WOW

I riattivatori

Alla scoperta di una delle rivelazioni del 2014, all'esordio con "AMORE". Quando i noisers si danno al cantautorato tradizionale e Cupido scocca le sue frecce: colpo di fulmine al primo ascolto.
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Ci raccontate il vostro passaggio della scena punk-noise romana al campo, all’apparenza diametralmente opposto, della canzone italiana con la C maiuscola?
Non lo sappiamo spiegare bene neanche noi. Diciamo che ci portavamo dietro dall’inizio la canzone Dove sei, forse la prima che ha scritto China. Poi però ce la siamo presa con molta calma: Leo ci ha messo un anno a trovare tutti gli accordi (“erano tanti…”) e dopo altri due annetti l’abbiamo registrata, un po’ per caso, perché ci siamo ritrovati con i bellissimi microfoni di Tommominollo. Forse dovevamo aspettare di maturare, nel senso di invecchiare, per continuare a comporre in italiano. Un giorno ci siamo ritrovati davanti un vecchio contadino, Salvatore, che ci ha cantato il repertorio che eseguiva da giovane: Melanconica Luna di Gino Bechi, Firenze sogna o Cara piccina di Carlo Buti, tutte canzoni che i nostri nonni ricordano perfettamente e che noi abbiamo completamente rimosso. Salvatore diceva, proprio letteralmente, che riattivava quei brani, e per noi era proprio così: quelle canzoni ci parlavano molto più della roba contemporanea, facevano riemergere qualcosa di dimenticato. L’idea di riattivare certe sonorità, ma anche certi sentimenti antichi, l’abbiamo presa in prestito da Salvatore, ed effettivamente, mentre componevamo e registravamo, ci siamo detti, anche scherzosamente, che avremmo dovuto fare brani che sarebbero potuti piacere anche a nostra nonna. C’è poi da aggiungere che non ci sentiamo soli a esserci mossi in questa direzione: nel giro da cui proveniamo, per semplificare la gente di Borgata Boredom, c’è stato un certo ritorno, storto quanto si vuole, verso una certa idea di cantautorato, pensiamo soprattutto al catalogo Geograph Records: a Grip Casino, Eva Won, Calcutta, Gun Kawamura, Trapcoustic; anche a certe cose in italiano di Manuel Cascone, a Flavio Scutti; agli ultimi dischi di Tab_ularasa, Dolci di fossa è bellissimo. Per tutti questi noisers vale il tentativo di riappropriarsi di una certa tradizione italiana, a partire dagli elementi disturbanti della musica che hanno sempre fatto. Crediamo sia proprio da contrasti come questo, apparentemente inconciliabili, che escano le cose più interessanti.

Vi siete posti, all’inizio del progetto, interrogativi sul pericolo di essere accumunati genericamente a un’ondata retrò?
Boh, no. Poi non crediamo proprio che i dischi si facciano in base a scelte consapevoli a priori, o almeno noi non li facciamo così. Si può dire che mentre registravamo AMORE pensavamo, al contrario, che il disco fosse fuori moda, e la cosa non ci dispiaceva.

Per personalizzare le canzoni di AMORE avete mantenuto un ruspante sound lo-fi, che immagino sia retaggio del vostro background ma stranisce chi si aspetta canzoni del tutto lineari, anche perché sembra avere riferimenti più stranieri che italiani: come vi è venuta l’idea di questo contrasto?
Come dicevamo prima, non è che ci siamo messi a decidere come volevamo fare il disco prima di registrarlo. Tutto avviene, o cambia, a volte prendendo direzioni inaspettate, in corso d’opera. Il suono lo-fi dipende, molto concretamente, dal nostro metodo di lavoro: registriamo con quello che abbiamo (o che troviamo) in modo amatoriale, evitando di impantanarci in questioni tecniche (quante volte abbiamo sentito un gruppo che “non può” registrare perché gli manca, boh, l’amplificatore da 2000 euro o quel compressore da 10.000. Questo è terrorismo della tecnica). Il nostro approccio rimane orgogliosamente autarchico, o do it yourself, anche magari per limiti tecnici, o economici, ma crediamo che questo limite sia una possibilità in più: tu noti il contrasto che si viene a creare, ed è proprio quello che vogliamo perseguire. Come accennavamo, è a partire dall’uso improprio di qualcosa, dall’accostamento di due cose eterogenee, che si apre la possibilità per qualcosa d’altro (si potrebbe prendere ad esempio il collage in copertina di Karen Constance).

Come siete partiti nella composizione delle canzoni? Potrebbero veramente appartenere agli anni 60, datarle è difficile non si avverte discrepanza stilistica, infatti, con una cover come Nessuno di voi di Milva.
Dipende da canzone a canzone. Per la maggior parte dei brani China aveva già un’idea del testo e una linea melodica. Nella scrittura l’approccio è stato passionale e radicale riguardo le questioni sentimentali, ma direi che rispecchia più in generale un modo di vivere. Come dicono gli Oblivians (e Thomas A. Dorsey prima di loro), “you’ve got to live the life you sing about in your song”. Molto degli arrangiamenti deriva direttamente dal modo di scrivere di China: si può dire che anche il suono sia specificamente italiano, più arioso e complementare alla musicalità delle parole. Poi, appunto, dipende dai brani: Sospiro è una canzone di Gun Kawamura, la sua prima in italiano, e l’ha scritta apposta perché la interpretassimo. Gli siamo molto grati perché il pezzo è splendido e credo rimanga in qualche modo giapponese, come Gun, pur essendo un brano in italiano. Per Tu finiras mal invece Leo aveva già un arrangiamento di chitarra, e il testo è stato scritto dopo da Samir e Thibault, il lato francese degli WOW. Veleno ha la musica di Samir (che ha avuto un ruolo fondamentale nel disco; oltre alla batteria, ha infatti arrangiato le tastiere) e il testo l’ha scritto successivamente China. Il Vento nasce da un giro di chitarra di Leo, e poi China ha curato le bellissime parole. Insomma, dipende, si può dire che ogni canzone abbia una storia a sé.

Wow-Amore-CoverAvete appunto coinvolto Kawamura Gun per Sospiro e Karen Costance per la bellissima copertina, oltre alla presenza in scaletta di Tu finiras mal: WOW, quindi, guarda anche oltreconfine senza porsi limiti concettuali?
Boh, direi di sì. Viviamo in un mondo così cosmopolita che è abbastanza naturale. Già noi WOW siamo due italiani e due francesi, viviamo in un quartiere multietnico (Pigneto/Tor Pignattara). Gun lo incontriamo spesso in giro, la canzone gliel’abbiamo chiesta per strada, davanti al Fanfulla. Karen Constance invece non la conosciamo di persona, ci ha fatto conoscere le sue cose Stefano Demented, era venuta a esporre all’ultimo Crack (il festival di fumetti e illustrazioni del Forte Prenestino). Anche fisicamente ci è sempre piaciuto andare in tour, e abbiamo sempre cercato di suonare soprattutto fuori dall’Italia (un grande aiuto viene da Thibault e Samir).

Tornando nel nostro Paese, voi ci andreste a Sanremo se per assurdo foste invitati? Qual è la vostra canzone preferita in assoluto tra i tormentoni d’antan sfornati nei tanti anni del Festival?
Per assurdo, a questo punto, ci piacerebbe andare nell’edizione del ’67, anche solo a vedere, a farsi un’idea… Certo che poter arrangiare un pezzo con un’orchestra sarebbe niente male: per le canzoni di AMORE una sezione di archi ci sarebbe stata a pennello. In ogni caso abbiamo avuto la fortuna di collaborare con Julie Normal, che suona le onde Martenot, uno strumento che ha utilizzato in maniera analoga a quello che potrebbe fare una sezione orchestrale, ad esempio ne Il Vento. Forse le onde di Julie hanno avuto il merito di aggiungere un lato, per così dire, alieno ai brani.

Proprio l’avvicendamento, sul palco dell’Ariston attuale, dai nomi classici tipo Nada o Tenco alle recenti “stelline” dei talent show segna il declino della nostra canzone popolare. Persino in ambito indie si punta spesso su soluzioni facili, da intonare in piazza. A cosa è dovuto secondo voi l’abbassamento dello standard qualitativo nel campo della forma-canzone?
Mah, non sappiamo, è una domanda complessa, e non siamo interessati a prendere una posizione su una questione così generale. Dal nostro punto di vista, però, le cose non ci appaiono così nere: con il computer e con Internet è esplosa la produzione e la scelta di musica, si è su una terra inesplorata. Perché concentrarsi su un’offerta limitatissima che passa dai canali più tradizionali di cui parli, se in più tale musica ti fa pure cagare? Certo, bisogna essere curiosi. Per quello che ci riguarda, quando usciamo di casa ci capita di andare a concerti molto belli, ad esempio gli ultimi di Calcutta erano anche molto emozionanti, o quelli di Grip Casino, o di tab_ularasa (per questi ultimi si tratta di una forma-canzone esplosa). Anche solo bazzicare locali come il Fanfulla (dove di recente c’è stato il fondamentale Baba Fest), il Dal Verme o il 30formiche ci fa scoprire cose nuove, alcune bellissime, altre magari bruttissime, ma, ecco, serve pure quello.

Ecco, fare canzoni di vero pop italiano e al contempo scrivere di un tema come l’amore raddoppia i rischi perché alcuni potrebbero recepire il tutto, superficialmente, come una banalità. Come avete scritto i testi e quali sono i parolieri che apprezzate oggigiorno?
La maggior parte dei testi sono scritti da China. Lei ha una vera e propria ipersensibilità riguardo alle questioni sentimentali, è come dotata di una pelle più sottile degli altri, e la cosa non le rende la vita facile. Alcuni brani sono personali, altri sono immedesimazioni in storie di amici, ma tutti sono autentici, vanno presi seriamente. Qualche volta Leo suggerisce frasi nonsense o parole incoerenti, China difficilmente segue queste indicazioni, credo le sembrino scorciatoie o modi facili per risolvere un brano, e penso abbia ragione, è un po’ una tendenza contemporanea affidarsi a immagini e analogie disarticolate; China in questo va contro tendenza, cercando piuttosto un’articolazione della storia. Non trovo nulla di meno banale: è a sua volta superficiale chi considera tale una canzone solo perché parla d’amore. Sui parolieri contemporanei ti abbiamo in qualche modo già risposto fra le righe: ci piacciono molto le canzoni di Calcutta; il modo di Maria Violenza di mescolare le parole (canta in siciliano e francese, in italiano e in inglese); la genialità dei dischi italiani di tab_ularasa; anche il lavoro recente di Gabriele (Aktion, Holiday Inn), seppure in inglese. In Francia siamo ammirati dalla forza delle parole nelle canzoni di Nafi.

Difficile scegliere, ma i miei brani preferiti sono al momento La gelosia e Il vento: mi rivelate qualcosa in proposito?
Grazie, bella scelta. Diciamo che La gelosia l’abbiamo fatta sull’onda dell’entusiasmo dopo la registrazione di Dove sei, è uscita come lato B nel 45 giri edito da Vida Loca. Abbiamo coinvolto Cheb Samir nel gruppo chiedendogli di registrare il violoncello che si sente all’inizio, e alla fine è diventato il nostro batterista. Credo sia il pezzo che ci ha fatto conoscere in casa 42 Records, tramite Niccolò Contessa, che è sempre stato molto lusinghiero nei nostri confronti. Il vento è la canzone che abbiamo registrato subito dopo, la prima con la formazione attuale. Due nostri cari amici si sposavano e questa è stata l’ispirazione iniziale, ma immagino che poi la storia abbia preso il sopravvento, e una deriva un po’ inquieta, quindi non sappiamo più se possiamo continuare a dedicarla a loro…

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