The xx

Una nuova generazione

Sono sempre in tre, sono al terzo album con"I See You". In occasione del nuovo passaggio in Italia, riproponiamo la chiacchierata con Romy Madley Croft, su emotività e sicurezza nei propri mezzi, melodia e black music, Brexit e rabbia punk, sull'amicizia autentica e sulle piccole, grandi gioie che in tempi difficili regala la musica.
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the-xx-i-see-you1Un debutto intimista e notturno: la folgorazione, il successo immediato, la ventata di freschezza in un 2009 che vedeva affacciarsi sulle scene altri talenti post-gotici come Soap&Skin. Un secondo disco, Coexist, più aperto verso l’esterno, più luminoso: la conferma in un 2012 che registrava l’ascesa di new sensation sulla lunga distanza non altrettanto solide, vedi gli alt-j del comunque valido An Awesome Wave. Ogni volta The xx hanno rappresentato il mood delle loro canzoni attraverso artwork minimali ma dal grande impatto. I See You offre subito il gancio a facili metafore, con la sua copertina riflettente. Dei tre, che avevamo già incontrato di persona anni fa, stavolta è la sola Romy Madley Croft a rispondere alle nostre domande: “L’intento dell’artwork risiede nel fatto che l’atto del riflettersi può assumere differenti significati. Uno è che si può vedere se stessi, perché non sempre siamo in grado di farlo sul serio. Un giorno, per esempio, ti puoi infatti guardare allo specchio e vederti orribile, mentre un amico può scorgere in te la bellezza ed esserti così d’aiuto. Questo è uno dei temi che affrontiamo e che sostanzialmente riguarda l’amicizia, l’amore: a volte qualcuno può aiutarti a vederti davvero”. Allo stesso tempo, il fruitore può riflettere se stesso e in qualche bizzarro modo personalizzare all’infinito la propria copia dell’album, così come l’ascolto. “Sì, esattamente. Eravamo talmente consapevoli di questo effetto che anche noi volevamo scattarci un selfie (quello che si intravede nella copertina fatta circolare in Rete, dove si stagliano le sagome dei tre musicisti, NdR). Direi che in realtà si tratta di un’auto-riflessione, piuttosto che di un ‘selfie’”.

Sono sempre loro tre, indivisibili. Romy, Oliver Sim e Jamie Smith. Tanto che un paio di anni fa aveva stupito non poco l’uscita del debutto da solista di Jamie xx, il fortunato In Colour: una prova di estrema abilità da parte del giovane producer. Ma la coesione, per tornare alla seconda prova di studio che rammentavamo poco fa, ha sempre contraddistinto la band inglese, tanto che Jamie si avvaleva dei suoi due compagni in ben tre dei quattro brani con vocalist presenti nel suo esordio in proprio. “Sì, sono veramente grata del rapporto che abbiamo. Jamie e Oliver sono i miei migliori amici, ci conosciamo da tanto tempo e quindi possiamo essere onesti l’uno con l’altro. A volte non dobbiamo neanche parlare di cosa vogliamo fare perché tutto avviene in maniera molto istintiva: un aspetto che amo. Lavorare con altre persone non è uguale a lavorare con loro, questo me li fa apprezzare ancora di più”. In Colour era senz’altro più ritmico e ballabile rispetto agli album degli xx e non poteva non influenzare il ritorno alla dimensione di gruppo. “Senz’altro, io e Oliver siamo andati ai concerti di Jamie ed è stato divertente vederlo divertirsi, rendersi conto che la sua sicurezza aumentava via via, di pari passo con i complimenti e le numerose nomination ricevute. Jamie ha sempre ascoltato tantissimi dischi, è sempre stato preso dai beat e dalle produzioni hip hop e dunque ha sempre seguito molta musica diversa se paragonata a quella degli xx. Sono fiera di lui e immagino che, se mai realizzerà un altro album da solo, potrebbe essere molto distante dal precedente”.

Ma la padronanza nei propri mezzi è qualcosa che non soltanto Jamie, bensì anche Romy e Oliver hanno affinato. Una sicurezza che, nel passaggio fra i loro primi due dischi, li aveva già portati a prediligere una scrittura collaborativa rispetto agli scambi individuali via mail. Scrittura collaborativa che, per paradosso, metteva in risalto i dettagli e l’apporto di ciascuno dei tre. Ora siamo a uno step ulteriore: nato sulla scia di vari road trip fra USA e Islanda, I See You evidenzia uno spirito ancora più coraggioso, persino più ludico. Il sound è rotondo, diremmo hi-fi. Le voci risplendono, sovente poste in risalto, in primo piano. Per quanto riguarda Romy, basta prendere in considerazione ballate come Peformance o Brave For You. “Non so come sia avvenuto di preciso, ma mettendo in fila tanti concerti anche io e Oliver siamo diventati più sicuri di noi stessi e di conseguenza ci siamo goduti di più i nuovi cantati, con i quali abbiamo potuto assecondare stili più vari. Abbiamo provato un nuovo modus operandi, ovvero cantare delle melodie insieme in un’unica stanza e da lì in poi scrivere i testi delle canzoni. Prima era sempre avvenuto il contrario: scrivevamo i testi e in un secondo momento li interpretavamo. In I See You ci siamo fatti guidare dalla melodia e credo ciò si avverta”. Rodaidh McDonald – nel suo CV, servigi per King Krule, How To Dress Well, Savages, Daughter, Willis Earl Beal, Sampha… – è stato scelto come spalla in fase di produzione: “Rodhaid ci aveva aiutati anche per il nostro primo disco, nella parte di ingegneristica del suono. In Coexist aveva fatto invece quasi tutto Jamie, di sua spontanea volontà, ma affinché potesse dedicarsi meglio al lato creativo senza starsi a preoccupare troppo degli aspetti tecnici abbiamo pensato immediatamente di richiamarlo e ne siamo felici”.

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Bene, passiamo all’album. L’R&B e il soul hanno fatto parte del corredo sonoro degli xx sin dagli inizi, ma potremmo quasi descrivere I See You come il loro disco black. “È buffo (Romy ride, NdR), abbiamo sempre amato R&B, soul e hip hop ma le nostre influenze adesso sono rivelate più chiaramente. Come ti dicevo, siamo stati a lungo in tour e siamo più fiduciosi nelle nostre possibilità: sarà per questo motivo”. Ci viene abbastanza lineare constatare che proprio la black music sembra essere divenuta più popolare, nel senso più propriamente attivo di essere ormai in grado di determinare significativamente la pop culture. Con ogni probabilità, come abbiamo avuto modo di riflettere durante gli scorsi mesi, anche grazie all’era Obama e all’endorsement di siti influenti come “Pitchfork” (modaiolo quanto volete, OK, ma spesso di innegabile spessore giornalistico nei suoi approfondimenti). Sono stati tanti gli artisti capaci di rinnovare la scena black e, pensando a quelli più affini agli xx, ci vengono in mente FKA twigs – peraltro accasata come loro in Young Turks, etichetta partner di XL – e Frank Ocean, uno dei mattatori dell’anno da poco concluso. Potremmo citarne molti altri, da Janelle Monáe a Kendrick Lamar… “Sì, non so se la chiamerei black music, perché non sono una fan dei generi, non mi piace affermare che ascolto soul music o indie music, mi piace di tutto perché gli xx hanno gusti eclettici. In studio abbiamo ascoltato musica su Spotify e le nostre playlist erano molto eterogenee (playlist che, diffuse su varie piattaforme di streaming durante la lavorazione di I See You, spaziando nei decenni inanellavano nomi come Chet Baker, Nina Simone, Aretha Franklin e Donna Summer, David Bowie, The Cure, Suicide e Tears For Fears, Mazzy Star, Portishead e Radiohead, Björk e Antony & The Johnsons,  Cat Power e Perfume Genius, Alicia Keys, Sia e Rihanna, Floating Points, James Blake e Lamar, NdR). Credo che anche il pubblico sia aperto a proposte diverse. Fra quelli venuti fuori di recente, amo i dischi di Solange – l’ultimo in particolare perché si è presa tutto il tempo necessario per portarlo a termine – e Frank Ocean (entrambi inclusi infatti nelle playlist di cui sopra, NdR), ma per me non c’è differenza se gli artisti sono bianchi o neri. Si tratta soltanto di ottima musica”. Non ci sono naturalmente differenze di pelle e ormai l’uso di elementi black è entrato a far parte di un lessico impiegato in scioltezza dai vari Blake, Bon Iver, Chairlift (altra formazione che mosse i primi passi proprio su Young Turks)… “Giusto, ritengo che in conclusione ognuno sia influenzato da differenti tipi di musica e che successivamente determinate influssi vengano fuori”.

E quali sono gli ascolti che, nel lustro intercorso fra Coexist e I See You, hanno scosso la nostra gentile e timida interlocutrice, che sulla copertina della rivista che state leggendo indossa una t-shirt di Siouxsie & The Banshees? “Fammi pensare. Una band che apprezzo davvero e con cui siamo diventati amici sono le Savages. Sono una band heavy, ma io sono non a caso cresciuta con musica più heavy se paragonata a quella che facciamo, come Queens Of The Stone Age e roba simile… Non vedevo concerti con una tale carica da un bel po’: vedere le Savages a un festival mi ha riportato al feeling di quando ero adolescente. Dopo, sono andata a un sacco di altri loro concerti!”. Sebbene gli stili siano molto diversi, in fondo The xx e Savages hanno in comune una certa cupezza e una certa predilezione per la sfera emotiva. “Sì, penso di sì. Ho intrapreso varie chiacchierate con Jehnny Beth (nel 2015 la frontwoman delle Savages si è anche prestata a fare da ospite, insieme ad altri colleghi, in un’esibizione di Jamie al talk show della NBC “Late Night with Seth Meyers”, NdR) e ci siamo confrontate sulle canzoni d’amore: io non volevo scrivere solo quelle perché ho sempre parlato d’amore, lei invece voleva farlo e sono felice che nell’album Adore Life ci sia riuscita”.

Non c’è soltanto l’alt-R&B, dunque. Tornando a una canzone come la succitata Performance, gli xx impiegano con padronanza archi e corde blues, perché non hanno mai rinunciato alla modernità preservando al contempo agganci con la musica più affascinante del passato. “Mi fa piacere la tua osservazione perché amiamo parecchia vecchia musica. Se percepiamo che una cosa è giusta, non pensiamo se suona retrò o futuristica. Suonando, cerchiamo di trovare un equilibrio che ci entusiasmi. Pensa che la versione originale di Performance era soltanto con due chitarre acustiche, l’abbiamo anche suonata in un show intimista a New York e abbiamo capito che potevamo lavorarci di più a livello di produzione ma lasciarla in veste confidenziale”. Fra le più importanti band, se non la più importante anche a livello di numeri, che rappresentano a tutti gli effetti una nuova generazione (da record, i sette concerti di fila sold out alla Brixton Academy di Londra, previsti per il prossimo marzo: “Siamo eccitati per il nuovo tour, sarà più gioioso del solito. Ci piace suonare dal vivo”), gli xx si sono non a caso contraddistinti per possedere un encomiabile controllo di ciò che storicamente li ha preceduti, come confermato appunto anche dalla carriera solistica di Jamie, a partire dall’omaggio-remix in chiave post-dubstep a Gil Scott-Heron di We’re New Here, risalente al 2011. “Abbiamo intrapreso un percorso e siamo cresciuti come musicisti. In più, siamo di certo stati fortunati ad ascoltare musica eccellente sin da quando eravamo piccoli, grazie ai nostri genitori”.

Al di là dell’armonia globale, in I See You non mancano però le sorprese. Iniziando dalla traccia che apre a effetto la scaletta, Dangerous. Una traccia che, con il suo groove elettronico abbinato a fiati sontuosi, pare aggiornare al presente la lezione di label come Daptone o Stax: “Eheh, Dangerous è un brano datato, abbiamo scritto il suo testo più o meno quando trafficavamo a Coexist, ma non avevamo mai trovato il sound adatto. Ne amavamo però il ritornello e abbiamo riprovato varie versioni per il nuovo album. Tutta la parte strumentale è di Jamie, che ha inserito archi, fiati… strumenti che si abbinano bene alla canzone e la elevano”. L’altra magnifica sorpresa deriva da solito Jamie. Tra un delicato snippet e l’altro (pensiamo alla morbida Say Something Loving o al primo singolo On Hold, che riprende la hit Eighties I Can’t Go For That (No Can Do) del duo americano Hall & Oates), Lips manda al tappeto con l’uso assolutamente geniale di Just (after song of songs) del compositore David Lang, impiegata persino nella colonna sonora del film Youth di Paolo Sorrentino (ricordate i titoli di coda?, ma a essere precisi il regista italiano aveva già fatto appello a Lang per una delle scene memorabili de La grande bellezza). “Beh, Just è un brano che Jamie ama molto, come ama l’intera soundtrack di Youth. Quindi, un giorno è arrivato in studio e ha messo il sample nel beat di Lips. Gli è venuto spontaneo. Musicalmente fornisce una nuova prospettiva al brano, mentre il testo si è poi sviluppato prendendo spunto dal processo sul campionamento. Non l’avevamo mai fatto prima. È stato divertente”.

Le liriche degli xx, di norma, sono focalizzate sulle relazioni umane, come affermato in precedenza dalla medesima Romy. Come si sentono allora i tre, cittadini del mondo per giunta abituati a viaggiare, in questi giorni lacerati e disintegranti dalla Brexit? “Eravamo col cuore a pezzi quando si è materializzata la Brexit, nessuno di noi e dei nostri familiari o amici desiderava tutto ciò. Abbiamo una visione da veri europei, crediamo nella collaborazione, nell’unione – ecco perché amiamo stare in una band. È molto triste e lo sarà anche quando andremo in tour. Viviamo tempi scombussolanti. Quando sono abbattuta o spaventata, ascoltare musica mi fa stare meglio, per cui spero che continuare a fare musica e macinare live contribuisca a rendere gli spettatori un po’ più felici”. E cosa pensano di connazionali come PJ Harvey o Kate Tempest, l’una presa ad attualizzare forme tradizionali e l’altra a trasformare lo spoken word in synthrap, che stanno restituendo il tumulto sociopolitico dei nostri giorni? “Sono una grande ammiratrice di PJ Harvey, sebbene non abbia approfondito molto The Hope Six Demolition Project, e mi piace Kate Tempest, anche perché il suo progetto è incredibilmente articolato ma lo è in forma diretta e intelligente. Spero che dalla Brexit possa derivare che i giovani si riappassionino alla politica e si aprano al mondo, in modo da tornare un po’ allo spirito degli anni 70, quando le persone arrabbiate si lanciavano nel punk. Spero che tutto questo stimoli perlomeno la creatività, che la gente diventi più consapevole di ciò che sta succedendo”. Speriamo, sì, in una nuova generazione.

 

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10 LUGLIO  – ROMA, POSTEPAY SOUND ROCK IN ROMA, IPPODROMO DELLE CAPANNELLE

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