Atoms For Peace

Dal vivo a Roma e Milano

Faccia a faccia con Thom Yorke. L’occasione è fornita da "Amok", primo album del supergruppo Atoms For Peace del quale l’artista di Oxford è inconfondibile voce e mente propulsiva.
Thom Yorke + Atoms For Peace
Dal vivo a Roma e Milano

yorke3Non capita tutti i giorni di conversare in relax con Thom Yorke. Non capita tutti i giorni di incontrarlo la mattina dopo un concerto dei Radiohead al Parco delle Cascine di Firenze. Un concerto che è sintesi di maestria sonora e impatto scenico fuori dall’ordinario. Mai visto, infatti, un palco così perfetto nel suo avveniristico minimalismo, tra micro-schermi mobili a cogliere l’importanza dei dettagli e codici QR per guardare lo show sul proprio telefonino. Preceduti dall’ottimo Caribou, i cinque di Oxford salgono on stage in compagnia di Clive Deamer, alla seconda batteria e già al fianco dei Portishead. Si faranno ricordare una The Gloaming che indica la via di una futuristica psichedelia sintetica, l’intimismo strappacuore di You And Whose Army al pianoforte, i tribalismi strumentali di Feral e una Karma Police intonata a squarciagola da tutti i presenti. C’è tempo anche per omaggiare i R.E.M. con la ripresa di The One I Love, che sfuma in una Everything In Its Right Place incaricata di sigillare i bis.

Firenze è una città particolare per Yorke – che tra l’altro vi aveva suonato coi Radiohead in altri due scenari da sogno, Piazza Santa Croce e Piazzale Michelangelo – dato che sua moglie Rachel Owen ha studiato Arte proprio nel capoluogo toscano ed entrambi sono interessati all’opera di Dante Alighieri. “Nel pomeriggio avrò tempo per visitare luoghi e musei. A Firenze cerchiamo di ritagliarci un po’ di libertà, ma in realtà finisco per perdere la mia… Rachel mi chiede tutte le volte di trovarle delle borse!” (ride, NdI). L’intervista si svolge in una suite del centralissimo Hotel Savoy e parte dal nuovo progetto Atoms For Peace, formato assieme all’inseparabile collaboratore Nigel Godrich, a Flea dei Red Hot Chili Peppers, al batterista Joey Waronker e al percussionista di origini brasiliane Mauro Refosco. Amok presenta groove liquidi, sciabolate elettroniche, frasi ripetute a mo’ di mantra, cori spettrali e voci cristalline o sovrapposte, frantumante, effettate. Nove brani in scaletta, tra numeri ritmati e ballate più avvolgenti. Thom, che spesso sorride con fare timido e si manda indietro con le mani i capelli che gli sfiorano le spalle, ha voglia di approfondire ogni argomento e rompe il silenzio che da anni avvolge le attività della band-madre. Si è appena alzato dal letto e sta facendo colazione, ma è già sobriamente impeccabile nel suo look total black.
Morning Mr Yorke.

Gli Atoms For Peace nascono nel 2009, per un concerto a supporto del tuo album solistico The Eraser. Quando e come l’idea si è estesa a un vero e proprio progetto?
Appena abbiamo iniziato a suonare assieme, il primo istante. Davvero. È stato sbalorditivo perché Joey, Mauro e Flea si trovavano a Los Angeles e in pochi giorni hanno imparato a eseguire The Eraser prima che io e Nigel li raggiungessimo. Joey è uno dei miei migliori amici, usciamo spesso assieme e l’ho conosciuto quando Bill Berry lasciò i R.E.M. e lui fece i provini per sostituirlo. Dopodiché ha collaborato parecchio con Beck. Tra noi cinque c’è stata subito un’energia brutale, tanto che il primo giorno in studio siamo quasi diventati sordi. Ci aspettavamo che sarebbe stato un tentativo divertente, ma non che si sarebbe trasformato in qualcos’altro così velocemente. Tutti eravamo pronti per entrare a far parte del progetto, per cui abbiamo deciso di portarlo avanti.

Cosa vorresti emergesse rispetto a tutto ciò che hai già realizzato nella tua carriera?
Il modo in cui abbiamo messo assieme le tracce è atipico perché nessuno di noi è arrivato con le canzoni già pronte. Tutto, infatti, è scaturito dal ritmo, dall’improvvisazione. C’è stato un ampio utilizzo di beat elettronici e sintetizzatori, per cui lo spunto dell’album è collegato alla componente ritmica. Il differente modo di pensare è proprio in relazione al ritmo… Quando abbiamo registrato avevamo a disposizione alcune giornate interamente libere, per cui mi sono divertito tantissimo e abbiamo fatto quel che volevamo senza alcun materiale di base. Siamo partiti dai beat e siamo andati a ruota libera, per poi scegliere i suoni, arrangiare e mixare. L’origine è senz’altro il caos. A volte le cose, molto semplicemente, accadono.

Un processo istintivo, affine a una jam session.
Sì, ma probabilmente solo Flea è capace di jammare sul serio!

Allo stesso tempo, però, si coglie una cura del suono in apparenza quasi ossessiva.
Abbiamo cercato di non preoccuparcene troppo, di non essere eccessivamente leziosi. Avevamo dei sintetizzatori molto fighi degli anni 70, quindi un certo tipo di sound è venuto da sé. Mauro, che si è messo a trafficare sulle ritmiche come stesse cucinando, e Joey, che è stato semplicemente Joey, cioè uno dei migliori musicisti al mondo, hanno suonato assieme percussioni e batteria. Ritmo e ritmo.

Il disco è chiaramente contrassegnato dall’elettronica. Considerando i tuoi precedenti lavori e le varie collaborazioni (UNKLE, Flying Lotus, Burial, Four Tet, Modeselektor…), sembra che questo sia ormai il tuo territorio preferito. Le barriere tra musica suonata con gli strumenti e musica programmata sono per fortuna crollate da tempo, ma in Amok possiamo distinguere sia le trovate elettroniche sia ogni strumento ben definito.
Mi piace affermare con relativa sicurezza cosa è cosa, ovvero individuare ogni singolo elemento, quel che è ottenuto grazie alle macchine o meno. Era uno degli obiettivi che volevo raggiungere. Uso l’elettronica principalmente perché ci sono ritmiche impossibili da eseguire per un essere umano. Nel disco, per esempio, ci sono vari tintinnii mandati al contrario e Joey faticava a starci dietro. L’altro aspetto interessante è che non sono in grado di leggere la musica in maniera scolastica, ma posso programmarla e arrangiarla. L’elettronica induce un modo completamente differente di essere musicista e lavorare sulle idee. Le macchine ti fanno pensare diversamente al ritmo, anche perché da un errore può sempre scaturire qualcosa di valido.

Questa direzione dipende in parte anche dal fatto che l’ultimo album dei Radiohed, The King Of Limbs, era il più ritmico e meno strutturato che abbiate mai fatto?
Sì, ma The King Of Limbs non è scaturito dal presupposto di essere necessariamente più ritmici bensì dal non essere vincolati a nessun concetto specifico. Cominciare, cioè, dal niente e camminare in una stanza per vedere dove andare a parare, usando via via ciò che viene fuori. Anche se poi in effetti è venuto fuori qualcosa di abbastanza ritmico… Si tratta sempre di caos, ma in un senso molto, molto diverso.

Pensando proprio alla produzione dei Radiohead, si individuano tre fasi filosoficamente rilevanti in tutto ciò che fai: la prima costituita da canzoni pop-rock ancora legate a stilemi maggiormente tradizionali, fino a OK Computer; la seconda che cambia tutto in ottica elettronica, grazie all’accoppiata Kid A/Amnesiac; la terza che cerca di riunire i due precedenti aspetti con Hail To The Thief e In Rainbows. Come un percorso con tesi, antitesi e sintesi. Sei d’accordo?
Yeah. Mi rendo però conto, specie quando facciamo concerti, che sostanzialmente l’aspetto migliore dei Radiohead è quello melodico. Al momento abbiamo Clive nella band, che non segue ritmiche regolari e ci trasmette vigore, così tutto si è trasformato ancora una volta in un mondo nuovo. Insieme a me ci sono poi musicisti che suonano con uno stile definito: Jonny se ne esce spesso con soluzioni chitarristiche pazzesche, mentre Colin suona il basso come se seguisse delle vere e proprie linee vocali.

È comunque innegabile che avete contribuito a divulgare la canzone elettronica contemporanea a un’ampia audience.
Sono sempre attento a non scendere a compromessi, non produrre musica dozzinale. Mi sono divertito tantissimo a fare l’album con i remix di The King Of Limbs e sono rimasto sorpreso che alle persone sia piaciuto, dato che pensavo sarebbero rimaste spiazzate dal trovarci sopra il nome dei Radiohead (ride, NdI). Abbiamo fatto un piccolo party di lancio ed è stato cool, ma rimaniamo diffidenti nei confronti degli apprezzamenti.

Oggigiorno ci sono un sacco di giovani artisti che applicano l’elettronica alla forma-canzone: quali apprezzi?
Senza il mio computer portatile appresso non riesco onestamente a ricordarmi i nomi. Amo Nathan Fake, James Holden e la sua label che ha plasmato una vera e propria comunità. Sì, mi piacciono le scene che provengono dalle etichette. Mi piacciono proposte che non hanno molto a che fare con le band che suonano in cameretta con chitarra e batteria, anche se poi possono esserci sempre delle sorprese, come alcuni pianisti che apprezzo parecchio. Al momento Caribou è una grande influenza per i Radiohead, così come Flying Lotus e tutto il catalogo della Brainfeeder, che era ben rappresentato all’ultimo Festival di Coachella, dove abbiamo suonato e ho fatto un DJ set proprio assieme a Flying Lotus. È stato imbarazzante.

Ma dai… Hai fatto il DJ anche in altri contesti! Ti ho visto in alcuni video on line.
L’ho fatto per varie ragioni, è divertente (si schermisce col sorriso sulle labbra, NdI).

Sei bravo anche nel guidare una delle più grandi band al mondo, probabilmente la più grande degli ultimi decenni. A differenza di colleghi appariscenti come gli U2, siete un gruppo molto riservato, lontano dalla luce dei riflettori. Vi rivolgete a tantissimi spettatori, ma continuate a mettere estrema cura in tutto ciò che fate.
Immagina me in una veste appariscente: non credo succederà mai! (ride, NdI) Ci piace rimanere abbastanza anonimi e non ci teniamo a far parte di certi ambienti. Parlo con i musicisti che rispetto davvero e nel corso della nostra storia non mi sono mai sentito intrappolato da nessuna delle nostre decisioni.

Fatto sta che la vostra musica arriva sia agli appassionati sia agli ascoltatori generici, che tra l’altro vorrebbero ascoltare sempre i vecchi successi.
Come accennavo prima, c’è da soddisfare la parte melodica, più semplice e diretta: se qualcuno mi dicesse che da un momento all’altro non potrei più dedicarmici, non l’accetterei perché la amo. Bisogna semplicemente seguire il proprio istinto. Mi diverto tuttora a svegliarmi la mattina e mettermi a suonare la chitarra o il piano. è semplice, cazzo. Così fottutamente semplice… Wow, vieni a sentire che canzone! (ride, NdI).

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Tornando agli Atoms For Peace, sin dal nome della band, che cita una traccia di The Eraser, e dalle frasi antinucleari sul sito ufficiale riaffermi il tuo interesse in temi ecologisti e pacifisti. Qual è il segreto per prendersi cura delle sorti del mondo e maneggiare argomenti sociopolitici senza apparire didattico, trasformarsi contro la propria volontà in una sorta di guru?
Tutto è partito dalla scelta del nome, che è profondamente sarcastico perché deriva dal discorso di Eisenhower del 1953 riguardo ai problemi energetici. Dall’altra parte, le parole Atoms For Peace sono così piacevolmente naïf che si collegano bene alla musica: non c’è più rabbia nel suonare, ormai divenuta soltanto un’attività gioiosa. Quando ci siamo formati, ciò in cui mi sono identificato di più è l’afrobeat, artisti tipo Fela Kuti. Non si tratta comunque di processi consci: le poche volte che mi sono trovato incastrato nell’essere esposto in pubblico non è stato un problema uscirne, perché si deve stabilire un confine. Avevo aderito alla campagna Friends Of The Earth e mi avevano messo pressione per incontrare Tony Blair, ma ho rifiutato. Ognuno ha detto quel che gli pareva sui motivi che mi hanno spinto a questa scelta, ma va bene. Più vai vicino al potere, più è facile essere usato. Gli stessi politici di grande potere vogliono impossessarsi del tuo piccolo potere. È una stupida, fottuta danza che non posso sostenere. Ecco perché ne resto fuori. Negli ultimi dieci anni per me è stato incredibilmente difficile fare quello che faccio: volevamo viaggiare solo in treno o in nave, ma è impossibile perché costa troppo e perdevamo soldi in tutto ciò che facevamo. La gente, del resto, prende lo stesso gli aerei. Ecco, lo trovo arduo da giustificare, ma prendere posizioni sarebbe predicatorio. Quando parlano dell’ambiente, i politici e i media sono estremamente concentrati nell’invitare le persone a modificare le abitudini individuali nella vita di tutti i giorni. Bene, si tratta soltanto di un fottuto trucco mentale. Perché, sì, ci dicono cosa fare ma in America ognuno può contare solo sul denaro che ha in mano e le multinazionali monopolizzano tutto, persino la sanità. Perciò non voglio sentire bugie, non voglio sentirmi dire cosa devo fare nella mia esistenza da chi è assoldato dalle società che trapanano il Polo Artico. La mossa seria sarebbe preoccuparsi innanzitutto delle compagnie di petrolio. Non certo di una fottuta pila o una fottuta lampadina.

So che ami leggere un certo tipo di fantascienza. C’è qualcosa di recente che ti ha sconvolto?
Mmm, no. Leggo autori come David Mitchell, se possiamo definirlo science fiction. Tanto tempo fa mi ero appassionato a Philip K. Dick, mentre adesso prediligo racconti di fantasmi. Ho trascorso l’estate a leggere le storie di Hans Christian Andersen, davvero bizzarre e surreali. Non riuscivo a fermarmi.

A proposito di futuro, dopo i grandi cambiamenti che hai concorso ad apportare nel sistema della distribuzione musicale grazie a In Rainbows, qual è la tua opinione sul progresso, o per meglio dire regresso, delle questioni discografiche? Ho ascoltato Amok solo poche ore fa, per via delle strategie di antipirateria.
Oh God, I don’t know. Qualcuno, mi pare Rihanna, è arrivato al primo posto della classifica inglese vendendo oltre centomila copie in una settimana. Questo ha fatto esplodere fottutamente la mia mente. Ieri sera al nostro concerto c’erano trentamila persone: se ciascuna di esse acquistasse il nostro disco a fine live, saremmo al numero uno anche noi. In sintesi penso che la musica e la radio finiranno per non avere più rilevanza. È un peccato, perché c’è tanta bellissima musica che meriterebbe di essere ascoltata, ma è soppressa dalla merda. Il momento è particolarmente brutto. È proprio quando i tempi sono duri, però, che le cose dovrebbero accadere. Lo stesso discorso può valere per i film, che non circolano a sufficienza perché la televisione diventa sempre più idiota. La gente vuole sapere, ma non deve poter pensare, contestare o esprimersi. La morte dell’industria discografica, almeno così come è al momento attuale, mi sembra positiva. Tutto è abbastanza malato e al contempo irritante. Ecco perché per i Radiohead aspettare per divulgare un disco al pubblico sembrerebbe ormai una stronzata.

Suonerete dal vivo come Atoms For Peace?
Oh, yes, fuck yes (ride, NdI). Lo spero, anche se non posso immaginare come andranno veramente le cose. Abbiamo già fatto alcuni show, come al Fuji Rock Festival in Giappone, e continueremo a farne. Avere un disco pronto mi ha fatto capire che voglio proseguire a mantenermi attivo, anche in situazioni diverse rispetto ai giganteschi tour dei Radiohead.

Ecco, durante il concerto fiorentino abbiamo ascoltato un nuovo brano dei Radiohead, Identikit. Sapete già come si svilupperà il vostro futuro?
Pfff. Per noi è sempre una corsa contro il tempo: quando ne avremo di più, penseremo all’album. Al momento no perché, mentre siamo in tour, ci occupiamo solo delle prove. Clive influenza diversamente il nostro modo di suonare ed è un peccato che alla fine dovremo interrompere questa collaborazione.

Pensi che le esperienze parallele possano giovare all’avventura collettiva?
Io e Jonny abbiamo trovato delle nuove, eccitanti soluzioni nell’approcciarci all’elettronica. Lavorare su altri progetti è una buona cosa perché ci fa percepire ciò che ci circonda in maniera diversa, ci fa sentire fluidi e rilassati, maggiormente a nostro agio. Jonny è a un altro livello, è difficile trovare uno che compone colonne sonore e al tempo stesso programma le drum machine.

Ieri sera avete accennato anche un pezzo dei R.E.M., The One I Love.
È il mio testo preferito di sempre. Ho visto Michael Stipe la scorsa settimana a New York e questo mi ha fatto ricordare che sul piano delle liriche non c’è nessuno, non c’è n-e-s-s-u-n-o come lui. Il modo in cui scrive, in cui assembla le parole dall’inizio alla fine ha avuto un’enorme influenza su di me. Fables Of Reconstruction sembra un disco di roba random, ma in realtà non è esattamente così. Puoi esprimere tanti contenuti, anche se il quadro complessivo appare senza senso. Ho speso tutto il mio tempo cercando di ottenere proprio questo risultato.

Questa è la vera fantascienza!
Yeah, probabilmente sì (sorride, NdI).

Qual è la tua opinione, quindi, sullo scioglimento dei R.E.M.?
Sono tutti più felici adesso, quindi era la scelta giusta. Non posso immaginare come sia prendere una simile decisione: alzarsi un bel giorno e stabilire di fermare tutto. Ci si diverte moltissimo, ma ogni tanto bisogna anche defilarsi perché far parte di una band ha un effetto profondo sulla tua famiglia, sui tuoi figli, sul resto della tua vita. Specialmente quando si è più maturi, quando si cresce. Siccome è un’occupazione fottutamente strana, nessuno può obbligarti a continuare a portarla avanti se non lo vuoi più.

Certo che oggigiorno è raro trovare figure iconiche, come Michael Stipe o per l’appunto Thom Yorke…
Fare dischi ora è più agevole ed economico, meno legato a una committenza. Ma è la quantità dell’offerta che rende tutto più complicato. Quando ai tempi gente come i Pixies voleva realizzare un album, doveva svolgere un sacco di lavoro, dormire sul pavimento, suonare di notte…

Hai già suggerito ai tuoi figli di iniziare a fare musica?
No, non li spingo a suonare. Mio figlio Noah è venuto in studio e mi ha detto che gli piacevano dei beat. Io gli ho risposto “Thanks…”.

Pubblicato sul Mucchio 703

Dal Vivo

16 luglio, Roma, Ippodromo Capannelle

17 luglio, Milano, Ippodromo del Galoppo

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