Timber Timbre

Presagi

La band canadese torna armata di sintetizzatori. Il frontman TAYLOR KIRK ci racconta perché SINCERELY, FUTURE POLLUTION è il suo album più pop e più politico.
TIMBER TIMBRE
- L'intervista e le date in Italia

Letto, approvato e sottoscritto.
In fede,
L’inquinamento

 

Provocazioni che non avremmo mai pensato di trovare in un album dei canadesi Timber Timbre. La band capitanata da Taylor Kirk, dal debutto del 2006 Cedar Shakes a oggi, ha mantenuto un approccio pressoché uniforme e indisturbato: un sound cinematico, macabro e goticheggiante, fortemente indebitato con il blues e il folk-rock di anni Sessanta e Settanta. Sempre impeccabili, mai rivoluzionari, i dischi dei Timber Timbre affascinavano senza mai puntare a un vero e proprio cambiamento, tanto che il titolo del loro lavoro del 2009, Creep On Creepin’ On, sembrava alludere, pur con ironia, al rischio di ricadere in una formula.

Sincerely, Future Pollution è il primo album a suggerire un “altrove”, declinando l’estetica del gruppo in chiave synth e riflettendo preoccupazioni politiche di estrema attualità. “Western Questions, desperate elections / The campaign Halloween”, canta Kirk in Western Questions, un pezzo in cui pare voler condensare il 2016 tra oscure metafore e ritagli di giornale. In Western Questions, ma anche nel primo, imponente singolo Sewer Blues, troviamo un paesaggio urbano sfocato, in disfacimento, in cui le relazioni amorose vengono vissute con un perenne senso di disillusione. “One can’t be all things to someone and likewise a friend”, pontifica Kirk in Moment. Se il loro disco precedente, Hot Dreams del 2015, era fortemente influenzato da scenari e personaggi della California, Sincerely, Future Pollution prende spunto dal presente per raccontare una distopia. “Mentre registravamo, la premonizione era che gli eventi sullo sfondo fossero una sorta di elaborato imbroglio”, appunta Kirk riferendosi alla campagna elettorale americana. “Ma il prendersi gioco del nostro sistema di potere ha generato un sacco di idee e pensieri cupi, distopici. E poi è accaduto davvero, mentre erano tutti su Instagram. Le fogne si sono aperte”. Le sonorità pop provano a sdrammatizzare il quadro.

Rispetto al passato, Kirk non ha semplicemente richiesto alla band di mettere in pratica le sue idee, ma ha voluto che scrittura e produzione si trasformassero in un’impresa più collettiva. Oltre al contributo dei fidati Mathieu Charbonneau e Simon Trottier, Sincerely, Future Pollution vede il ritorno di Olivier Fairfield alla batteria, il cui tocco viene definito da Kirk l’“arma segreta” del disco. Impreziosito da qualche bizzarria o deriva vagamente kitsch (il vocoder di Bleu Nuit, per esempio), il risultato è un album che suona non solo autenticamente, ma anche divertitamente Timber Timbre. Per capirlo meglio, abbiamo chiesto a Kirk qualche dritta.

Hai detto che con Hot Dreams, del 2014, il tentativo era realizzare un disco meno “macabro” nei suoni, di sfidare le aspettative. Pensi che quel processo sia ancora in corso con Sincerely, Future Pollution?
C’è un tentativo di essere meno criptici, di calcare meno la mano con le parole – di utilizzare un linguaggio più immediato per descrivere idee ed emozioni. Non c’è mai un obiettivo particolare di sfidare le aspettative, ma penso che con questo nostro progetto ci sia il rischio di fare e rifare lo stesso disco. Per cui decidiamo di non farlo.

Cosa vi ha spinti a implementare l’uso dei sintetizzatori in questo album?
Ho pensato potesse essere divertente fare un disco elettronico o di musica “dance”. Qualcosa che fosse uptempo e spinto, trascinato da drum machine e strumenti elettronici. Ovviamente, ciò non è esattamente avvenuto. Ma con questa gamma di suoni e strumentazioni, abbiamo realizzato qualcosa di diverso.

Nel comunicato stampa dici che nessuno di voi è grande fan di pop e musica elettronica, ma che ci sono dei riferimenti comuni. A quali artisti facevi allusione?
Ci piacciono la musica elettronica e il pop. Mat e Simon hanno una relazione più stretta con il jazz, credo, mentre io sono sempre stato più attratto dal folk e dal pop. Cose che piacciono a tutti: Pink Floyd, Miles Davis, Alice Coltrane, Lightning Hopkins, Portishead, Broadcast, Velvet Underground. Non so, penso che abbiamo tanti riferimenti comuni…

Chi è Future Pollution, il firmatario del titolo?
Future Pollution incarna una qualche entità proveniente dal “passato del nostro futuro”, o dal “futuro del passato”. Una civiltà che cerca di comunicarci un qualche messaggio, avvertimento o presagio attraverso il tempo.

Hai dichiarato che per la prima volta nella storia dei Timber Timbre questo disco riflette preoccupazioni di matrice politica. Pensi che questo approccio abbia influenzato sia la scrittura sia i suoni?
Storicamente, c’è stato ben poco contenuto politico e di attualità nel nostro repertorio fino a Sincerely, Future Pollution. Non posso dire che il disco sarebbe stato totalmente diverso se fossi riuscito a mantenere la mia bolla di egocentrismo, ma c’era un’ansia palpabile ovunque, praticamente onnipresente. Ha permeato ogni cosa e si è intrufolata nel processo quando mi sono seduto a scrivere i testi, determinando l’argomento dei brani.

Cosa ha ispirato il testo di Western Questions? Mi incuriosisce l’immagine della “floating cathedral” (la “cattedrale galleggiante”, NdR), che ritorna nella traccia finale…
Pensavo a genti sfollate e civiltà in sparizione. Alla xenofobia e all’apartheid occupazionale. L’immagine della cattedrale galleggiante proviene da una visita a Venezia, ho pensato che quel posto incarnasse la nostra fragilità e transitorietà, oltre che le nostre strutture, le religioni e lo stile di vita. Così imponente e barcollante, in bilico sopra un’enorme fognatura. Mi sembrava anche una metafora calzante per l’amore e la frivolezza di quel tipo di adorazione.

Quando si parla della musica dei Timber Timbre, c’è la tendenza a rintracciare l’influsso della musica del passato, degli anni Sessanta e Settanta in particolare. Si tratta solo di gusti personali o ti senti più uno “storico” nel ricostruire la musica del passato?
L’atto della scrittura per me è cominciato quando mi sono concesso di perdermi nella musica che mi ha ispirato stilisticamente. Inizialmente erano il folk e il blues. Più tardi la musica doo-wop e psichedelica. Il rock and roll e così via. Non definirei il mio approccio accademico o concettuale. Ma ci sono delle volte in cui sono consapevole di fare musica sulla musica. Amo imparare e capire un genere. Sono a mio agio nel riconoscere che non mando di certo il mondo in fiamme con le mie innovazioni.

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Pubblicato sul Mucchio n.753 – Aprile 2017

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