Starcontrol

Un quadro nerobluastro

Il trio lombardo approda finalmente al primo album "Fragments", per una "spleen wave” cupamente emotiva dalla quale vale la pena lasciarsi trasportare.
starcontrol 2017 - 02_preview

Davide Di Sciascio, Laura Casiraghi e Moreno Zorzetto ci hanno sorpreso. A seguire un paio di EP autoprodotti, il loro primo album Fragments, uscito a inizio febbraio, propone una neo wave che potrebbe soddisfare ampiamente tanto gli adepti al culto quanto un pubblico più vasto, credibile nel riallacciarsi al passato ma proiettata nel presente grazie alla bontà delle composizioni, solide eppure prodighe di innumerevoli, livide sfumature. In un periodo in cui il “genere”, tra opportune virgolette, sta andando più che mai forte, il trio milanese si ritaglia meritatamente il suo spazio. Ci è venuta voglia di conoscerlo meglio.

In passato vi siete autodefiniti “spleen wave”: vi ritrovate sempre nell’incisiva descrizione?
D: 
Ora più che mai. È un genere che non esiste, quindi non dobbiamo rispettare regole, aspettative o stilemi.
M: Probabilmente con questo album più che con i precedenti lavori ci è risultato spontaneo far trasparire, musicalmente, quella vena di malinconia e disagio che abbiamo sottopelle… ma non ci siamo mai posti il dovere di rimanere entro questi confini, quindi passiamo dallo “spleen” a momenti di in cui ci piace essere più sostenuti e immediati.

Negli ultimi anni c’è stato un ritorno massivo a sonorità inquadrabili nell’aria new wave, dark wave, post-punk – in Italia (Be Forest, Soviet Soviet, ecc), ma anche all’estero (Ought, Preoccupations, Soft Moon, ecc.). Sonorità che forse non hanno mai smesso di essere attuali, in realtà. Voi come la vedete?
D:
Tra le band che hai citato, a mio parere, ci sono parecchie delle proposte più interessanti degli ultimi anni, a prescindere dalle sonorità e dalle influenze; però, a dire la verità, l’impressione è che per essere attuali oggi sia necessario usare il vocoder, scordare la chitarra e parlare dei social media in ogni canzone, oppure scimmiottare qualche rapper d’oltreoceano.
M: Che questa scena sia tornata in auge e stia proliferando è letteralmente una benedizione, perché di band che attualmente propongono qualcosa di valido se ne trovano molte, per la gioia dei cultori del genere. Capita comunque che quando un determinato genere musicale inizi – o meglio, torni – a essere più presente anche presso i locali di musica dal vivo (vedi ad esempio le diramazioni coldwave/minimal synth), la gente cominci a chiedersi se non sia la moda del momento… ovviamente non mancano i polemisti, nemmeno in questo campo. Ma, come osservavi tu, certe sonorità non hanno mai smesso di essere attuali, oggi abbiamo solo la fortuna di una migliore fruibilità e di una maggiore probabilità di trovare ed essere trovati, quindi ben vengano tutte queste band.

Gli anni 80 sono stati a lungo scioccamente demonizzati da tanti appassionati di musica, perché collegati a sonorità non più prettamente analogiche, considerate dunque “di plastica” dai “duri e puri” del rock indipendente. Finalmente la questione è archiviata?
D:
Spero proprio di sì: gli anni 80 sono un contenitore immenso. Una volta tolte le spalline e un po’ di lacca, si vede la bellezza poggiata sulle macerie del punk.

È vero dunque che siete cresciuti a The Cure e Joy Division? Insomma, quali sono state le vostre principali influenze?
L:
 Sono cresciuta con altri ascolti ma non troppo distanti, perché un po’ di malinconia c’è sempre stata. Vi svelo anche un segreto: da piccola Robert Smith mi inquietava tantissimo…
D: Hai forse nominato le uniche due band che ci mettono d’accordo. Per il resto, negli anni abbiamo scoperto di avere gusti piuttosto differenti. Io, per esempio, impazzisco per il post-rock, le chitarre fuzzose dei Sonic Youth e soprattutto i Radiohead.
M: Diciamo che hanno fatto la loro parte, ma la mia adolescenza è stata trapassata dal grunge, dall’heavy metal e poi dal black metal, prima di esplorare i territori della dark wave e del post-punk.

Al di là dei background storici, quale è stato l’ultimo disco che per ciascuno di voi ha rappresentato qualcosa di “importante”?
L:
Ho sempre sentito l’esigenza di fare musica, ma non avevo mai avuto il coraggio di uscire dalla cameretta per provarci sul serio. Poi sono arrivati gli Editors, ed è come se qualcosa mi fosse esploso dentro accrescendo il bisogno di formare una band; i loro primi due lavori sono stati importanti per questo e, guardando ora a quello che è avvenuto dopo, posso dire che mi hanno davvero cambiato la vita.
D: Ti racconto un aneddoto: nel 2005 ero a Londra, ospite a casa di un amico malato di musica almeno quanto me. Un giorno lui mise su un CD, dicendomi che si trattava del primo album della band del suo compagno di banco a scuola. Ricordo esattamente quel momento e quelle canzoni: c’era tutto, era a dir poco perfetto. Si trattava di Silent Alarm dei Bloc Party.
M: Escludendo le pietre miliari, tra le uscite recenti forse Skeleton Tree di Nick Cave & The Bad Seeds.

 

starcontrol 2017 - 03_preview

 

Una cosa che mi interessa molto è come procedete a livello di songwriting, perché sulla carta la complementarietà tra voi è notevole. Laura e Moreno si occupano delle musiche, mentre i testi sono scritti da Moreno e Davide, che ne è il principale interprete. Un lavoro a tutti gli effetti di squadra?
L:
Credo che per una band sia una cosa fondamentale, non riuscirei a immaginare una situazione in cui un elemento si occupa di tutto e gli altri si limitano a eseguire la loro parte sul palco. Non abbiamo ruoli fissi, a me viene più naturale esprimermi con la parte strumentale, mentre con le parole Davide e Moreno sono più bravi e ispirati.
M: Nella maggior parte dei casi è Laura a portare una prima versione di un pezzo, io poi procedo ad ampliare o modificare l’evoluzione della canzone, aggiungendo sezione ritmica, synth, ulteriori inserti di chitarra o altro. Insieme continuiamo rivedendo il tutto, adeguando eventualmente alcune sezioni alle parti di voce, e spesso finiamo per stravolgere un brano che sembrava finito… La gestazione di un nostro pezzo richiede molto tempo.

È per questo che, dopo due EP negli anni 2011/2012, arrivate al primo album soltanto adesso?
M:
Nonostante la quantità di ore impiegate nella stesura dei pezzi e dei testi sia stata notevole ed è rilevante, la verità è che la maggior parte del tempo passato ci è stata letteralmente sottratta dal triviale incedere della vita: come molti, anche noi abbiamo dei lavori che spesso ci riportano a casa la sera prosciugati di ogni risorsa, con delle vite private da portare avanti. Aggiungiamoci poi malattie, problemi vari, lutti, nascite (per fortuna non tutto è così negativo)… ci si ritrova con rimasugli di tempo da dedicare alla musica. Questa è una realtà comune a tanti artisti che popolano il sottobosco della musica indipendente, costantemente consumati tra la voglia di fare e la mancanza di tempo. L’ultimo anno è stato quello più stressante per noi, esasperati dalla necessità di far uscire un disco che sembrava un traguardo irraggiungibile.

Fragments è un disco compatto, dove ogni tassello va al suo posto, ed è difficile indicare un brano più significativo di un altro. Tutti sono molto efficaci, che assecondino velocità sostenuta, morbidezze, evocativi passaggi o stacchi strumentali… Come avete selezionato il materiale? C’è qualche episodio al quale siete particolarmente legati?
D:
Mi collego un po’ alla risposta di prima: appunto perché cinque anni sono tanti, i pezzi riflettono i nostri cambiamenti, i movimenti interiori legati al susseguirsi degli eventi avvenuti in questo frangente. È proprio questa caratteristica secondo me che rafforza l’album, rendendolo un piccolo portfolio di momenti.
M: Ci fa piacere, inizialmente avevamo paura che questi pezzi molto diversi potessero non amalgamarsi alla perfezione tra loro, ma alla fine il risultato ci ha sorpresi. In studio di registrazione, prima delle ultime fasi di chiusura del disco, abbiamo deciso di escludere uno dei brani che avevamo in lista, non ci aveva mai convinto e quindi l’abbiamo sostituito con un altro brano scritto negli ultimi mesi di gestazione, Humans. Personalmente, il pezzo a cui sono più legato è Waves Of Grass.

Perché avete scelto proprio Lucantonio Fusaro e Claudio Piperissa dei MasCara come spalle per registrazioni e produzione?
L:
Ci siamo conosciuti condividendo un palco nel 2012, mi pare, e li abbiamo amati da subito. Ci siamo avvalsi di loro per la fase di mix dell’album, sapendo che da parecchio tempo erano all’opera con il loro studio di registrazione. Hanno fatto un gran lavoro per la parte tecnica ma ci sono stati vicini anche umanamente, in modo fraterno e in un momento molto delicato per la band. Gli dobbiamo tanto.
D: C’è da dire che non è facile lavorare con noi: siamo estremamente puntigliosi ma allo stesso tempo abbiamo fame di consigli e rassicurazioni. Io ho poi il terrore del microfono nello studio di registrazione. Dal vivo è tutto diverso: c’è il volume, lo spazio per muoversi, il pubblico, le luci… Nello studio, invece, è tutto asettico e ovattato. Lucantonio mi ha saputo accompagnare come mai nessuno prima. Lui e Claudio sono stati di tutto cuore con noi.

Ho letto che il vostro nome, Starcontrol, proviene da un videogioco quasi omonimo, Star Control, di esplorazione spaziale, degli anni 90. L’avete scelto perché suonava bene o siete veramente appassionati di game e/o fantascienza?
L: 
È stato qualcosa a metà tra il caso e un intervento divino… Una domenica d’agosto di circa dieci anni fa, ero a casa e sullo schermo del PC passavano immagini random, in sottofondo avevo i Joy Division… Apparve questo gioco, Star Control, e un raggio di sole illuminò proprio quella scritta… È stata una buffa coincidenza ma in quel momento ho pensato che fosse giunto il momento di formare una band, e quello doveva essere il suo nome. Poi, sì, a me piacciono anche i videogiochi, soprattutto quelli vintage ma non mi ritengo nerd, colleziono vecchi giochi e consolle… OK, forse sono nerd…

L’esplorazione di altri mondi in fondo non è così distante dall’esplorazione dei mondi interiori, degli stati d’animo umani e delle sfumature oniriche dei vostri testi, in cui ricorrono spesso “love”, “heart”, “dream”, colori sulle sfumature del nero e bluastro… Cosa influisce a livello di immaginario nelle vostre parole? Che immagini avete davanti agli occhi quando le assemblate?
D:
Immagini. Non so se è un termine casuale, ma hai colpito esattamente nel centro. Sin da bambino ho sempre adorato disegnare, non riuscivo a resistere; ogni volta che avevo davanti un foglio e una penna, avevo bisogno di scarabocchiare qualcosa. Negli anni i disegni si sono arricchiti di frasi, che poi si sono trasformate in piccole poesie e successivamente in canzoni. Mi ispira qualsiasi cosa, ma il più delle volte guardo dentro di me, mi guardo le ferite e lascio gridare le frustrazioni. Ne viene fuori un quadro nerobluastro, come dici tu, eppure mi ritengo una persona schifosamente felice. Qualcuno, però, diceva che l’arte esiste solo nel dolore. Quando sono felice, non ho voglia di scrivere. Questo è uno dei punti sui quali mi sono ripromesso di lavorare: mi piacerebbe imparare a “fermare” anche il bello ogni tanto.

Come siete entrati in contatto con l’etichetta svizzera Swiss Dark Nights? Pensate che la vostra proposta, specie in tempi in cui nella scena milanese ma più in generale in quella italiana è tornato prepotentemente di moda il cantautorato nella nostra lingua, possa avere buone chance all’estero? Fragments potrebbe andare alla grande oltreconfine…
L:
Valerio Lovecchio di Swiss Dark Night ci segue sin dagli albori, ci ha sempre supportato e ci ha anche dato la possibilità di esibirci in passato in Svizzera, quando appunto la SDN non era ancora un’etichetta ma un’organizzazione di eventi musicali. Negli anni abbiamo visto il suo lavoro e soprattutto la passione con cui lo intraprende, riconfermando il nostro sodalizio. Quando gli abbiamo chiesto se era interessato all’album, si è dimostrato da subito ben disposto, nonostante gli avessimo sottoposto solo alcune preproduzioni casalinghe. Sarebbe bello fare sfracelli anche in Italia, ma dobbiamo ammettere che abbiamo sempre ricevuto responsi più calorosi fuori dai nostri confini che in terra natia. Non abbiamo la pretesa di piacere a tutti, noi portiamo avanti semplicemente quello che abbiamo dentro, quello che ci piace suonare, senza cercare di offrire il prodotto del momento a tutti i costi.

Quali obiettivi vorreste ad ogni modo raggiungere per la prima volta con questo album?
L:
Arrivare a un sacco di gente, fare un bel tour sia in Italia sia all’estero, aprire un live degli Editors, giusto per chiudere il cerchio (forse ora sto chiedendo troppo).
D: Ancora oggi ho in mente solo i live. Sono la mia droga e non sto nella pelle all’idea di iniziare a suonare i brani dal vivo. Vorrei ci invitassero nei festival, vorrei che questo disco potesse farci viaggiare, vorrei far ascoltare questi pezzi a quanta più gente possibile.
M: Io sono una persona modesta: suonare in un posto sapendo che ci hanno voluto lì per la musica che suoniamo, dove la gente apprezza quello che facciamo, questo è sufficiente.

Commenti

Altri contenuti Musica
Downtown Boys

Downtown Boys

Lottare per la libertà

Spirito DIY, dinamismo a mille, ritornelli killer sparati a pieni polmoni, contenuti di protesta per un mix...
Nils_Frahm_18-10-17_-_Photo_by_Mathew_Parri_Thomas-01_1290_726

Indieclassica

Una piccola rivoluzione in atto

L'unica data di Nils Frahm il 2 maggio 2018 al Fabrique di Milano, ci suggerisce di ripubblicare...
Motta, jan 2018

Motta

Quattro appuntamenti dal vivo alla fine di maggio anticipano il tour di Francesco Motta che con il...
JOHN PARISH_intervista

John Parish

Atteso al festival di ricerca Fabbrica Europa, a Firenze dal 4 maggio al 10 giugno, e in...
TOBJAH_intervista

Tobjah

Dall'avventura nei C+C Maxigross al debutto da solista, in italiano, per un folk libero, spirituale. Tobia Poltronieri...
PETER KERNEL_intervista

Peter Kernel

Un esorcismo a colori

Al quarto album, "The Size Of The Night", il duo svizzero-canadese si conferma una delle band più...
Mamuthones_Bags ok

Mamuthones

Italo-disco-occult-psychedelia

Dal misticismo dei primi dischi alla dance straniante del nuovo "Fear On The Corner": il ritorno dei...
GENERIC ANIMAL_intervista

Generic Animal

Equilibrista pop

In Generic Animal, Luca Galizia fa pop. Ma atipico. Una "nuova" realtà nel panorama italiano.
L I M_intervista

L I M

Come colla

Sofia Gallotti ci parla di tutto ciò che scorre attorno al suo progetto elettronico da solista, giunto...
_DSC3099

Cosmo

Tutta la libertà possibile

Oltre il tormentone dell’estate scorsa, il creatore di canzoni pop, il producer di elettronica, l’ex prof. di...
gdm-1

Jukka Reverberi

Post rock, una definizione

Cos’è il post rock? Cos’è stato? Esiste ancora? Proviamo a definirlo con Jukka Reverberi dei Giardini di...
INSECURE MEN_intervista

Insecure Men

La vita è piena di sorprese

Alla scoperta del curioso esordio omonimo, su Fat Possum, del nuovo duo formato dall'ex Fat White Family...
starcontrol 2017 - 02_preview

Starcontrol

Un quadro nerobluastro

Il trio lombardo approda finalmente al primo album "Fragments", per una "spleen wave” cupamente emotiva dalla quale...
1507251989-billy_corgan_tickets

Billy Corgan

Intervista a Mr Smashing Pumpkins

Di giorno in giorno aumentano gli indizi che fanno pensare ad un imminente ritorno degli Smashing Pumpikins....
maxresdefault

Roger Eno

Una promessa che ho mantenuto

Questa intervista è un estratto da "L'algebra delle lampade" di Paolo Tarsi, libro dedicato all’influenza esercitata dalle...
170415_JoanAsPoliceWoman

Joan As Police Woman

Giovanna Dark

"Damned Devotion", il nuovo album di Joan Wasser in uscita il 9 febbraio, si presenta, innanzitutto, come...