Tobjah

Dall'avventura nei C+C Maxigross al debutto da solista, in italiano, per un folk libero, spirituale. Tobia Poltronieri trova "Casa, finalmente".
TOBJAH_intervista

Tobjah, nuovo pseudonimo di Tobia Poltronieri, ha da poco pubblicato su Trovarobato Casa, finalmente: il suo primo album da solista, ma anche il suo primo album in italiano. Il battesimo nella nostra lingua era del resto già andato in onda con l’EP dei C+C Maxigross diffuso lo scorso anno, Nuova speranza. In precedenza, tra 2013 e 2015, il collettivo veronese all’interno del quale Poltronieri è sempre stato il fulcro si era imposto all’attenzione con due ottimi dischi di psych folk-rock dai forti influssi Sixties, Ruvain e Fluttarn. Questo nuovo, illuminante viaggio interiore e conseguente ritorno a casa, metaforico e reale, è essenzialmente una ricerca della purezza formale, dell’essenzialità del contenuto e del messaggio. Ispirato a Joni Mitchell e Milton Nascimento, nato dal vivo, plasmato con una Martin D-18 del 1973 e una ricca pletora di ospiti, l’album si muove entro gli steccati di un cantautorato folk ricco di influenze: c’è dentro il jazz, il tropicalismo, il progressive, una vena spirituale che emerge con forza o resta in sottofondo, a dare maggiore spessore ai passaggi più spensierati. Lasciamo campo al rivelatorio flusso di coscienza del diretto interessato.

Il disco è nato tra una data e l’altra del tour con i C+C=Maxigross, ma parla di un ritorno a casa. Allo stesso tempo, è stato concepito in solitaria, eppure è pieno di interventi “esterni” e di ospiti. Anzitutto ci dici come sono nate queste canzoni, come sono state sviluppate, e qual è lo spirito o la necessità che sta dietro a questo nuovo cammino solistico?
I C+C=Maxigross sono stati la mia missione, il mio senso quotidiano e l’unico canale dove ho riversato tutta la mia energia per molti, troppi anni. Mi ero convinto che per portare avanti un progetto del genere questa fosse la sola maniera possibile, nel mentre che i componenti cambiavano, la musica evolveva, i progetti collaterali volgevano al termine (come la nostra etichetta e studio Vaggimal Records, il festival Lessinia Psych e altri eventi) e gli impegni aumentavano. Con la pubblicazione di Fluttarn, l’ultimo album in inglese del 2015, ero arrivato al culmine dello stress e probabilmente, se i C+C non fossero stati all’epoca l’unica cosa che mi rimaneva, avrei mandato all’aria tutto, io che avevo sempre provato a tenere in piedi la baracca. Ma non aveva senso, arrivati a quel punto, sacrificare così tanto lavoro, passione e amore impiegati in quel progetto senza provare a migliorare le cose, almeno un’ultima, ennesima volta. Così, invece di impazzire, ho iniziato un lungo percorso in cui ho messo in crisi e in discussione tutto quello che avevo fatto fino ad allora, grazie al sostegno di Miles Cooper Seaton e al confronto con gli ultimi membri dei C+C di allora (Niccolò e Camillo) e con il fido Filippo, l’unico altro membro fondatore tuttora presente. Ho capito che il malessere e l’insoddisfazione che provavo costantemente erano dovuti al fatto che ero arrivato a negarmi da solo il mio spazio personale perché avevo riservato tutta la mia energia in progetti collettivi. Avevo bisogno di iniziare a respirare per conto mio, a ricambiare l’aria. Perciò, pian piano, ho cominciato ad aprire un nuovo canale dove riversare l’energia che tenevo bloccata dentro e che rischiava di marcire. Con questo nuovo processo sono venute fuori delle composizioni, inizialmente in inglese, molto intime e dirette, composte nella casa pazzesca dove mi ero appena trasferito, in cui ho riversato tutto il malessere del periodo, la crisi interiore, le delusioni sentimentali e infine la luce che ho intravisto molto più vicino di quanto immaginassi. Ho fatto ascoltare quei provini minimali e a bassa fedeltà a Marco Giudici e a Miles perché desideravo coinvolgerli e loro mi hanno spinto a lavorarci su meglio, per andare più in profondità e ampliarne la visione, nonostante io fossi fermamente convinto di dover fare un disco solitario, minimale, immediato e casalingo. Nel momento in cui ho deciso di ascoltarli abbiamo iniziato un processo che ci ha portato verso questo album, che è tutt’altro che minimale, anzi. È uno dei dischi più collaborativi che abbia mai fatto. L’energia che Miles e Marco mi hanno donato, assieme alle splendide collaborazioni con i preziosi musicisti sono elementi fondamentali senza cui Casa, finalmente non esisterebbe. Lo spirito e la necessità di questo album e di questo progetto “solista” sono quindi quelli di trovare un equilibrio personale, un nuovo sfogo costruttivo dove impiegare le energie, per rigenerarle, per ritrovare la serenità e la positività da riversare verso gli altri progetti, ovviamente in primis nei C+C. È dunque un cammino personale più che solista, grazie al quale imparando a stare bene con me stesso riesco di conseguenza a stare bene con gli altri. Spero quindi si capisca che è un gesto altruista quanto necessario, che non deve essere frainteso come la frase dell’immensa artista sarda Maria Lai che ha illuminato questo lavoro: “Prima che agli altri, vorrei arrivare a me stessa“.

A livello di sound, anche qui – come nei C+C – procedi a stile libero, nel senso che non esistono coordinate vere e proprie, se non forse una certa impronta folk e un ricorso all’essenzialità. Quali sono state le tue principali influenze in corso d’opera? E che apporto hanno dato i due già citati produttori, Miles Cooper Seaton e Marco Giudici?
La grande differenza con tutto quello che ho fatto prima di questo disco è che questa volta ho provato a non avere coordinate, a non seguire uno stile e a non avere riferimenti estetici. Se i C+C erano diventati troppo revivalisti, vintage, citazionisti, è principalmente colpa mia. È un meccanismo che mi ha stufato, che non credo aggiunga nulla se non appunto la “citazione” fine a se stessa. I miei miti erano diventati un’ossessione. Il suono degli anni Sessanta e Settanta angloamericani erano per me ormai un’obiettivo più che un’ispirazione. E questo ha negato lo sviluppo di uno stile proprio, puro e personale, svincolato da estetiche e idee altrui. Mi ci sono voluti anni per capire che non aveva senso ricreare il suono di After The Gold Rush, ma era decisamente più importante chiedermi che domande si era posto Neil Young per arrivare a un disco così. E la risposta dei miei Maestri è sempre quella: sii te stesso, investiga te stesso, trova la tua strada affinché sia personale e inimitabile. Perciò inizialmente ho dovuto lasciar andare i miei grandi classici Dylan, Young, Lennon e Battisti, poi ho lasciato andare gli arrangiamenti e l’attitudine di Hejira di Joni Mitchell e Clube da Esquina di Milton Nascimento, che mi hanno influenzato tantissimo e sicuramente sono finiti dentro il disco. E così alla fine sono rimasto io da solo con la mia voce e la mia chitarra al buio di una stanza antichissima. Allora Miles e Marco mi hanno registrato e hanno arrangiato attorno a me delle orchestrazioni che rispettano e valorizzano la mia sensibilità grazie all’apporto di musicisti incredibili (Alessandro Cau, Lino Capra Vaccina, Enrico Gabrielli, Federico Fenu, Gianluca Giusti, Lukas Kuriat, Luigi Noce). Senza il lavoro meraviglioso di queste persone, questo disco non esisterebbe. La produzione, gli arrangiamenti e le orchestrazioni sono interamente di Miles Cooper Seaton assieme a Marco Giudici, compreso il lungo processo prima, durante e dopo le sessioni. Devo tutto a questi amici.

tobjah 2

Foto di Pietro Poltronieri

 

Un’altra importante svolta che ha abbracciato la tua attività artistica nell’ultimo biennio riguarda il passaggio dall’inglese all’italiano. Cosa comporta per te questa scelta? E che rapporto hai con la tradizione italiana, che sia cantautorato o più in generale qualsiasi altro riferimento?
Una sera del gennaio dello scorso anno stavamo cenando a casa nostra, campo-base C+C, e si chiacchierava di colonialismo. C’era anche Miles, che non era ancora coinquilino ufficiale, e io gli dissi che non avevo idea di come ci si potesse sentire a essere colonizzati. In pochi minuti ci fece notare che tutto quello che avevamo fatto artisticamente in quegli anni era assoggettato alla cultura anglo-americana. E così ho avuto una vera e propria epifania, che ha sbloccato anni di dubbi, deboli certezze, insoddisfazioni e falsi miti. Mi ero creato obiettivi che non erano miei, che non mi appartenevano, così aspiravo a un mondo e a una cultura che non mi riconosceva, soprattutto perché cercavo di imitarla. Con una brutta copia che giustamente sfigurava. Come pensavo di poter ricreare qualcosa di forte e personale inseguendo fuori tempo massimo i fasti e la magia dei miei idoli della psichedelia e del folk rock anni Sessanta anglo-americano? Per anni mi sono tagliato le gambe da solo, perché musicalmente colpivamo poco sia l’ascoltatore estero (parlo sempre di mondo occidentale ovviamente), che a noi preferiva qualsiasi altra band anglo-americana psych, sia l’ascoltatore italiano che man mano che proseguivamo non ci sentiva convinti. Perché effettivamente quando abbiamo cominciato quasi dieci anni fa l’obiettivo dei C+C era molto chiaro: suonare folk-rock psichedelico in giro per il mondo. Via via che le cose non si avveravano (per quanto ci siamo tolti un bel po’ di soddisfazioni legate alla scena internazionale occidentale) e suonavamo il 90% dei concerti in Italia la lingua inglese ha iniziato a starci stretta, a renderci insoddisfatti. D’altronde l’unica cosa che veramente ci interessava era trasmettere un’emozione, un messaggio, un’idea nella maniera più diretta possibile. E applicarsi da soli un filtro extra come cantare in una lingua non nostra non aiutava. Perciò eravamo sempre meno convincenti. A fatica ho dunque realizzato che quando ascolto un’artista che viene da qualsiasi parte del mondo io vengo colpito dalle sue emozioni nonostante non capisca cosa dicono letteralmente i suoi testi (che sia senegalese come brasiliano, o appunto statunitense), perché chi si esprime lo sta facendo liberamente, da dentro. Sembra una cosa banalissima, e sicuramente molta gente dirà “ma è ovvio!“. E anch’io ora lo dico. Solo che ci ho messo dieci anni per realizzarlo. Ecco perché ora finalmente canto in italiano. E la mia vita è decisamente cambiata. Nel momento in cui ho avuto questa epifania mi trovavo a ridosso della fine del tour di Fluttarn dei C+C e all’inizio del mio primo solo tour. Tutti i brani pronti per il progetto Tobjah erano in inglese. Nella settimana di pausa tra un tour e l’altro, ho riscritto in italiano tutti i brani che ho portato in giro per due mesi prima di registrarli per Casa, finalmente. Con la tradizione italiana ho un buonissimo rapporto, e ora ancora di più cerco di non avere alcun pregiudizio di generi e provenienze. Diciamo che per queste canzoni sia per la velocità con cui le ho scritte sia per il concept che ci sta dietro mi sono imposto di fare l’esatto contrario di quello che ho fatto per anni: se i vecchi C+C sono stati una citazione e un riferimento continuo, per Casa, finalmente ho dato come unica priorità l’espressione emotiva. Nessun riferimento stilistico e autoriale preciso è stato seguito, anche nei testi, che risultano semplicissimi, asciutti. Sono semplicemente la riflessione in parole di quello che sentivo, la descrizione pura di stati d’animo messi in musica e parole. Nient’altro. Quando dico che questo disco l’ho fatto per me stesso, intendo proprio questo. Pure quando cito Maria Lai. Il che non deve essere frainteso come individualismo, egoismo, narcisismo. Per quanto in tutta l’arte e l’espressione artistica il confine sia delicato, questo è il mio umile tentativo di fare una ricerca interiore in cui comunque chiunque può ritrovarcisi. Miles mi ha espresso spesso questo concetto meraviglioso: gli artisti devono essere specchi per le persone che vogliono osservarsi e trovare qualcosa che le riguarda. Lo trovo fondamentale in tutto quello che faccio, per evitare che la mia musica e il mio percorso non diventino un selfie noiosissimo e uguale a se stesso giorno dopo giorno.

Qual è stato il primo pezzo che hai scritto? E a quale tra questi otto sei più legato, per qualche motivo?
Come dicevo prima, sono tutti stati scritti in italiano in una settimana, prima di partire per il primo solo tour a metà febbraio 2017. Ma se devo guardare le prime versioni in inglese sicuramente il primo brano che ho scritto si chiama Really Don’t Know (si trova in questa versione su YouTube, in un video che ho fatto a Londra al mio primo concerto in solo) e l’ho scritto a fine 2014. Nel disco è diventato Giuro non so che fare. Sono legatissimo a ogni canzone perché ognuna rappresenta momenti e concetti molto importanti per la mia esistenza. Ma concettualmente Forte luce è il ponte più vivo verso il presente e una tensione positiva verso il futuro rispettando il passato.

Un altro brano rilevante è La canzone del melograno, nel quale interviene Enrico Gabrielli. Come nasce il tutto, ovvero il pezzo e la collaborazione?
È un brano che scrissi a Pompei a fine 2015 buttandoci dentro l’insoddisfazione di un amore non ricambiato. L’arrangiamento del brano è partito da un’idea di Miles: provare a seguire l’attitudine di Ennio Morricone quando ha lavorato con Chico Barque durante il suo esilio in Italia. Arrangiamenti complessi, intricati, sinuosi e incalzanti mentre la voce fluttua serena sopra tutti gli strumenti. Così ha spinto il batterista Ale Cau a sovraincidere due pattern complessissimi e velocissimi uno sopra l’altro. Poi un giorno Marco è riuscito a intercettare il suo amico Enrico Gabrielli mentre era a Milano in pausa tra una data e l’altra del tour di PJ Harvey. È arrivato nello studio dove ci trovavamo, ha bevuto un caffè, ha ascoltato il brano, ha arrangiato un po’ di parti di clarinetto basso, le ha registrate e un’ora e mezza dopo se ne era già andato. Le sue parti suonano come qualcosa tra il tropicalismo e Steve Reich.

Si fa un gran parlare della scena “indipendente” italiana, e indubbiamente ci sono tanti progetti in circolazione e soprattutto c’è molta più attenzione su di essi. Cosa ne pensi di questo variegato movimento che sta caratterizzando la scena? Ci sono artisti o band che stimi in modo particolare?
Generalmente sono molto curioso e interessato ai movimenti culturali dirompenti, ma la grande attenzione di cui parli mi pare che in questo momento si rivolga unicamente verso cose poco profonde e volatili. L’unico movimento che reputo notevole in questo momento è quello migratorio, che nel mio piccolo sto approfondendo con la collaborazione al progetto di improvvisazione musicale Stregoni. Poi, se mi chiedi chi stimo particolarmente, per mia fortuna conosco tantissimi artisti incredibili come il maestro Lino Capra Vaccina e il formidabile percussionista Alessandro Cau, entrambi presenti nel mio disco, o gli agitatori spirituali delle montagne trentine Kuru e i produttori di musica del quinto mondo Artetetra & Babau. Caterina Barbieri mi pare decisa e convincente nella sua ricerca nella musica elettronica. La sassofonista e sperimentatrice Laura Agnusdei sta proseguendo verso direzioni interessantissime. Krano è uno vero, e confido molto in lui. Adele Nigro (Any Other) si sta dedicando completamente a quello che sta facendo da quando ha 16 anni e ora che ne ha 24 è impressionantemente lucida e consapevole tanto quanto genuina. Anche Paolo Angeli, che ho appena conosciuto di persona, credo sia un artista unico ed eccezionale, che meriterebbe ancora più riconoscimento per la sua arte magica e preziosa. Alfio Antico è su un altro pianeta. Su IOSONOUNCANE invece è già stato detto tanto, ma è bello ricordare quanto rappresenti il contrario del mondo in cui solitamente è stato inserito fino a ora. Il suo ultimo tour, proprio con Angeli, mostra dove Jacopo si trovi adesso, ovvero teso verso una ricerca personale, complessa e intensa che nessun altro al suo livello di esposizione pubblica si sta prendendo la briga di seguire. Viva gli artisti puri, viva la loro arte pura. Questo è il mio modestissimo parere.

Qual è il prossimo obiettivo che vorresti raggiungere? E come ti vedi, da artista, tra dieci anni?
Il prossimo obiettivo è senz’altro quello di spingermi dove non sono mai stato e dove non posso prevedere cosa succederà. Tra dieci anni spero di guardarmi indietro e poter pensare che dieci anni fa non avrei mai potuto immaginarmi dove sono ora, cosa che sta succedendo esattamente in questo momento, ora che sto per compiere trent’anni. Dieci anni fa esatti, il 20 aprile 2008, scrivevo sul mio diario che quel pomeriggio sulle colline di Cavalo con Pippo e Ambro avevamo deciso il nome del gruppo che volevamo avere assieme, ovvero C+C=Maxigross.

 

Commenti

Altri contenuti Musica
GettyImages-885676404_gorillaz_1000-920x584

Gorillaz

Lucca, 12 luglio 2018

Al Lucca Summer Festival l'unica tappa in Italia dei Gorillaz.
Yakamoto Kotzuga_intervista

Yakamoto Kotzuga

Il fascino della dissolvenza

Il secondo album "Slowly Fading", la partecipazione alla prossima Red Bull Music Academy: parliamo con il giovane...
Pink Floyd_accadeva 50 anni fa

Pink Floyd

L'esercito della Salvezza racconta

Nell’estate di 50 anni fa Syd Barrett si congedava dai Pink Floyd con una canzone folle nata...
Efrim Manuel Menuck_intervista

Efrim Manuel Menuck

Il fondatore dei Godspeed You! Black Emperor affronta la sua carriera a cerchi concentrici: dalla solitudine del...
Eleanor Friedberger_intervista

Eleanor Friedberger

In viaggio con l’ex Fiery Furnaces, inconfondibile songwriter al quarto album con "Rebound". Dagli U.S.A. alla Grecia,...
Cat Power_Ode a Chan Marshall

Cat Power

Ode a Chan Marshall


“A volte ricordo che il pubblico è lì davanti e vado nel panico. Allora mi dico: forza,...
100x140-PRINT-CONTORNO.indd

TRI-P

Musica indisciplinata

Dalla rivelazione Moses Sumney ad un veterano come Mark Lanegan, ce n’è per tutti i gusti in...
Medimex 2018_Cartolina da Taranto

Medimex 2018

Cartolina da Taranto

Da giovedì 7 giugno a domenica 10 giugno siamo volati al Medimex, evento Puglia Sounds,...
breeders 1

The Breeders

@Cortile Castello Estense, Ferrara (05/06/2018)

Prima data italiana, in assoluto, per la celebre band delle sorelle Deal, a inaugurare la 23esima edizione...
Yorke Firenze

Thom Yorke (+ Oliver Coates)

@Teatro Verdi, Firenze (28/05/2018)

Prima data del nuovo tour europeo da solista, per il leader dei Radiohead, con il violoncellista Oliver...
Bruno Belissimo_intervista

Bruno Belissimo

Il party del musicista italo-canadese entra nel vivo con il secondo album “Ghetto Falsetto”, all’insegna della disco...
The Breeders_intervista

The Breeders

Icona indie rock, assente di lusso nel nuovo corso discografico dei Pixies, Kim Deal ritorna alla sua...
Greil Marcus racconta Lester Bangs

Lester Bangs

Greil Marcus ricorda l'amico e collega

35 anni fa moriva Lester Bangs. Ce lo racconta il critico rock Greil Marcus, suo amico e...
Downtown Boys_intervista

Downtown Boys

Lottare per la libertà

Spirito DIY, dinamismo a mille, ritornelli killer sparati a pieni polmoni, contenuti di protesta per un mix...
Nils_Frahm_18-10-17_-_Photo_by_Mathew_Parri_Thomas-01_1290_726

Indieclassica

Una piccola rivoluzione in atto

L'unica data di Nils Frahm il 2 maggio 2018 al Fabrique di Milano, ci suggerisce di ripubblicare...