SOHN

Correre

Un secondo album, "Rennen", e un'imminente tappa italiana. Una doppia occasione per tornare a conversare con il producer inglese di base a Vienna.
SOHN
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Tremors, esordio del londinese-trapiantato-a-Vienna SOHN, si era imposto nel 2014 come uno dei prodotti più validi nel calderone soul-step che aveva trovato in James Blake il suo portabandiera. Nel mentre, Christopher Taylor – questo, il vero nome del musicista – ha trovato il tempo di spostarsi a Los Angeles, sposarsi e dare il benvenuto a un figlio. Ma anche di portare a termine il suo secondo album, Rennen (in tedesco, “correre”), fuori il 13 gennaio su 4AD. Pur mantenendosi sulle stesse coordinate del suo predecessore, Rennen se ne differenzia per un suono più solido e per una personalità, quella di Taylor, che è inesorabilmente cresciuta.

Christopher, partiamo dal titolo. Perché Rennen, perché la corsa? Verso dove?
In questi anni ho voluto provare quante più esperienze possibili. Diciamo che ho “corso” un sacco, non solo da un punto all’altro del mondo, ma anche incontro alle nuove possibilità che mi si presentavano davanti. Ero ansioso di correre incontro alla vita. E poi volevo un titolo non in lingua inglese, perché sarebbe risultato troppo scontato. Ecco perché l’uso del tedesco.

Tra queste varie esperienze, immagino ci sia anche il mettere su famiglia (congratulazioni!): pensi che questo abbia inciso sul tuo modo di fare musica?
Penso di sì. Quando stavo realizzando Tremors, mi preoccupavo della musica (ovviamente), ma anche del personaggio-SOHN. È stato un periodo della mia vita piuttosto intenso! Chiaramente poi, con una moglie al fianco e un figlio in arrivo, ti concentri sulle priorità. Mentre lavoravo a Rennen, non dovevo più occuparmi di come la gente percepisse il mio personaggio e quindi ho potuto gettarmi con tutto me stesso nella musica senza preoccuparmi del resto, di tutto ciò che vi gira intorno.

E questo pare riflettersi nella tua attitudine. Magari è solo una mia percezione, ma pare che a questo giro ti sia divertito di più.
Mi sono divertito un sacco, sì! Ma anche lavorare a Tremors era stato divertente. Semplicemente, sono due dischi nati in fasi diverse della mia vita. Certamente questa volta mi sentivo più libero.

Hai usato la parola “libertà”. E a tal proposito, i suoni di Rennen mi sembrano più massicci, quasi a mostrare maggior sicurezza, consapevolezza. Mentre in Tremors la delicatezza la faceva spesso da padrona, qui appari più sfrontato. Sbaglio?
No, non sbagli. In realtà è curioso: Tremors aveva molti strati sonori, ci ho lavorato minuziosamente, eppure risulta piuttosto delicato; per Rennen ho agito per sottrazione, ma in modo più istintivo. Proprio perché, come ti dicevo, non avevo più da preoccuparmi della mia immagine. Mi sono semplicemente lasciato andare. Ecco da dove vengono quei suoni così grossi. Paradossalmente, pur essendoci meno roba, sembra che ce ne sia di più.

Facciamo un attimo il gioco delle influenze: ne hai avuta qualcuna per questo disco? Consigli per gli ascolti?
Mah, mentre compongo tendo a isolarmi da altra musica nei limiti del possibile, quindi non saprei cosa risponderti riguardo alle influenze. Tuttavia, ho apprezzato molto Kuedo ultimamente – questo sul versante squisitamente musicale. Ho ascoltato anche un bel po’ di Paul Simon. Liricamente, invece, apprezzo particolarmente Tom Waits.

E in effetti Paul Simon è uno che di viaggi, spostamenti e corse se ne intende discretamente.
Esatto! (ride, NdR)

Soffermandoci sull’aspetto lirico, in Rennen torni a parlare di elementi naturali in tumulto, come avevi già fatto in Tremors. Tuttavia, ora si intravede una calma all’orizzonte. Nel penultimo brano in scaletta, Still Waters, canti di acque ferme che placano la tempesta, e il disco si chiude con un pezzo chiamato Harbour. Rennen può essere considerato come un album che segna un percorso dall’inquietudine alla tranquillità?
Uhm. Direi che, sotto un certo punto di vista, si può. Prima parlavamo di come i suoni siano piuttosto massicci. Poi però la fine del disco vede una sorta di decompressione. Harbour è addirittura il mio pezzo in cui c’è meno musica in assoluto, per un bel po’ sono praticamente solo con la mia voce. Nel decidere la scaletta si prendono in considerazione fattori tematici, la narrativa dei pezzi deve essere coerente e seguire un filo. Ma anche fattori sonori: i brani devono suonare bene in sequenza. A quanto pare, qui le cose sono andate di pari passo. Se ci fai caso, Harbour (e quindi l’intero album) termina con uno strumentale piuttosto danzereccio. Quello starebbe un po’ a significare “adesso che ho raggiunto il porto, sono pronto per una nuova esperienza che spero sia esaltante”.

Ci sarà modo di incontrarti in Italia prossimamente?
Sì, inizierò il tour il 13 Febbraio a Vienna e passerò dall’Italia per suonare a Milano, al Circolo Magnolia.

Ci si vede lì, allora!
Ci puoi scommettere.

 

IN ITALIA
15 FEBBRAIO 2016 – SEGRATE (MILANO), CIRCOLO MAGNOLIA

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