di vestiti in cui lavoravo. È successo il delirio, le mie colleghe sono impazzite. Non capita tutti i giorni di trovarsi davanti il musicista che ascolti da quando sei una ragazzina! Ho scoperto i suoi dischi quando ero al liceo. Nick è una grande persona, un gran lavoratore ed è molto divertente. Mi ha offerto opportunità che non avrei mai neanche sognato di poter avere. Gliene sarò grata per sempre.

 

Ti ha dato qualche consiglio che hai seguito o di cui hai fatto tesoro?
Il suo senso dell’etica è ciò che ha avuto l’impatto maggiore su di me. Una volta, dopo un concerto, mi ha preso da una parte e mi ha spiegato che non è sempre necessario urlare quando si canta, ma che è importante il modo in cui si concepisce l’arrangiamento delle canzoni. In generale, comunque, non è sempre facile seguire i consigli. Mi capita di condividere quello che qualcuno mi dice, ma poi è veramente difficile far sì che la musica segua un suggerimento altrui.

 

Qual è stata la risposta del suo pubblico quando hai aperto i suoi concerti?
Direi una risposta mista. Ho aperto i concerti suonando da sola, il che ogni tanto può darti un senso di isolamento. L’esperienza mi ha reso una performer più forte e scafata. Non c’è niente di più spaventoso che suonare da sola davanti a cinque o seimila persone tutte le sere, considerando sono lì per vedere Nick Cave And The Bad Seeds, non te. È stato pazzesco.

 

Quali sono le artiste donne che considereresti le tue maggiori influenze? Prima me ne hai ricordate un po’, a cominciare da Nico…
Sì, Nico è favolosa! È stata una pioniera nel suo genere.  Mi piacciono molte artiste donne: Etta James, Tina Turner, Nina Simone, Ronnie Spector, Kim Gordon, Kim Deal, Lydia Lunch, Patti Smith, Deborah Harry, Poison Ivy, Jennifer Herrema, Poly Styrene, Viv Albertine, Exene Cervenka, David Bowie, Marc Bolan, Iggy Pop…

 

Mi racconti qualcosa in più sui tuoi testi? A volte sembra che tu scriva deliberatamente senza filtro per creare immagini forti, fregandotene altamente di quello che la gente pensa di te o della reazione che avrà quando ti ascolta.
Certo, sono nata e cresciuta in New Jersey!

 

Suoni l’organetto come un diavolo, il che vuol essere un complimento. Perché hai scelto proprio questo strumento?
I miei genitori me l’hanno fatto imparare e io l’ho convertito al rock’n’roll. È uno strumento proprio della musica tradizionale. Nasce in Occidente ma il modello che suono io è quello indiano. In realtà, avrei sempre voluto imparare a suonare la chitarra.

 

Quando hai iniziato a fare musica, ti immaginavi che avresti tirato fuori l’approccio energico e rock and roll che oggi sembra essere uno dei tuoi marchi di fabbrica?
Assolutamente no. Non avevo idea di come si sarebbe sviluppato il mio sound. C’è un lato di me che è incredibilmente timido, e un altro che urla contro i tassisti quando mi vogliono fregare oppure cercano di investirmi. Il mio album nasce come risposta a un periodo di depressione e problematicità. È difficile per me scrivere all’interno di uno specifico campo stilistico ma non tanto per scelta, quanto perché non riesco a fare diversamente. Anche quando provo a seguire le linee di un genere, le canzoni escono come vogliono.

 

Impieghi molto tempo a passare dalla bozza di una nuova canzone alla versione definitiva o è piuttosto un lavoro rapido e istintivo?
Dipende dallo stato mentale che sto attraversando nella mia vita.  A volte nascono prima le parole, altre la musica.

 

Quando hai capito che qualcosa stava cambiando nella tua carriera?
Aspetta un minuto… qualcosa sta cambiando? Veramente sono ancora qui a cercare di pagare le bollette!

 

 

IN ITALIA

3 APRILE – ASTI, Diavolo Rosso

6 APRILE – MILANO, Serraglio

7 APRILE – FIRENZE, Combo Social Club

9 APRILE BARI, Garage Sond

10 APRILE ROMA, Le Mura

 

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