Tom Brosseau

Ritorno alle radici

Ha appena pubblicato "North Dakota Impressions", il terzo volume di una sorta di trilogia dedicata ai suoi luoghi di origine. Nativo del North Dakota, ma losangelino di adozione, Tom Brosseau porterà in Italia a partire dal 4 novembre le sfumature affascinanti e intime del suo cantautorato. Ci ha raccontato per l’occasione cosa si nasconde dietro il suo ultimo disco.
TOM BROSSEAU
Intervista

Come è nata l’idea di realizzare una trilogia?
L’idea per questa serie di tre album dedicati al North Dakota è nata naturalmente. Scrivo molto a proposito di casa mia. Ma ciò che lega questi tre dischi in modo speciale, un modo tale per cui ha senso chiamarli trilogia anziché solo tre dischi di fila, è il fatto che condividono alcuni temi chiave, come il luogo e l’identità. La mia scrittura è più specifica. Ci sono posti, città, persone. Marilyn Hagerty, Emeraldo, il latte al malto. Mi riferisco in maniera precisa a quei luoghi. Ciò che unisce questi dischi è anche il fatto che ho sfogliato i miei vecchi quaderni di appunti per ricercare canzoni che avevo scritto molti anni prima. Canzoni che parlano della mia terra. Le origini del mio cantautorato sono molto presenti in questi album. Si potrebbe dire che dentro c’è la mia giovinezza, i miei primi sogni, le mie prime ambizioni.

 

Mi racconti qualche ricordo personale legato al modo in cui hai iniziato a fare musica nei posti, in North Dakota, a cui ora fai riferimento nelle tue canzoni? Com’era l’atmosfera per un bambino che scopriva la musica per la prima volta e poi, andando avanti, per un teenager?
Ho iniziato a scrivere più seriamente quando ho avuto il mio primo registratore a cassette, che sembrava avere il potere di cambiare l’atmosfera nella mia stanza ogni volta in cui premevo il pulsante di incisione. È importante imparare come dare una forma alle cose perché non siano troppo selvagge. Il registratore era lo strumento giusto per me. Mi permetteva di concentrarmi ed essere più professionale possibile. Non solo potevo registrare le mie canzoni, ma anche riascoltare e assumere un ruolo diverso quando era il momento di fare autocritica. Più avanti nel tempo, ho sviluppato il mio modo di comporre non scrivendo per la musica, ma per lo scrivere in sé. Una volta avuta un’idea, provavo a guardare quanto lontano mi potevo spingere. Senza scrivere la musica, solo i testi. Inizialmente scrivevo con la chitarra, ma farne a meno mi ha liberato da una sorta di limitazione. Aggiungevo la melodia solo più tardi e poi facevo un lavoro di editing, ma solo dopo aver buttato giù l’idea, senza distrazioni. Quando avevo vent’anni e abitavo a San Diego e Los Angeles, in California, scrivevo sempre così.

 

C’è un legame con il tuo album di debutto, che si intitola proprio North Dakota?
Sono convinto che iniziamo tutti con una tematica e poi la portiamo avanti attraverso il corso della vita. In questo senso, tutto è collegato. Quindi, sì, tutti i miei dischi sono collegati. Forse ho cercato dall’inizio di lavorare sullo stesso tema: la mia casa e la mia identità. E forse è quel che continuerò a fare per sempre. Spero solo di avvicinarmi sempre di più all’obiettivo e non allontanarmi. Credo il rischio sia quello di mitizzare le cose. Nel cercare di definire qualcosa sempre meglio, finisci per inventarti qualcos’altro, un mondo nuovo che alla fine è una rappresentazione anche migliore di ciò da cui originariamente sei partito.

 

Avresti immaginato te stesso come sei adesso?
Mi sono sempre visto su un palco di fronte a un pubblico. Sempre. Quel che non sapevo era il lavoro, i chilometri, l’energia che servono per arrivarci davvero. Il mio percorso, però, mi ha dato molta gioia. Certo, non è sempre un divertimento e un gioco. Tuttavia, ho scoperto che ripensare ai momenti difficili è anche piacevole, perché se sopravvivi poi ti chiedi come diavolo hai fatto a farcela veramente. La musica per me non è solo questione di amare la musica o amare scrivere, ma di quanto amo le persone.

 

Mi racconti qualcosa della scelta di includere nel nuovo North Dakota Impressions un brano strumentale come Slow And Steady Wins The Race e un brano particolare come A Trip To Emeraldo, che è una composizione fingerpicking ma al contempo quasi una poesia parlata?
Sono diventato più consapevole di che tipo di dischi voglio fare. Penso alle dinamiche e alla brevità. La mia scrittura è progredita perché si sono ampliati i miei gusti musicali. Adoro la musica folk per violino e i talking blues. Mi piace anche ascoltare i discorsi. Farò anche delle raccomandazioni ai vostri lettori: ascoltate qualsiasi cosa di Narmour & Smith, Carson Robison e l’album A Rare Recording Of William Faulkner!

 

Nella tua musica sembri dare importanza alla ricerca e al gusto per le dinamiche, anche quando usi uno strumento soltanto. Ho avuto questa impressione ascoltando il tuo ultimo disco, ma anche canzoni come Today Is  A Bright New Day da Grass Punks del 2014. Che ne pensi?
Quando lavori, spesso tieni il capo chino e ti concentri solo su quel che stai facendo. Non so quante volte negli ultimi anni l’ho sollevato e in passato lo facevo spesso, per raccogliere le critiche o i plausi. Sono consapevole delle critiche passate e ho i miei standard per il presente. A un certo punto, però, devi smettere di ascoltare gli altri e tornare a lavorare. Devi prenderti dei rischi, provarci. Altrimenti, che senso ha la vita?

 

Mi dici qualcosa della collaborazione con Sean Watkins?
Ne ho tratto tantissimo giovamento. E so che anche lui ha imparato delle cose da me. Non solo è un chitarrista di prim’ordine, è umile, paziente ed entusiasta. Lavorare con lui mi ha reso un chitarrista migliore e più sicuro di me stesso.

 

Sean è un musicista con un background tradizionale, sto pensando a progetti come Watkins Family Hour. Al tempo stesso, ho letto che anche tu hai imparato le prime cose sulla musica dai tuoi nonni e che tua nonna era una musicista di bluegrass. Avete scoperto un passato comune lavorando insieme?
Mi rendo conto solo ora di tutte le volte in cui io e Sean abbiamo condiviso dei riferimenti alla musica folk. Spesso conosciamo gli stessi pezzi. Se suoniamo Bury Me Beneath The Willow, la sua versione è molto più veloce della mia. La mia, invece, è lenta e assorta. Questa è la differenza tra il folk e il bluegrass. Ma il terreno comune c’è e abbiamo imparato ad adattarlo alle nostre esigenze.

 

Cosa dobbiamo aspettarci questa volta dall’imminente tour italiano?
Sono molto grato per il fatto di viaggiare grazie alla mia musica. È divertente condividere il mio stile con il pubblico, che si è dimostrato sempre caloroso, attento e molto ricettivo. Questo mi dà grande motivazione e mi rende certo che darò il meglio di me.

 

Quale sarebbe la tua band da sogno se potessi scegliere di portare con te tutti i musicisti che vuoi e tutti gli strumenti che vuoi ?
Sceglierei un mandolinista, un violinista, un contrabbassista per riempire le armonie e forse aggiungere delle armonie vocali. Sarebbe un bell’accompagnamento e allo stesso tempo penso che non porterebbe via niente a quel che faccio da solo. Mi vedo già sul palco che mi giro verso i musicisti e gli chiedo di fare un paio di pezzi da soli. Non sarebbe divertente ascoltare un piccolo “conocerto nel concerto” di violino, mandolino e contrabbasso? Io potrei suonare la chitarra con loro. Anche se, alla fine, devo dire che mi piace trovarmi da solo su un palco di fronte al mio pubblico.

 

Foto di Carey Braswell

 

TOM BROSSEAU ITALIAN TOUR

4/11 Firenze @ Circolo Arci Progresso
5/11 Torino @ Folk Club
6/11 Bologna @ Nero Factory, An Easy Night With
7/11 Mantova @ Arci Tom
8/11 Roma @ Unplugged in Monti
9/11 Napoli @ Teatro Instabile, Retronuevo V
10/11 Perugia @ Auditorium Santa Cecilia

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