Simona Gretchen

I miei luoghi oscuri

Da Post-Krieg due brani in free download.
12.SG

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Cover_300dpiPost-Krieg è l’ultimo album firmato Simona Gretchen, a seguire l’esordio Gretchen pensa troppo forte del 2009. Ed è anche uno dei dischi italiani più importanti dell’anno. Ne approfittiamo per riproporre l’intervista pubblicata mesi fa sul Mucchio, per l’occasione in versione integrale.

Post-Krieg, cioè post-conflitto. Perché?
La parola Krieg rimanda non solo alla guerra combattuta con le armi, o a un’idea di conflitto esclusivamente materiale, ma evoca perfettamente anche un conflitto interiore. Krieg suona davvero come qualcosa che si spezza, e io in questo disco volevo rappresentare una scissione, anche forte e traumatica, all’interno di un individuo. In fondo il tema che più mi interessava era quello della guerra dei princìpi, centrale rispetto all’album. Dunque Post-Krieg è uno sguardo (frammentato e mai veramente narrativo), in un certo senso a posteriori, su un’entità spezzata che vorrebbe ricomporsi ma sa di non poterlo fare.

In copertina un pube femminile è ornato dalle piume maschili del pavone.
La figura in copertina evoca l’idea dell’ermafroditismo. Un principio che si maschera per sembrare coesistenza di due (princìpi). L’essere in copertina vorrebbe essere completo – e lo si deduce dalle piume di pavone di cui è ornato – ma non lo è e non può diventarlo con un colpo di bacchetta magica. Questa è la prima scissione, fra ciò che si sa di essere (ma non si può diventare) e ciò con cui il corpo e la materia ci (de)limitano. Prigione da cui ci si può anche liberare, ma al prezzo della consapevolezza, ovvero di arrivare con la mente dove la materia non può arrivare. Ed ecco una seconda scissione: una volta ritrovata memoria di entrambi i princìpi (e degli opposti in genere che in sé convivono) può essere che la loro coesistenza non sia affatto pacifica, e che si scateni una guerra. Io parlo di quella guerra.

Accantonato il cantautorato, imbracci il basso per un rito funebre in Do minore.
Il cantautorato (per lo meno per come siamo abituati a concepirlo tradizionalmente) è morto, il cantautorato-indie era già moda prima di nascere e le parole da sole non mi sarebbero comunque bastate per comunicare quello che volevo comunicare. La mia voce è un coro lontano, un’eco che si sfalda. Come in certe preghiere, non si può rischiare che le parole o il loro significato intrinseco possano distrarre dal rito. Queste devono piuttosto confondersi, scivolare via, manifestarsi per il loro suono ancora prima che per il loro, convenuto, significato. Percussioni e un intreccio di basso e pianoforte distorti, invece, costituiscono la vera ossatura del disco: guidano l’ascoltatore attraverso Post-Krieg.

Ci sono sia pezzi declamati vicini al post-rock, sia episodi dalle imperiose trame strumentali.
Volevo un lavoro composito, pesante come un macigno, ma che presentasse anche inserti dilatati e sospesi. Volevo però realizzare qualcosa di riconducibile ad un’unica suite, qualcosa di monolitico, in cui si potesse quasi perdere il senso del tempo, nonostante la breve durata. Non so come sia accaduto, ma non mi era mai capitato di lavorare con tanta convinzione e naturalezza. Spesso si deve iniziare un percorso per capire dove porti, e soprattutto non è detto si approdi a ciò che ci si aspetta in partenza. In questo caso invece sapevo esattamente dove stessi andando. Non dovevo decidere o scegliere nulla, era come se il disco fosse già stato pubblicato.

Quanto hanno influito i contributi degli ospiti?
Premetto che parliamo di amici, oltre che di musicisti per cui nutro una grande stima. Lorenzo Montanà è stato una presenza fondamentale. Avevamo già lavorato insieme, gli ho affidato con totale fiducia la produzione artistica del disco. Confrontarmi con Lorenzo su qualcosa è sempre prezioso, e le sue sicurezza e velocità operativa sono a tratti disarmanti. A Paolo Mongardi va tanta mia gratitudine, oltre che per aver accolto il mio invito, per aver dedicato tempo ed energie al disco in un periodo in cui a stento aveva un secondo di respiro. Sentivo avrebbe potuto dare un’impronta decisiva a Post-Krieg, e tenevo profondamente alla sua presenza in studio. L’incredibile disco che ha registrato con Luca Ciffo e Fabio Ferrario (Morire per la patria, Fuzz Orchestra, 2012) non è altro che l’ulteriore riprova delle sue doti, più uniche che rare. Silvia Valtieri, con cui avevo appena iniziato a collaborare, ha registrato le parti di pianoforte e collaborato agli arrangiamenti. Quanto a Nicola Manzan, non ho sinceramente parole per ringraziarlo del lavoro che ha fatto su Enoch e Everted (part II), ma credo il suo contributo si commenti da solo. Ne approfitto per ringraziare anche gli altri due ospiti del disco: Paolo Raineri, dei Junkfood, e Sabina Spazzoli.

I testi presentano vari rimandi letterari.
Mentre registravamo il disco continuavo a rileggere Eliogabalo. Ci sono passi che ho riletto decine di volte, altri che avevo memorizzato perfettamente senza accorgermene. Quando abbiamo finito credevo di esserne uscita pazza. E in effetti con tutte le rotelle a posto proprio non ero, anche se non era stata tutta colpa di Artaud. Altri autori a farmi idealmente compagnia in fase di registrazione sono stati Palahniuk – soprattutto Rabbia, una finta biografia ricostruita attraverso le voci di più personaggi – cui faccio indirettamente riferimento in Hydrophobia, ed Ellroy; mi interessava soprattutto il groviglio inestricabile di autobiografia e romanzo che caratterizza le sue opere, e in particolare I miei luoghi oscuri – anche perché desideravo ricreare in Post-Krieg, spostandomi chiaramente dall’ambito letterario a quello musicale, una dimensione simile. Jung e Nietzsche fanno da sfondo ai temi dell’album. Inoltre è presente un riferimento diretto al saggio Contro la teoria standard della comunicazione, di Luciano Nanni, in Pro(e)vocation.

Che mi dici della tua etichetta, Blinde Proteus?
Blinde Proteus è una piccola label e un collettivo – oltre a me, ne sono membri Fuzz Orchestra, Ornaments, Elettrofandango, FULkANELLI, Herba Mate e Lleroy – che pubblica dischi e promuove progetti. Di solito produco o co-produco nuove uscite o ristampe insieme alla band con cui sto lavorando, o spesso anche insieme ad altre etichette, ma ogni pubblicazione ha un percorso e una storia a sé. Quello che cerco di fare è rendermi utile a seconda dell’idea di base che l’artista sta già sviluppando, o delle circostanze e necessità. È una realtà recente, nata all’inizio dell’anno scorso. Consiglio a chiunque volesse farsi un’idea più chiara – riguardo ciò che si è dato alle stampe e che, in generale, è stato fatto finora – un’occhiata al nostro sito: www.blindeproteus.com.

Post-Krieg è stato annunciato come il congedo di Simona Gretchen.
Post-Krieg è in effetti, anzi a tutti gli effetti, l’ultimo disco di Simona Gretchen. Quello che con questo progetto potessi o intendessi dire trova in questo album la sua naturale conclusione. Chiudere il progetto ora significa non solo non rischiare di trasformarlo in una specie di questione di routine (il mestiere-come-un-altro che non è mai stato, né vorrei mai diventasse), ma anche sottolineare lo scopo con cui è nato ed il senso di quello che ha sviluppato dal 2009 ad oggi. Post-Krieg non è il tipo di disco dopo il quale possa mettermi a lavorare al successivo, è invece la concretizzazione di qualcosa cui miro dall’inizio. Non intendo smettere di dedicarmi alla Blinde Proteus, e non sto necessariamente abbandonando nulla – tantomeno l’ambiente musicale. Tanto per (ri)cominciare, mi guarderò intorno. In ambito musicale ma anche in qualsiasi altro possibile.

Foto di Mirko Pezzi

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