Throbbing Gristle

Distruttori di civiltà

Continua l'opera di ristampa della discografia dei Throbbing Gristle via Mute. A gennaio è il turno di "D.O.A.: The Third And Final Report", "Heathen Earth", "Part Two: Endless Not". Un'occasione per parlare con Chris Carter.
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In ordine di tempo, fosti l’ultimo a entrare nei Throbbing Gristle: che cose ti attrasse di loro?
A dire il vero, l’ultimo a entrare fu Sleazy. Era un periodo di transizione: lui si esibiva già con COUM ma non stava nei Throbbing Gristle, mentre io ero nel gruppo e non facevo parte di COUM. Nei primissimi show eravamo io, Cosey e Genesis, poi a un certo punto Sleazy cominciò a fare il fonico per noi, solo che non se la cavava benissimo. Così gli dicemmo: “Perché non sali sul palco anche tu?”. Cosa che alla fine fece, benché con riluttanza. Non avevo mai visto niente di COUM dal vivo, prima dei Throbbing Gristle: un paio di volte, invece, avevo assistito alle performance individuali di Cosey. A metterci in contatto fu il nostro comune amico John Lacey, figlio del custode dello stabile in cui si trovava il nostro studio.

Eri il carattere più musicale dei quattro: com’era la divisione dei compiti nel vostro processo creativo?
È buffo che tu dica questo, siccome le mie erano qualità musicali da autodidatta, mentre credo che Cosey, Genesis e Sleazy avessero frequentato corsi di musica a scuola. Direi che io avevo buon orecchio e riuscivo a intonarmi con una certa facilità. All’inizio ciascuno di noi provò strumenti differenti, finché trovammo un assetto soddisfacente, anche se ognuno sentiva il bisogno di saper fare cose diverse quando si trattava di suonare o esibirsi dal vivo.

I vostri esordi coincisero con l’apogeo del punk. Non trovi ironico che in gioventù Genesis fosse un freakettone e tu ti sia avvicinato alla musica dopo aver visto dal vivo i Pink Floyd nel 1968 sotto l’effetto dell’Lsd? Il motto di McLaren era “Non fidarti mai di un hippie!” e Johnny Rotten indossava la famigerata t-shirt con la scritta “I hate Pink Floyd”…
Strano, vero? Conoscendo le nostre origini, nessuno avrebbe potuto prevedere la direzione che poi abbiamo imboccato. Credo sia dipeso proprio dal fatto che avessimo retroterra e gusti musicali diversi a differenziarci da qualsiasi altra band dell’epoca. Eravamo outsider: non suonavamo  rock’n’roll e non eravamo l’ennesima band punk. Non avremmo potuto: eravamo senza batterista… E la nostra apertura mentale verso musiche diverse ci mise nella condizione di confondere il nostro pubblico, che a volte davvero ci detestava, adattandolo a noi.

Carter

È una consuetudine accostarvi ai Velvet Underground: progetti artistici di scarso successo commerciale ed enorme potere d’influenza. Che ne pensi di quell’analogia?
Già, nel tempo l’ho sentita fare parecchie volte, ma a essere sincero non l’ho mai analizzata in modo approfondito. Mi pare che il paragone abbia un suo fondamento, ma chi sono per dirlo? Credo sia una questione che riguarda fan e musicologi.

Il termine “industrial” ha finito per identificare un genere musicale: è una conseguenza che avevate considerato, essere cioè padri fondatori di un movimento?
Penso di averlo detto altre volte, perché ne sono convinto: il concetto di industrial espresso dai Throbbing Gristle si è tramutato in parodia, una specie di mostro alla Frankenstein delle nostre intenzioni originarie. Considero quella sottocultura musicale figlia del suo tempo: aveva senso allora, non adesso. In tanti se ne sono appropriati, prendendola in senso troppo letterale: tutto si è risolto nell’essere “hardcore” e suonare “industriale”, come macchine. Ciò che in molti considerano “industriale” è in realtà “post-industriale”. Detto questo, il mondo è pieno di band “industrial”.

C’è allora qualcuno oggigiorno che in termini di attitudine possa essere accostato ai Throbbing Gristle?
Nessuno che io conosca. Ma è poi una notizia così brutta? Viviamo un’epoca molto diversa da quella in cui noi cominciammo: è il momento di qualcosa di completamente nuovo…

Con queste ristampe, Mute dichiara l’intenzione di rendere omaggio al quarantennale di The Second Annual Report: non è curioso che venga presentata la versione “rimasterizzata” di un album registrato in bassissima fedeltà?
In realtà, la rimasterizzazione del suono è davvero minimale: potremmo affermare che si tratta di una rimasterizzazione “al contrario”, tale da renderla simile alla prima edizione. La nostra intenzione era di farla aderire il più possibile alla versione originaria, anche per quanto riguarda la grafica di copertina e il materiale extra.

La primavera scorsa il vostro repertorio è stato reso disponibile per la prima volta sulle piattaforme di streaming: come cambia l’approccio alla musica in questa nuova configurazione tecnologica, secondo te?
Ci siamo tenuti lontani dai servizi di streaming a lungo, ma la tecnologia ha questo modo insidioso di sedurti, imponendoti piano piano le sue regole. Un paio d’anni fa abbiamo raggiunto il punto critico, un vero bivio esistenziale, e ci siamo detti: “Vogliamo che la gente ascolti la nostra musica o no? In caso affermativo, dobbiamo accettare lo streaming”. Per essere una band sperimentale, abbiamo la fortuna di poter contare su una base di fan piuttosto ampia, e ciascuno di noi coltiva altre attività che consentono di sbarcare il lunario, ma ovviamente quella decisione comporta una considerevole riduzione degli introiti come Throbbing Gristle: lo streaming si regge su un modello di business del cazzo (sì Spotify, sto parlando di te!), eppure è stato inevitabile adeguarvisi.

Tu e Cosey siete rimasti in contatto con Genesis, dopo la separazione del 2010?
Sì, siamo ancora in contatto: dobbiamo esserlo per via dei Throbbing Gristle. Ma si tratta di una relazione completamente diversa, adesso.

Tra qualche mese uscirà un tuo album nuovo, il primo dopo 18 anni: ci racconti qualcosa in anticipo?
Ho cominciato a registrarlo nel 2010, pensando di finirlo in un paio di mesi. Poi però, malauguratamente, è morto Sleazy: cosa che mi ha completamente scombussolato da un punto di vista emotivo, impedendomi di concludere il lavoro. Dopo di che siamo stati assorbiti in altri progetti e mi sono dovuto adattare, ritagliando del tempo fra gli impegni di registrazione e di tournée come Chris & Cosey e Carter Tutti Void. Preparare un album in quel modo è stata una strana esperienza: mi sono ritrovato ad armeggiare con pezzi piuttosto corti, una ventina abbondante… Alla fine sono riuscito a venirne a capo nel 2016, anche se – a parte Cosey – nessuno ne aveva ascoltato qualcosa e io stesso non ero così sicuro di volerlo pubblicare. L’ho offerto a Mute: gli è piaciuto, hanno accettato e uscirà a marzo.

 

Pubblicato su Il Mucchio Selvaggio n. 760

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