The Flaming Lips

Il sole che non sorge

Bambini, avvicinatevi. Il grande circo di Oklahoma City compie trent’anni e, (forse) per l’occasione, vi ha preparato una sorpresa. Un nuovo spettacolo, che almeno per un’ora vi farà sentire finalmente grandi. Non abbiate paura: Wayne, Steven e tutti gli altri vi amano ancora come un tempo. Stavolta, però, il grande tendone non si trasformerà in un carosello lisergico di suoni e colori. Intenti a fissare “il sole che sorge”, in pochi attimi vi ritroverete in un luogo sconosciuto, ma tremendamente affascinante. Vi sentirete smarriti, fuori controllo. Abbandonati. Ma in fondo, non sarete mai stati così vicini ai Flaming Lips...
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A un mese dall’uscita di The Terror, una cosa è certa: Wayne Coyne e la sua band sono riusciti ancora a sorprendere. Musica e testi del tredicesimo album in studio dei Flaming Lips, stavolta, vanno di pari passo. Camminano, nudi e allucinati, in una terra desolata che è quella di un inconscio che ha paura. E che, probabilmente proprio per questo, suscita empatia e profonda umanità, nonostante la totale assenza delle consuete esplosioni di vita.

Celebre per un’esuberanza anche verbale, dalla sua casa ad Oklahoma City Wayne Coyne “prova a spiegare” cosa è successo in questo disco, discorrendo amabilmente di droghe (rigorosamente pesanti) e, un po’ meno serenamente, di qualche affare personale. “Come ti chiami? Sì, stavo aspettando proprio te!” è il suo (im)prevedibile e impagabile esordio nella nostra conversazione telefonica.

 

Ogni album dei Flaming Lips è un viaggio. Stavolta di quale si tratta?

Quando sei immerso nella creazione di un album, l’unica descrizione che puoi darne è “musica che mi piace, in questo momento”. Ora che è passato un po’ di tempo dalle registrazioni, posso definirlo un disco molto freddo e alienato ma, paradossalmente, anche estremamente emotivo. È un album strettamente legato a sentimenti di ansia e solitudine, stati d’animo in cui io e Steven (Drozd, NdR) ci siamo ritrovati nello stesso periodo. Ma nonostante le sue musiche siano semplici, c’è qualcosa in The Terror che fa sentire come intrappolati: non saprei spiegarti perché, ma secondo me sarebbe perfetto per essere suonato in chiesa… Non voglio dire che si tratti di musica a tutti i costi “spirituale”, ma questa sensazione di essere imprigionati in qualcosa di contemporaneamente inquietante e bello è come se mi facesse sentire dentro un luogo sacro. The Terror è un disco molto tetro, oscuro. Ma non semplicemente triste. È un viaggio attraverso l’inconscio.

 

Le incisioni di The Terror sono coincise, più o meno, con la fine del tuo matrimonio. In tal senso, c’è una connessione tra questo evento e lo stato d’animo a cui fa riferimento il titolo?

Il Terrore a cui ci riferiamo è una presa di coscienza, interiore e profonda, di un aspetto fondamentale della vita. Ciò che mi interessa è capire quanto abbiamo il controllo delle cose, quanto non lo abbiamo e quanto ne vorremmo avere; e, soprattutto, quanto sia possibile tenere sotto controllo il nostro amore: se siamo nella condizione di scegliere chi amare, o se si tratta semplicemente di qualcosa molto oltre la nostra razionalità. Quando, in una canzone, diciamo che “Non possiamo controllare il controllo” credo si tratti della presa di coscienza più spaventosa del disco: in fondo non ci è possibile controllare il modo in cui siamo, le cose e le persone che amiamo; questa è la conclusione e l’essenza dell’album. Si tratta di subconscio. Quando si è più giovani si crede di poter domare tutto, ma quando si invecchia ci si rende conto che spesso non si riesce a essere padroni di molte cose importanti. E per me, questa consapevolezza, è stata devastante.

 

I vostri testi, in realtà, hanno sempre avuto una buona dose di inquietudine. Stavolta a fare la differenza è la musica: anche senza cantato, The Terror avrebbe potuto avere esattamente lo stesso titolo…

Anche musicalmente l’album è del tutto immerso in questa sensazione di disorientamento, di smarrimento. Di perdita di controllo. Un aspetto peculiare è la difficoltà di capire esattamente dove si nasconda la parte ritmica, costituita da cadenze molto lunghe che sostanzialmente procedono in direzione opposta rispetto alle parti elettroniche più immediate. Come se la parte ritmica andasse contro ciò che si crede di stare ascoltando… È fuori di testa, ed è questo che ci piace di questo disco. Come ha fatto ad esserlo così tanto? I don’t know, I don’t know, I don’t know!

 

Come sono andate le registrazioni dell’album?

Questo è il nostro tredicesimo album e generalmente l’approccio a un nuovo lavoro in studio, per noi, è sempre stato quello di farci trasportare da uno stato d’animo collettivo che prendeva forma sul momento: ci ritrovavamo a suonare e vedevamo cosa usciva fuori, accogliendo qualsiasi mood si instaurasse tra di noi. Stavolta, invece, fin dall’inizio eravamo alla ricerca di un sound preciso, che rispecchiasse questa nostra condizione interiore inquieta, disturbata, direi anche depressa. Sotto vari aspetti, The Terror è un disco diverso dai precedenti: non solo Steven e io siamo arrivati già con le idee abbastanza chiare, ma abbiamo anche potuto approfittare dello studio di registrazione che ora ho a casa mia, che ci ha permesso di fare esattamente quello che ci pareva. In passato le nostre possibilità erano ristrette. Per The Terror abbiamo registrato molto materiale, e questo perché eravamo tutti nel mio studio senza pensare che stavamo lavorando a un album. È uno dei motivi per cui le canzoni suonano tutte molto simili tra loro: è stato un processo molto fluido, ci è sembrato di lavorare a un unico grande brano, tutti con un mindset simile e senza problemi di tempistica. In passato ogni fase della produzione di un pezzo era molto separata, prima si scriveva, poi registrava, poi andavamo a farcelo confezionare da Dave Fridmann. Stavolta, invece, è avvenuto tutto simultaneamente.

 

Ascoltando The Terror, la sensazione è che ci sia una progressiva intensificazione di quel senso di smarrimento che dicevi prima. L’ordine delle canzoni è stato strutturato appositamente?

L’album diventa sempre più tetro e pieno di sconforto più si va avanti nella scaletta, è vero, ma la mia percezione è che questo terrore sia una sensazione che si finisce col ricercare intenzionalmente via via che si procede con l’ascolto. Non so se ha senso, è come se si percepisse nell’aria qualcosa di non positivo, come se si andasse incontro a qualcosa di non buono ma si accettasse comunque. Non si tratta semplicemente di pessimismo, di non volere razionalmente che ci sia una speranza; è la presa di coscienza che la speranza non esiste, e il misto di paura e attrazione, quasi perversa, che questa consapevolezza genera nell’uomo. O almeno in me.

 

Con un disco musicalmente così distante da quell’atmosfera euforica che si respira durante i concerti dei Flaming Lips, avete preso in considerazione l’ipotesi di cambiare l’assetto dei vostri celeberrimi show?

Il motivo per cui i nostri concerti sono sempre stati delle grandi feste è che spesso i soggetti delle nostre canzoni sono tristi, o comunque non esattamente leggeri, e fin dall’inizio ci siamo posti il problema che le persone si godessero lo show, senza sentirsi soffocati dai testi o dalla musica. Volevamo che i nostri live fossero dei big parties, anche se cantavamo di morte o della presa di coscienza dell’ineluttabilità della morte. Del resto, tutta la musica più potente è musica che parla di cose tristi. In ogni caso la risposta è sì, stiamo ragionando su come modificare i nostri concerti rispetto al passato. Cambiare fa bene, probabilmente per un po’ faremo a meno di coriandoli e palloncini.

 

Forse più del solito, The Terror sembra nascere sotto l’influsso dell’uso e dell’abuso di droghe. Confermi?

Sono aperto a qualunque tipo di esperienza e sono convinto che ogni volta ci sia la possibilità di provare qualcosa di nuovo ed eccitante non c’è che da esserne entusiasti. Che poi è un po’ anche l’essenza della musica… Confermo la tua ipotesi e aggiungo che The Terror è diverso da altri album dei Flaming Lips proprio perché durante la sua registrazione I was on drugs, cosa che mi capita spesso, ma non quando sono in fasi cruciali per realizzare un disco. Che ci sia questa influenza si sente fin dalla prima canzone: Look, The Sun is Rising parla del guardare al sole come qualcosa di davvero spaventoso, come se fosse un nemico, come se fossimo dei vampiri. E sicuramente quel testo è stato un effetto diretto dell’uso di droghe: come se in fondo ci fosse la speranza che la notte duri per sempre, che l’effetto delle droghe non finisca mai e che non diventi mai giorno, che non si torni mai alla vita normale. Magari a un lavoro normale. Vuoi sapere che droghe abbiamo preso?

 

Spara…

Per quanto mi riguarda, si tratta di MDMA o cocaina. Non mi piacciono le droghe che mi buttano giù di morale! Le canne o l’eroina, ad esempio… In ogni caso, sono convinto che le droghe che ti divertono e, in un certo senso rilassano, contribuiscano a rendere le persone più consapevoli. In verità ho sempre avuto una certa conflittualità con il relax e il divertimento. Ma negli anni ho imparato che le droghe, se approcciate nella maniera giusta, sono utili per imparare a prendere le altre cose importanti seriamente. Ma non troppo…

 

Alla miriade di pubblicazioni e formati non convenzionali con cui avete viziato il vostro pubblico nel corso degli anni, in occasione di San Valentino si è aggiunta la compilation Songs Of Love, contenuta in una pennetta racchiusa in un cuore, nel senso dell’organo, di cioccolato. C’era dell’ironia, o magari qualche riferimento personale – mi è venuto in mente guardando quella foto promozionale in cui mangi il cuore avidamente e tutto sporco di “sangue” – nella scelta di questa confezione speciale?

Assolutamente nessuna ironia (il tono si fa incredibilmente serio, la risposta lapidaria, NdR). Tra l’altro, in molti continuano a riferirsi alla fine del mio matrimonio con The Terror, ma l’album non ha tutti questi riferimenti così personali. La confezione, piuttosto, era una splendida opera d’arte: la musica era ottima, la cioccolata buonissima, l’involucro affascinante.

 

C’è qualche giovane musicista o band che apprezzi e potrebbe rientrare nella cricca collaborativa degli Heady Fwends?

Beh, sicuramente gli Animal Collective e poi Dan Deacon. Lui remixerà The Terror, una versione che uscirà con una sorta di edizione deluxe dell’album, solo su vinile e iTunes. He’s a really wonderful freak… I love him!

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