Franco Battiato

Siena, 15/07/2014

Ph LucaBrunetti--3953

Siena, Piazza del Duomo. Il perimetro alla nostra sinistra, delimitato dalle splendide e longitudinali pareti marmoree, fa da cornice a una serata stellata e indimenticabile. Al centro dell’area è apparecchiato l’emiciclo dell’orchestra Toscanini, alla cui esperienza è affidato il compito di seguire il breve tour di Franco Battiato. Dopo una suite introduttiva, per archi e archetti, si spalanca ai cuori la suggestione mediterranea di Secondo imbrunire: “Cortili e pozzi antichi tra i melograni, chiese in stile normanno e una vecchia caserma dei carabinieri”; per poi passare ai limitrofi Giardini della preesistenza dove fra i gelsomini si palesa l’abbagliante candore della Sicilia. Restando in territori ultraterreni arrivano in successione Un irresistibile richiamo e Testamento, prese dall’ultima – eccellente – fatica di studio Apriti sesamo; dallo stesso lavoro più tardi sarà suonata Passacaglia con la vasta platea che stona e intona: “Vorrei tornare indietro, per rivedere il passato, per comprendere meglio, quello che abbiamo perduto” e sul finale tributa applausi indirizzati al palco.

Da Il vuoto sono proposte Niente è come sembra, Tiepido aprile e Io chi sono?; mentre Tra sesso e castità appartiene alla scaletta del discontinuo Dieci stratagemmi. A seguire la superba cartolina di Veni l’autunno dal dimenticato L’ombrello e la macchina da cucire, viene resuscitata Fornicazione: ”Vorrei tra giaculatorie di versi spirare, e rosari composti di spicchi d’arancia, e l’aria del mare, e l’odore marcio di un vecchio porto, e come pesce putrefatto, putrefare”, su cui viene innestata la gagliarda deriva cosmica No Time No Space. Il resto è una specie d’ouverture di vecchi brani, dove fra gli altri spiccano Prospettiva Nevski, Un’altra vita, E ti vengo a cercare, Te lo leggo negli occhi (di Sergio Endrigo), Gli uccelli, La cura, Bandiera bianca, L’animale e la stupenda, immaginifica, inarrivabile Stranizza d’amuri dove il sentimento infinito e sincero per la regione d’origine è sublimato dall’armonia perfetta di un pezzo intramontabile: “Ccu tuttu ca fora c’è a guerra mi sentu stranizza d’amuri, l’amuri…”. E dolcemente come si era aperto, si chiude il sipario.

 

Foto di Luca Brunetti

 

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