Tribuna Ludu

Danzando sull'orlo dell'Abisso

La band di Federico Fragasso, nostro interlocutore, e Simone Vassallo è tornata con un album, "Le Furie", che unisce in maniera originale rumore e ritmo, l'"Orestea" di Eschilo e la psicoanalisi. Fuoco! (sul progetto fiorentino).
Tribuna Ludu
Intervista e video performance

Dall’esordio del 2009, In Etere, avete impiegato sei anni per arrivare al nuovo album. Che cosa è successo nel frattempo?
Un sacco di cose. Tra queste, la più rilevante è stato uno scioglimento durato circa un paio d’anni. Dopo In Etere, avevamo perso la comunione d’intenti necessaria a portare avanti il progetto, e dunque abbiamo scelto l’unica strada percorribile. Per una serie di casi fortuiti, abbiamo ricominciato a fare qualche concerto nel 2011. Poco dopo, nei primi mesi del 2012, è arrivata la proposta di partecipare a The Next Wave, una compilation che ci ha spinto a lavorare su nuovi brani originali. Da quel momento le cose hanno ricominciato a muoversi: esibizioni live, esperimenti sonori, l’ep di transito Fuoco! (sul quartier generale), e finalmente Le Furie, che abbiamo registrato tra Febbraio e Giugno del 2014.

Musicalmente, Le Furie è più dark e peculiare rispetto al suo predecessore e fa propri elementi molto vari tra loro, che è tra l’altro raro sentire associati alla lingua italiana: avant-rock ed electro-industrial su tutti, ma anche determinanti ritmiche tribali. Come avete sviluppato il tutto? Ritenete di aver raggiunto una formula personale?
Alla base c’era un’esigenza d’intensità. Si trattava di mantenere le premesse di base (ritmo + rumore) passando per vie traverse, svincolandoci dagli stilemi punk-funk/no-wave più evidenti su In Etere che ci avevano un po’ annoiato. L’elemento tribale cui fai riferimento arriva soprattutto da Simone, che fin dagli esordi ha stimolato il nostro interesse verso ciò che viene comunemente definito “musica etnica”: un serbatoio inesauribile di modelli ritmici, che permette di superare gli standard tipici del rock. Sempre da Simone arrivano i flirt con certi terroristi sonori dei giorni nostri, tipo Death Grips o Cut Hands. A livello strettamente personale, la composizione di questi brani è stata influenzata moltissimo da elementi inconsci. Sono riemersi gli influssi assorbiti durante l’adolescenza, nella seconda metà degli anni ’90: l’elettronica arrembante di Prodigy e Chemical Brothers, diversi sottogeneri dell’heavy metal (da cui, credo, derivi l’inclinazione dark cui accennavi), fino all’eurodance più zarra. Per quanto riguarda i riferimenti “alti”, hanno contato enormemente l’opera dei This Heat, la produzione industrial tedesca anni ’80, l’elettronica di scuola Warp. Un tempo, probabilmente, avrei cercato di scongiurare questa commistione di “sacro” e “profano”. A questo giro l’ho abbracciata con estrema gioia. E sì, per rispondere alla tua domanda: ci sembra effettivamente che tutto questo abbia portato a risultati interessanti, a un’identità più marcata rispetto al passato. Sarebbe bello pensare di aver forgiato un linguaggio esclusivamente nostro.

Da un lato i brani sono volutamente respingenti, anche perché spesso crudi a livello testuale, dall’altra comunicano in maniera diretta, tra spirito punk e approccio “pop”. Quanto volete disturbare e quanto invece entrare in contatto con chi vi ascolta?
Su questo disco – ancor più che in passato – abbiamo lavorato per sottrazione, mirando a essere più diretti possibile. Credo che l’essenzialità favorisca la comunicazione fra compositori/esecutori e ascoltatori. Alle mie orecchie i brani suonano “pop” anche in termini musicali. In fondo gli elementi “avant” sono pur sempre inseriti nel contesto della forma-canzone. La vena respingente, o la crudezza testuale cui fai riferimento, sono più che altro frutto di quel menefreghismo creativo cui accennavo, che mi ha permesso di recuperare una passione di vecchia data per l’occulto e l’orrifico. Del resto, l’Orestea si contraddistingue per un immaginario sanguinario, oscuro e magico. Un immaginario che si avvicina molto a quello di certi album black metal. Se ci pensi bene, parlare di Oreste e delle Erinni non è molto diverso dal parlare di Odino e delle Valchirie. Cambia semplicemente l’ambito mitologico. Miracolosamente, questo processo di ritorno alle origini non ha ancora stimolato in noi il desiderio di bruciare chiese. Ma non escluderei a priori la possibilità che, prima o poi, la fascinazione per i falò ci colga.

Ecco, perché un concept sulle Furie/Erinni? E come hai unito immagini della tragedia greca e nessi psicoanalitici?
La volontà di analizzare determinati conflitti interiori ha coinciso con la fascinazione per un’opera letteraria – l’Orestea di Eschilo, per l’appunto – che sembrava rappresentarli perfettamente sul piano metaforico. Puoi vedere le Erinni come la personificazione del senso di colpa: vale a dire del Super-Ego, delle regole e dei vari “non devi” che limitano il pieno raggiungimento del proprio potenziale. Allo stesso tempo, le Erinni sono divinità primitive, legate al sangue, alla terra, alla notte. Incarnano le pulsioni più oscure e irrazionali, il lato dionisiaco dell’animo umano. Quello che si oppone alla ragione e alla luce rappresentata dagli dei Olimpici, e che la psicoanalisi definisce Es. In definitiva, possiamo dire che le Erinni stesse sono il fulcro dell’eterno conflitto fra istinto e ragione. Due fronti contrapposti, all’interno di ogni individuo. Che però devono, in qualche modo, trovare una conciliazione.

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La canzone “rock” può essere quindi aggressiva, orientata a una qualche forma di rottura, e al tempo stesso concettuale, intellettuale? Quanto c’è di istinto e ragione in ciò che fate?
Nei Tribuna Ludu abbiamo sempre lavorato in maniera programmatica per cercare di mischiare le carte in tavola, così da mantenere le cose interessanti. In primo luogo per noi e poi, si spera, per chi ci ascolta. Questo perché il rock – ambito in cui, volenti o nolenti, ci troviamo a operare – vive spesso di cliché. Tanto sul piano musicale, quanto su quello lirico. L’intensità è sicuramente un aspetto importante. Ma non necessariamente la si ottiene con un suono di chitarra saturata. Ciò detto, esiste in noi una componente istintuale piuttosto marcata. Specie dal vivo. Del resto, la nostra è musica basata sul groove, ha premesse primitive. Mira anzitutto a far muovere i corpi, alla trance, nel tentativo di suscitare effetti catartici. Quando ci siamo formati, nelle dancehall fiorentine andava per la maggiore il motto Balla e Pensa.

Come vi siete trovati con Fresh Yo!, una delle etichette italiane al momento più vitali in aerea elettronica e hip hop?
Mentre pensavamo a come diffondere il nuovo materiale, Simone ci ha fatto notare l’attività svolta da Fresh Yo! sul territorio. I loro eventi ci sembravano caratterizzati da grande eclettismo, da scelte musicali raffinate e interessanti. Così, abbiamo pensato che potessero essere le persone giuste con cui confrontarsi. Tanto più che frequentiamo Simone Brillarelli (direttore artistico) ed Edoardo Fracassi (responsabile tecnico) da un sacco di tempo. Con Edoardo condividiamo un certo background (ci siamo conosciuti chiacchierando dei Venom!), il suo entusiasmo nei nostri confronti è stato immediato. Simone è stato fin da subito colpito dalla musica, ma all’inizio aveva delle riserve sui testi. Del resto, comprendo bene come le nostre visioni apocalittiche fossero in contrasto con l’immaginario tipico di Fresh Yo!. Ma, come si suol dire, l’amore vince su tutto. Simone ha finito per appassionarsi al progetto, occupandosi anche di grafica e visuals, insieme con Jonathan Calugi (grafico dell’etichetta). Di recente mi ha persino detto: “Ho bisogno che mi sottoponiate altre idee estreme”!

Da trio a duo dopo l’abbandono di Cristiano Bianchi, poi il reclutamento di Wassilij Kropotkin (Francesco D’Elia) e Lorenzo Maffucci per i concerti. Vi considerate a tutti gli effetti una band di quatto elementi adesso? La nuova line up inciderà sulle prossime mosse in studio?
Con Wassilij e Lorenzo le cose hanno funzionato benissimo, fin da subito. Ognuno di loro ha contribuito a plasmare i brani nella forma dal vivo, mettendoci del proprio. Un esempio di cosa questo significhi è dato dal video della performance Ultra Limen. Si tratta di un medley, comprendente un brano tratto da In Etere e uno da Le Furie. L’interazione fra noi, tuttavia, ha dato vita a qualcosa di radicalmente nuovo, che ci piace riproporre anche durante i concerti “standard”. Quindi sì, al presente indicativo i Tribuna Ludu sono composti da quattro elementi. Stiamo peraltro abbozzando nuovo materiale. Detto questo, capirai bene che, all’aumentare dei membri, aumentano le difficoltà nel conciliare le esigenze di tutti. Non abbiamo più vent’anni, e ognuno vive quotidianamente i propri impegni. Riteniamo inoltre che la cosa più importante per il funzionamento di un progetto comune (e dei rapporti umani all’interno di esso), sia che ognuno si senta libero e felice di partecipare, nelle forme e nelle modalità che ritiene più opportune. E dunque, accoglienza ma nessun giogo. Ne abbiamo anche discusso, concludendo che in futuro potremmo considerare i Tribuna Ludu come un collettivo componibile. Capace quindi di funzionare a partire da un nucleo minimo di due persone, fino ad arrivare a quattro. Dovremo di volta in volta lavorarci un po’ su, ma la sfida è stimolante!

Foto di Claudia Cataldi

 

Ultra Limen – Danzando sull’orlo dell’Abisso, una performance composta ed eseguita dai Tribuna Ludu per Simultanea Spazi d’Arte, Firenze

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