Tempelhof

Alchimia elettronica

"Frozen Dancers" è il nuovo album del duo elettronico mantovano composto da Luciano Ermondi e Paolo Mazzacani.
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Il fortunato esordio per l’inglese Distraction Records, l’approdo all’italiana Hell Yeah per la quale sono usciti, a distanza di pochi mesi, due ep. E poi ecco arrivare Frozen Dancers, il nuovo album del duo elettronico mantovano composto da Luciano Ermondi e Paolo Mazzacani. Un punto di arrivo e, allo stesso tempo, un nuovo inizio. Come ci spiegano i diretti interessati.

(Clicca qui per il video di Drake)

Per vostra stessa ammissione, dopo We Were Not There For The Beginning, We Won’t Be There For The End  avete cercato un sound diverso, pubblicando due ep: uno più “freddo”, l’altro estivo, quasi balearico. Frozen Dancers è l’approdo finale di questo percorso, ovvero la sua sintesi, o semplicemente un’ulteriore tappa nella definizione di uno stile?
Effettivamente siamo andati un po’ in giro, musicalmente parlando. Dopo l’esordio su Distraction Records abbiamo quasi azzerato il nostro suono di allora, non avevamo alcuna intenzione di ripeterci e ci siamo presi del tempo per sperimentare con le macchine e le strutture, con atmosfere di volta in volta differenti. Quando Hell Yeah ci ha proposto i primi remix, ci siamo divertiti parecchio nel cercare di rileggere tracce dance secondo il nostro gusto e la nostra attitudine. Nel remixare gente come Crimea X, Maxime Dangles, Florian Meindl, Margot, abbiamo cercato di stravolgere i brani il più possibile e questo ci ha aiutato a costruirci un immaginario nuovo, più ampio, all’interno del quale far convivere elementi apparentemente distanti tra loro, che so, una bassline molto Italo Disco con paddoni ambient, batterie breakkate con arpeggi di chitarra acustica. Gli ep You K e City Airport, pur essendo lavori non immediatamente accomunabili, sono figli di questo approccio. Frozen Dancers crediamo sia entrambe le cose: è la sintesi di un percorso che non è, ovviamente, concluso e che subirà altre mutazioni.

Nell’album convivono elementi ambient e shoegaze, dub ed elettronica, al fianco di chitarre elettriche: come nascono le vostre canzoni?
Non c’è una regola. Se penso, ad esempio, alle tracce di Frozen Dancers, sono tutte nate in modo differente. Spesso l’idea di partenza è stata completamente stravolta. Capita di lavorare in sottrazione di elementi, quello che è contorno diviene preminente, succede che un semplice riverbero nel punto giusto fa la canzone stessa, altre volte la sovrapposizione degli strumenti genera un caos perfetto, altre ancora devi scavare a fondo per raggiungere il suono che cerchi. Ogni traccia vive di un’alchimia propria, possiede una personalità che non puoi far altro che assecondare. Ci sono pezzi più scontrosi con i quali combatti fin dall’inizio, e altri più docili che porti esattamente dove vuoi.

Frozen Dancers è stato registrato in analogico. Perché avete adottato questa scelta, e di quale strumentazione vi siete serviti nel corso delle registrazioni?
Si tratta di una caratteristica che ha più a che vedere con gli strumenti utilizzati che con la tecnica di registrazione. Non incidiamo su nastro, ma usiamo molte macchine analogiche, sintetizzatori dei primi anni Ottanta, compressori e prevalvolari, sequencer, string machine, chitarre elettriche e acustiche.

Descrivete in una sola frase il primo singolo estratto, Drake.
Un epico testa a testa tra sciatori di fondo…

A parte l’esordio sull’inglese Distraction, ogni vostra uscita è marchiata Hell Yeah. Com’è il rapporto con l’etichetta, e in che modo ha influenzato il vostro sound?
Con Hell Yeah e con il suo boss, Marco Peedoo Gallerani, abbiamo un rapporto molto stretto. Certamente lavorare con loro ci ha dato la possibilità di muoverci in territori differenti da quelli che avevamo frequentato prima, influenzando in parte il nostro suono e la nostra ricerca.

Da sempre siete in due, eppure spesso parlate del “terzo Tempelhof” riferendovi al videomaker Sorry Boy: ci spiegate qual è il rapporto che vi lega a lui?
Sorry Boy è il nostro immaginario visuale. Siamo amici di vecchia data e nessuno come lui è in grado di tradurre in immagini la nostra musica. Fin dall’inizio il nostro è stato un progetto audio-video, nel quale entrambi gli elementi hanno pari dignità e importanza.

Il vostro nome è sempre più richiesto per remix e featuring. Qual è il vostro legame con la scena elettronica italiana?
Ci sono artisti che ammiriamo e dei quali siamo amici (penso, ad esempio, ai Crimea X, ai Welcome Back Sailors, agli Holiday in Arabia) e altri che non conosciamo di persona, come i Margot, che abbiamo però avuto la fortuna di remixare e che ci hanno reso il favore nel nostro ultimo ep City Airport. Per restare in quota Hell Yeah, Luminodisco è interessantissimo, abbiamo assistito a un suo dj set a un festival in Abruzzo e ci ha impressionati parecchio. Poi Fabrizio Mammarella, che non ha certo bisogno del nostro endorsement…

Tre pubblicazioni in un anno: avete intenzione di fermarvi un attimo e respirare?
A dire il vero no, anzi, stiamo già pensando al seguito di Frozen Dancers!

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