The Horrors

L'ologramma del pop

Il quinto album in studio – intitolato semplicemente "V" - rappresenta un nuovo passo avanti per il quintetto inglese, la cui voglia di assemblare e sperimentare con i generi porta a ulteriori e talvolta inattesi risultati.
THE HORRORS - L'ologramma del pop

È passato un decennio esatto da quando The Horrors esordivano sulle scene internazionali con l’album Strange House, debutto ufficiale che seguiva il primo omonimo EP. Da allora sono usciti altri tre album che hanno raccolto un successo di pubblico e critica sempre maggiori, e un altro, il quinto, è in fase di pubblicazione proprio in questi giorni: si intitola V e vede i cinque inglesi continuare la sperimentazione attorno al rock e al pop, con forse ulteriore attenzione proprio verso quest’ultimo versante. Intendiamoci: Faris Badwan e soci non si sono affatto svenduti alle logiche di mercato, tutt’altro: hanno allargato il loro sguardo e il raggio d’azione, come d’altronde è sempre stato da dieci anni a questa parte.

Dopo aver fatto salire a bordo il produttore Paul Epworth (già al lavoro con FKA twigs, Lorde, Rihanna, Adele, London Grammar, Florence and the Machine, Coldplay, U2 e Paul McCartney), i musicisti ripartono per nuove avventure sonore, come ci racconta al telefono Tom Cowan, bassista e co-fondatore del progetto.

Il vostro nuovo album, V, mi pare suoni più “pop” rispetto ai precedenti. Sei d’accordo? E, nel caso, è un qualcosa che avete cercato?
Non penso che volessimo scrivere un album più pop rispetto al passato. Credo che, sì, qualche canzone è uscita fuori in questo modo in effetti, ma questa definizione è così estesa che ognuno ci può trovare un significato diverso… Direi che è un argomento molto soggettivo. Per quanto mi riguarda, Something To Remember Me By è davvero una pop song.

Come trovate l’ispirazione per i vostri brani? Di solito scrivete prima la musica o i testi?
Non sono particolarmente coinvolto in questo aspetto, però ad esempio ho scritto alcune linee per Hologram, un brano che parla dell’idea secondo la quale l’universo e la realtà non siano altro, appunto, che un ologramma. Mi ha sempre affascinato questo pensiero (ride, NdR). Più in generale, penso che la nostra attenzione sia maggiormente rivolta agli strumenti e ai macchinari che usiamo… A volte ci facciamo ispirare da altre band, altre volte siamo noi stessi a provare soluzioni finché non otteniamo il sound giusto. Per rispondere alla tua seconda domanda, quindi: la musica, sempre. I testi vengono successivamente, talvolta quasi subito, a volte ci vuole un po’… Parlavamo di Hologram: in quel caso ci è bastato fare una passeggiata lungo la via e, quando siamo tornati, avevamo già le basi dei testi… Diciamo che è un modo di lavorare che mi piace un sacco.

Usate dei nuovi strumenti in questo album?
Sì. Non che fosse una cosa programmata, ma poi ci siamo ritrovati al Church (The Church Studios di Londra, NdR) e attorno a noi c’erano i più incredibili strumenti che uno possa chiedere… Quindi c’erano tutti questi tipi di sintetizzatori che costano cifre a cui non voglio neanche pensare.

Per V avete lavorato con un produttore importante quale Paul Epworth. Che contributo ha dato al sound?
È abbastanza difficile da stabilire. Sicuramente le cose non sarebbero andate in questo modo senza l’aiuto di Paul. Ha sistemato un sacco di cose, ha curato le canzoni, ha messo le mani un po’ ovunque. Non saprei dirti a livello pratico qualcosa di più specifico, è tutto un grande lavoro fatto di piccole cose che portano a un risultato che per noi è speciale, e speriamo lo sia anche per i nostri fan.

Prima abbiamo citato l’ultima canzone dell’album, Something To Remember Me By, che sembra tornare direttamente ai tempi della disco music anni 80. Come vi è uscito un pezzo così fuori dai vostri canoni?
Se non ricordo male, quella canzone era stata scritta anni fa e registrata a livello di demo. Poi è stata dimenticata per lungo tempo, principalmente perché tutti eravamo d’accordo sul fatto che fosse un pezzo troppo pop per i nostri standard. E poi è arrivato Paul e ci ha detto che avremmo fatto meglio a lavorare su quel pezzo…

Quindi è stato Epworth a dirvi di metterla dentro?
Sì. Quando l’ha sentita, si è subito interessato e ha voluto approfondire il discorso e alla fine ci ha convinti che la canzone tutto sommato suonava veramente bene.

In quanto all’artwork, è firmato da Erik Ferguson…
Esatto, tutti noi pensiamo che la sua arte sia fantastica, l’abbiamo contattato e le cose sono andate per il meglio. Troviamo che l’artwork sia venuto fuori davvero bene.

Nel prossimo tour toccherete anche l’Italia, nelle date di dicembre a Milano e a Bologna. Com’è il vostro feeling con il nostro pubblico?
A essere sincero, un po’ in tutti i Paesi in cui abbiamo suonato abbiamo sempre trovato riscontri molto positivi. Comunque il pubblico italiano è sempre cool, i posti e i festival nei quali ci siamo esibiti nel corso degli anni ci hanno sempre fatto stare bene, in definitiva posso dire che ci siamo trovati sempre a nostro agio e siamo sicuri che sarà così anche la prossima volta che verreremo lì da voi… Anzi, colgo l’occasione per dire che vi aspettiamo.

 

DAL VIVO IN ITALIA

05 DICEMBRE –  MILANO, MAGNOLIA

06 DICEMBRE – BOLOGNA, LOCOMOTIV CLUB

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