Eagulls

La rabbia nuda

Contro la svendita dell’universo “indie”. Contro chi vuole etichettarli. Contro gli stereotipi del punk. La band di George Mitchell rifiuta di stare al gioco e le basta un album, denso di passione e angoscia urlata, per dettare le proprie regole.
Eagulls
La rabbia nuda

Nella realtà, George Mitchell non fa paura come quando ulula in Soulless Youth, pezzo che cala il sipario sul primo, ruvidissimo album dei suoi Eagulls. Intercettato a distanza durante la tappa spagnola del tour, il cantante parla di sé e di musica con la precisione tranquilla di un anziano calzolaio che ti spiega la risuolatura come gliel’ha insegnata il nonno. Insomma, non è proprio il cliché del punk “spacco-tutto-vaffanculo”. Il che non gli impedisce di farsi capire, per esempio sul suo scarso interesse per le etichette affibbiate alla band da quando è apparsa sui radar della stampa. Più punk o post-punk? Più Sex Pistols, PIL o Joy Division? “Nel 2014 è dura capire chi è cosa… il termine ‘punk’ non era stato inteso all’inizio per quel che poi è diventato: spille da balia e tartan. Quanto a ‘post-punk’, sembra che i giornalisti impigriti abbiano coniato un nome per tutto quel che è arrivato dal ‘78 in poi. Se vogliamo parlarne, mi sento più vicino alla definizione di post-punk. Ma le etichette restano etichette…”.

Partita nel 2010 da Leeds, città presa nella classica catena di disgrazie che ancora affligge l’Inghilterra del Nord (deindustrializzazione, disoccupazione, impoverimento, disagio sociale), la band pare averne consapevolmente assorbito il malessere per alimentare la rabbia creativa. Ma nulla fa pensare a un’operazione cinica; a cominciare dalla pazienza con cui i cinque hanno trovato un’identità negli anni, fra ep e tour nei circuiti indie. La calma ha funzionato, perché Eagulls, l’esordio su formato LP, è convincente, intenso, pieno d’energia. E ha infilato recensioni entusiaste (inclusa – facciamo coming out – quella del sottoscritto). Ci chiediamo se un 7,5 di “Pitchfork” e un 8 di “NME”, insieme ai palchi del South By Southwest e del CMJ di New York, abbiano dato alla testa di George; se girare in tour oggi sia diverso. “È splendido, ora che l’album è uscito e il pubblico conosce le canzoni: facilita la connessione. Ci nutriamo della presenza della gente. Ma noi restiamo gli stessi, indipendentemente dal successo”, dice.

A proposito di canzoni che il pubblico comincia a conoscere, quel che colpisce è il suono nudo, viscerale. La voce di Mitchell arriva lontana, oltremondana. “Cerco di usare la voce come uno strumento che faccia tutt’uno con la band. Quindi sì, è il risultato che volevamo. Ho usato un’eco spaziale che le dà quest’effetto da ‘fondo della caverna’. È qualcosa che funziona bene a contrasto con il wall of sound del gruppo, esalta la natura scarna dei testi”. Sotto la distorsione cruda, l’album rivela però una forte vena melodica. Un pezzo come Possessed è l’esempio perfetto dell’alchimia fra pop e metallo. Non posso fare a meno di menzionare i maestri assoluti del genere, anche perché di questi tempi il nome di Kurt Cobain è sempre in testa. Ha senso? “Sì, come discorso ha senso, ma lasciamo stare i Nirvana! Noi ci sforziamo sempre di avere una melodia di fondo, è questa che crea la canzone. Puoi essere ruvido, veloce e duro quanto vuoi: senza una melodia non c’è connessione fra chi suona e chi ascolta”.

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Di nuovo quell’idea della connessione. Un concetto che risale fino alla fase creativa: musicalmente, secondo Mitchell le cose migliori vengono dal jamming con la band. “Alcuni pezzi nascono da Goldy (Mark Goldsworthy, chitarrista, NdR) che se ne esce con un riff su cui ci mettiamo a lavorare. Ci diamo dentro tutti insieme, il testo arriva alla fine”. Ecco, il testo. Quanto sia possibile, per George da Leeds, mettere se stesso in questa “connessione” con un ascoltatore indefinito, non è facile a dirsi. “Ci sono cose di me stesso che ho pensato di scrivere e alla fine ho lasciato perdere perché sentivo che erano troppo personali; altre canzoni invece sono racconti diretti di roba che mi succede nella vita… ma alcuni dei testi più personali possono essere cose che tanta gente sopporta (usa proprio il termine ‘endure’, NdR) ogni giorno”. Il processo “comincia dai quaderni per gli schizzi e dai diari, da poesie o scarabocchi. Quando vado a letto tengo un blocco sul comodino per i pensieri che mi vengono, a volte mi fermo per strada e scrivo subito quel che mi passa per il cervello. È quasi una forma di malattia, devo esprimere questi pensieri sotto forma creativa”.

Anche se oggi passa tutto il tempo in tournée o in promozione, Mitchell continua ad avere casa a Leeds. “Lì ho i miei amici. Stare sempre in giro fa in modo che la casa ti manchi, ti fa venire voglia di restarci. Per ora, almeno. Non mi interessa vivere dove gli amici non possano essermi vicini”. No, decisamente non è lo stereotipo del punk; non ricordo una frase del genere da Johnny Rotten. Ma parlare di amicizia, tema così uncool e un po’ adolescenziale, è naturale per Mitchell; l’argomento torna appena gli chiedi del rapporto con la band: “Siamo sempre appiccicati l’uno all’altro. Non capita mai di stare lontani più di dieci minuti e va bene, perché andiamo d’accordo. Siamo come una famiglia disfunzionale, si discute e si litiga, ma torniamo amici dopo cinque minuti; indipendentemente dalla musica, ci vediamo giorno e notte”.

Proviamo a rovinare l’idillio? Quello di cui gli Eagulls non vorrebbero più parlare è l’unica cosa per cui fino a poco tempo fa si parlava di loro: uno sfogo dello scorso anno sul blog del gruppo, in cui Dr. George diventava Mr. Mitchell, finalmente il punk incazzato col mondo. “A tutte le band che si succhiano l’uccello l’una con l’altra e sfregano il clitoride della stampa”, iniziava la lettera aperta. “Il vostro disgustoso afrobeat, il vostro finto accento americano, mi fanno venire la pelle d’oca e innervosire dall’orrore… vi conoscono nell’industria musicale solo perché avete ragazze nella band…” e giù col vetriolo sul mondo ipocrita dei finti indie che se la tirano da rockstar. Da allora, più volte gli Eagulls hanno ridimensionato la storia, spiegando (in sintesi) di essersi solo divertiti a sparar cazzate e pentendosi della pubblicità a doppio taglio. Cosa resta? “Dire quello che pensi e affermare ciò in cui credi ha perso tanto peso negli anni e la gente dovrebbe svegliarsi. Preferisco un artista che fa qualcosa che ha significato, qualcosa di vero, piuttosto che l’ennesimo rigurgito della favola dell’indie”. Amen. Il futuro però è roseo, no? Per adesso non c’è quasi il tempo di pensarci, questo è il momento di diventare qualcuno. Su Google, per dire, George Mitchell cantante degli Eagulls non appare neanche nella prima pagina dei risultati; viene dopo George J. Mitchell (senatore del Maine) e George P. Mitchell (filantropo texano). Non dovrebbe importare troppo a uno che fugge il mainstream come la peste e non riesce ad allontanarsi dagli amici di gioventù. “Il futuro, per ora, lo vedo soprattutto molto impegnato… il che è ottimo. Il prossimo album è costantemente nei miei pensieri, ma con questo programma dal vivo che cresce in continuazione la vedo dura trovare il tempo per lavorarci come si deve. Non vedo l’ora, però!

 

Dal vivo:

16 aprile, Padova, Circolo Mame

18 aprile, Carpi (Modena), Mattatoio Club

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