Fine Before You Came

Roma, Init – 17/01/2015

“Dobbiamo spiegare i motivi di questo tour acustico. Il primo è che siamo diventati vecchi e abbiamo bisogno di star seduti. Il secondo è che abbiamo la necessità di capire quanto sappiamo suonare bene», queste le parole per raccontare la nuova sfida.
fine before you came_mucchio

Non si tratta di un’eccezione alla regola, l’ampliamento delle sonorità della formazione milanese era già evidente nell’ep Come fare a non tornare. Ma ora si va ancora oltre. E la motivazione resta immutata: la “voglissima” di suonare.

Le abitudini della band non si trasformano, prima dell’esibizione Lietti e compagni parlano in serenità con il pubblico. E, nonostante a un tratto il locale sia così ricco di illustri presenze che, tra qualche vagante personaggio di The Pills, sembra di trovarsi all’interno di uno sketch sulla mondanità del Pigneto, non cambiano rotta le frequenze emozionali di questo concerto. Le magliette vendute in gran quantità rappresentano un brand per l’anima più che per l’apparenza. Perché mai come in questo show acustico le parole dei FBYC sono scandite bene. Le grida di dolore sono più dimesse, e per questo ancora più amare. La timbrica vocale talvolta arriva a ricordare quegli anni Ottanta così simili a questo 2015. Il cantante, per la prima volta spesso seduto, quasi come fosse forzatamente legato, riesce a rappresentare pienamente la storia di una generazione che passa “dalle vittorie alle sconfitte senza combattere battaglia alcuna”, ma anche pura e pronta a rimanere se stessa, in attesa del giorno in cui “non farai caso a quanto sporchi sono i miei jeans / e finalmente ascolterai cos’ho da dirti / non è vero che non ho imparato niente”.

I FBYC hanno dovuto credere tanto per arrivare dove sono, e non dimenticano la loro storia che in questa sera, narrata anche dal violoncello di Matteo Bennici, si fa decisamente inte(n)sa. Da Lista a Distanze, passando per un remake da brividi di Magone. Tra una dedica alle fidanzate e un Sasso, l’intro di Discutibile dimostra che anche in assenza della potenza elettrica gli occhi e i pugni degli spettatori possono alzarsi al cielo. Si vorrebbe andare avanti per sempre. Ma i pezzi tramutati in versione acustica sono limitati. Non c’è spazio per bis alcuno. Forse dopo questa trasposizione unplugged dell’hardcore per i FBYC ci sarà il Sanremo citato durante il concerto? Si spera di no, “dopo tutto, quando fuori non piove, non è affatto male”. E in questa notte di gennaio a Roma sembra primavera.

Foto di Eleonora Birardi

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