Tricky

Falsi idoli

Lo abbiamo incontrato in occasione dell’ultimo "False Idols" ma più volte negli anni Tricky è finito sulla nostra copertina; grazie ai suoi dischi, ovvio, ma anche perché è tipo che non si nasconde, che va sempre dritto al punto, senza filtri, senza prudenze. Come stavolta.
tricky jack dante

Con Adrian Thaws, in arte Tricky, si è cementata negli anni – e a pensarci bene suona surreale – quella che è quasi un’amicizia: tipo che al momento di incontrarci per questa intervista organizzata per parlare del suo nuovo lp False Idols non solo ci saluta, ma ci abbraccia ed inizia a ricordare aneddoti di cose fatte assieme che, francamente, anche noi avevamo mezzo dimenticato. Ci siamo incontrati la prima volta anni fa, oggi lui ne ha 45, quando lo circondava l’aura di personaggio maledetto e ostile, aura che per certi versi ancora resiste; ma già dalla volta successiva poter passare tempo con lui era semplicemente un piacere, e una festa. Come tra vecchi amiconi. Magari fa così con tutti. Sta di fatto che il risultato sono sempre delle chiacchierate dense e interessanti, in cui non c’è nulla di addomesticato o astutamente edulcorato: per informazioni chiedere alla Domino e al suo boss Laurence Bell, che qui ne escono profondamente bastonati. Per il resto, sappiate che Parigi val bene una palestra.

Te lo chiedo subito: sei stato un false idol?
Lo sono stato fino ad un paio di anni fa e sono il primo ad ammetterlo. Poi mi sono finalmente reso conto di essere una persona molto fortunata. Molto. Sai, il punto è che tutto quello che avevo sempre fatto era basato soprattutto su questioni di ego…

…beh, ci credo, sei un artista, un musicista, è sempre così…
Vero! Esatto! E se già da un po’ di tempo mi ronzava qualche sospetto per la testa, un paio d’anni fa mi sono reso conto di botto, all’improvviso, tutto in una volta, di come stessero realmente le cose. Girare per concerti, prendere aerei, viaggiare, conoscere persone in giro, perfino lavorare in studio: tutto questo in realtà è bellissimo! Bellissimo! Cazzo. Con che coraggio posso lamentarmene. Davvero, con che coraggio. Ricordo ancora adesso le prime volte che mi sono venuti dei dubbi: avevo, se ricordo bene, ventisette anni, ero appena uscito da una session in studio, erano le cinque o sei del mattino, e ho incrociato un operaio che stava già lavorando col suo martello pneumatico; e io avevo il coraggio di ritenermi stressato da quello che facevo?! Lo avevo davvero? Oppure un’altra volta, quando ho conosciuto i genitori di un ragazzo in coma da anni a cui loro facevano ascoltare i miei dischi, ecco, confrontandomi con loro e con la loro situazione mi sono sentito un usurpatore, un falso idolo: io in realtà non ero minimamente concentrato su quelli che possono i veri drammi nella vita. Vedevo solo me stesso, il mio ego, mi preoccupavo se il concerto era stato buono, se il tour era organizzato bene, se la campagna stampa era stata efficace, se i dischi stavano vendendo, se i giornalisti scrivevano recensioni positive. Cazzo, questi erano i miei problemi. Capisci? Ti paiono problemi veri, gravi? Ora me ne sono reso conto.

Penso che questa nuova tranquillità e consapevolezza ti abbia anche aiutato ad avere un rapporto più sereno coi fantasmi del tuo passato musicale: mi pare infatti che questo tuo ultimo album finalmente non abbia più paura di riferirsi al Tricky degli esordi, quello per cui ancora adesso è più riconosciuto e riconoscibile, quello di Maxinquaye.
Bravo. È così. È che proprio quando capisci quanto tu sia un privilegiato, ti rendi conto di come non abbia senso farsi inutili problemi. Soprattutto, ho capito come il centro della mia musica non debba essere io, o almeno non solo io, ma deve essere anche la gente. Con quello che faccio devo rendere felici anche le persone, non solo me stesso. Ora ho la serenità per poterlo comprendere. Il fatto di dover accontentare anche la gente, i fan, invece di complicarmi la vita e di mettermi pressione addosso mi ha reso improvvisamente tutto più facile, più disteso. Non sono mai stato così sereno e così prolifico. Mai.

Ora però occhio, potresti scontrarti con altri problemi: a partire dal fatto che non sei più su una major né su una etichetta importante come la Domino.
Non ho un’etichetta che mi abbia messo sotto contratto, è vero. Mi produco da solo. Sai cosa c’è? È perfetto così. Non mi sono mai sentito così bene. Nemmeno quando passai dalla Island alla Domino, che all’epoca mi sembrava la scelta giusta, eccome: la Domino, figurati, è un’ottima label. Lo dico ancora adesso. Ma hanno un problema: hanno avuto troppo successo.

Troppo successo?
Io ho fatto un errore: ho scelto di firmare con la Domino pensando che avrebbero avuto la stessa attitudine – fieramente indipendente – di un Chris Blackwell (il fondatore della Island Records, NdR). Oh, ’sto Laurence Bell, il boss della Domino, non è una brutta persona, anzi, volendo è anche in gamba ma di sicuro lo è molto meno di Blackwell, che a lui piaccia o meno. Vuoi un esempio? Senti qua: fanno un remix di un mio pezzo, ok?, e me lo fanno sentire. Io ascolto, guardo i tizi seduti attorno a me a partire da Laurence e dico “Fa schifo, è orribile, cos’è questa merda, non esiste che una roba del genere venga pubblicata”. E loro “Ok, non sarà il massimo, è vero, però il tizio che l’ha fatto è un nome caldo adesso, guarda che farà bene a te e al tuo disco avere un remix in uscita fatto da lui”. Capisci con che diavolo di problemi mi dovevo confrontare di continuo?! Questo andazzo è emerso praticamente subito, fin dai primi mesi con loro. Altro che indipendente. Tant’è che dopo un po’ ho chiamato Chris Blackwell, la mia ancora di salvezza come sempre, e gli ho chiesto di aiutarmi, di essere lui a parlare con loro e a difendere i miei interessi al momento di fare scelte operative. Mi raccontava cose fantastiche: una volta lo chiamano in riunione per discutere dei nuovi provini che avevo consegnato e gli dicono “Ehi, ma non va bene, ci sono della parti che non sono tecnicamente ascoltabili”. Lui fa: “Cioè? Che intendete?”. Risposta: “Non si capisce quello che dice! La voce è mixata troppo bassa”. Chris: “Sentite qua, alcuni dei miei dischi preferiti hanno parti in cui ancora adesso non riesco a capire bene le parole, quindi non vedo dove stia il problema”. Laurence, a sentire queste cose, si incazzava. Si impuntava. E sai perché si impuntava? Perché in realtà non capisce molto di musica. Ne sa poco. Molto poco. E per coprire questa mancanza preferisce buttarsi allora su giochetti tipo “Vuoi lavorare ad un nuovo album? No, strategicamente ora è meglio far uscire un singolo”. Strategicamente? Ma cosa stai dicendo? Strategicamente?! Stiamo parlando di musica o cosa? Che poi, non sto dicendo che è sbagliato massimizzare i risultati, ehi. No. Ti faccio un altro esempio molto chiaro, così capisci bene i termini della questione: ad un certo punto volevo fare un ep che coinvolgesse anche Francesca Belmonte (vocalist con cui gira da qualche anno, NdR), Fiona (vai a capire chi!, NdR) e mio fratello, persone che per vari motivi sento vicine artisticamente ed umanamente. Laurence Bell si è opposto… sai com’è, nessuno di loro era sotto contratto con la Domino, non trovava sensato fare un disco che li vedesse in primo piano. E qua capisci perché la sua visuale era ristretta, troppo ristretta: non lo fosse stata, avrebbe capito che una cosa che da sempre caratterizza il mio personaggio è il fatto di dare spazio e luce ad altre persone. È una cosa che mi fa stare bene. Se una cosa mi fa stare bene, faccio cose migliori. Se faccio cose migliori, è la Domino a guadagnarne. Niente, non ci arrivava. Oh, non voglio criticarlo completamente, lui è un grandissimo appassionato di musica. Solo che si è ritrovato addosso, con la label, una fortuna e dei risultati che forse nemmeno si aspettava. A questo aggiungi che è uno che sembra molto umile ma non è che le cose stiano proprio così. Quando è il momento, non ascolta nessuno, non media con nessuno, impone le sue idee. Peccato che non sappia abbastanza di musica, o meglio, della mia musica per avere una discussione decente e costruttiva con me. Zero. Non ci arriva. Se io fossi stato al suo posto, avrei semplicemente detto “Tricky, il budget per fare il disco e la promozione è questo, fai quello che ti pare basta che lo rispetti” sarebbe stato perfetto. Invece no. Cristo, se ripenso a quanti sprechi… Video costati 50.000 sterline l’uno solo perché lui voleva imporre un suo team di produzione, quando sarebbe stato possibile farli meglio e con molto meno. Insomma, al momento di registrare l’album successivo a Knowle West Boy, il mio secondo LP per la Domino, ero già completamente scazzato. E completamente sicuro che non volevo continuare la collaborazione con loro, appena libero dagli obblighi contrattuali.

Tant’è che Mixed Race mi è sembrato fin da subito un disco svogliato, distratto.
Inevitabile.

Mentre adesso con la !K7, che ha preso in licenza False Idols
Guarda, quando ho incontrato Horst Weidenmüller, il capo della !K7, ho subito sentito l’attitudine giusta. “Vedi Tricky, tu devi considerarci come un bottone: lo premi come e quando vuoi, noi eseguiamo”. È meglio così, credimi; ma meglio per tutti, mica solo per me. Ad un certo punto si era deciso che era il caso di fare un video, ok? Phil, il mio manager, doveva portare avanti la cosa, l’aveva addirittura proposta lui. Poi sopraffatto da altro ha trascurato il tutto. Un problema? Al contrario! In questo modo mi sono occupato io in prima persona di produrlo e, credimi, è stato molto meglio così! Ho bisogno di questi stimoli. Ho bisogno di fare le cose perché lo voglio io, non perché lo impongono le tempistiche promozionali. Voglio fare un video perché mi fa stare bene farlo. Ed infatti alla fine, per dire, ne è venuto fuori uno per gioco: stavo in studio a farmi una canna, ad un certo punto hanno iniziato a filmarmi, è venuto fuori tutto gran bene, a costo quasi zero. Peccato che era tutto legato ad una canzone che non doveva essere il singolo, non era radiofonica per nulla. L’ho detto a Horst, e lui “Se va bene per te, va bene per me. Se senti che è la cosa giusta, facciamolo”. Ecco, queste sono le persone con cui voglio lavorare. Persone che si fidano degli artisti.

Ok. Ma fammi fare l’avvocato del diavolo: label più piccola significa supporto più piccolo, e poca attenzione anche alle strategie commerciali amplifica il rischio di un flop. Parliamoci chiaro.
E se fosse? Non mi interessa. Non mi interessano i soldi. Vivo in affitto. In un appartamento. Piccolo.

Dove?
Parigi. Continuo: non guido una macchina, zero. Il college per mia figlia è già pagato. Se a questo punto ho abbastanza soldi per pagare un anno di affitto, e li ho, di cosa altro ho bisogno? Nulla! E quindi non mi interessa quanti dischi vendo, quanti concerti faccio e quanto sono pagati. Avere più soldi e più successo non mi interessa. Che poi, ti dirò, ho come il sospetto che proprio avendo questa tranquillità addosso arriveranno risultati migliori. Anzi, già stanno arrivando: sia dalle stampa che dalla radio ho feedback veramente ottimi per quanto riguarda False Idols. Sembrano tutti presi benissimo (anche il Mucchio, NdR). “Ehi, questo disco è un classico, è stile Maxinquaye. A me pare di aver già vinto.

Scusa un attimo, ma perché Parigi?
Perché la mia palestra di boxe è lì.

Ah beh…
Ok, ok… ora ti spiego meglio. Il punto è che il mio allenatore è diventato non solo un allenatore ma proprio un mio amico, un mio confidente, per certi versi una mia guida. Che poi lui è uno proprio fissato con la boxe, si guarda anche gli incontri su YouTube per giornate intere, figurati. Un altro motivo per stare a Parigi è che lì la vita notturna fa schifo, è davvero tremenda.

E questo è un motivo per starci?
Lo è eccome. Il clubbing lì è così commerciale, la gente è così fighetta… col risultato che non mi viene mai voglia di uscire: perfetto, così lavoro! A me di Parigi piacciono le piccole cose che si possono fare di giorno, camminare per la città, fermarmi nei cafés, comprare da mangiare. Invece la gente che popola la Parigi notturna dei club, beh, mi verrebbe voglia di prenderla tutta a schiaffi. Quindi, sto a casa. Figata. Perché io non sono uno disciplinato, se la notte fosse piena di tentazioni sarei sempre in giro.

Non trasferirti a Berlino allora, nonostante la tua nuova label – o almeno quella che sta prendendo in licenza le tue produzioni – sta là.
Non c’è pericolo, non ti preoccupare. La amo, Berlino. Tra l’altro una cosa incredibile di quella città è che nessuno ti giudica, c’è un’apertura mentale incredibile. Ma quel cazzo di freddo. E la mancanza di sole. No, non potrei.

Cambierà qualcosa nei live che porterai in giro dopo l’uscita di False Idols?
Di sicuro toglierò dalla scaletta tutte le canzoni dei due dischi usciti per Domino. Poi, credo recupererò dei pezzi molto vecchi. Poi ancora, penso farò molti inediti, molte canzoni nuove, molte cose che la gente non ha mai sentito.

Vuoi proprio sfidarlo il tuo pubblico, eh?
Se tu sali su un palco e ripeti ogni sera la stessa set list, una set list magari sensata, dopo un po’ ti annoi da morire. Da morire. Noi ogni sera proviamo a fare qualcosa di diverso, e tentiamo di avere delle set list non scontate. Chiaro, con questo sistema non tutto va sempre bene, di errori e cazzate ne facciamo in quantità. Tant’è che a leggere le reazioni in giro qualcuno parla dei miei come di concerti orribili, qualcuno come di concerti bellissimi; beh, non è un problema, perché l’unica cosa che conta è che noi proviamo a dare il cento percento di noi stessi, e credimi che lo facciamo. Su un palco non devi essere pretenzioso, o bravo; devi essere vero, devi essere te stesso. Questo e solo questo conta, amico mio.

Pubblicato sul Mucchio 707.

DAL VIVO

25 luglio 2013 @ Neapolis Festival
http://www.neapolis.it/

 

 

 

 

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