Bob Mould

Milano 14/10/2016 @ Magazzini Generali

Sarà anche un dinosauro del rock, Mould. Uno che fa quello che molti definirebbero dad-rock. Uno che non è hip e che probabilmente non lo è mai stato. Ma chi se ne frega? Nel 2016, il rombo di queste chitarre è ancora un gran bel sentire.
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Tra tutti i vessilliferi della scena alternativa a stelle e strisce a cavallo tra gli 80 e 90 (J Mascis, Thurston Moore ecc.), Bob Mould si è sempre posto come principale anti-eroe. Fu lui, dopotutto, a scrivere un pezzo chiamato I Hate Alternative Rock, no? Negli anni (prima con gli Husker Du, poi con gli Sugar, infine da solista), Mould è rimasto fedele ad un’idea piuttosto semplice di rock, costruita principalmente sulla triade chitarra-basso-batteria. La dimensione live ci restituisce questo approccio diretto, sfrontato, semplice (ma non semplicistico), se vogliamo romanticamente reazionario. Niente orpelli, niente fronzoli, solo caro vecchio rock. Un muro del suono primitivo, con le sei corde a ruggire per un’ora e venti senza fare prigionieri e sprigionando un’energia probabilmente sufficiente ad illuminare da sola il Pirellone.

Il pubblico dei Magazzini Generali, un quasi omogeneo corpo sulla quaranta-cinquantina, ha così potuto abbandonarsi ad un’estasi chitarristica poggiata su ritmi sempre alti, con pause brevissime o inesistenti tra un pezzo e l’altro, e una voce che non vuole proprio saperne di urlare inquietudini e delusioni.

Mould inizia dall’inizio, inanellando tre pezzi degli Husker Du (Flip Your Wig, Hate Paper Doll e I Apologize), proseguendo con rimembranze sugariane (A Good Idea e Changes), per poi mischiare passato e presente nel resto della scaletta. Spiccano, tra le rappresentanti della sua carriera solista, The End of Things, Hey Mr. Grey e Losing Time (qui molto più dinamiche che su disco). Chiusura del set canonico affidata ancora a una manciata di canzoni della sua prima band, con Something I Learned Today che scatena un accenno di pogo, Hardly Getting Over It (unica concessione alla forma-ballata) e Could You Be The One. Spetta invece a una mirabolante Makes No Sense at All, seguita a Love Is All Around, dare l’arrivederci a una platea che stavolta poga eccome.

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