Giardini di Mirò

Covo Club, Bologna – 21 ottobre 2016

Fa strano, con la testa che risuona ancora della chiassosa richiesta di un altro bis dopo il primo già concesso ai presenti, accorsi numerosi in quel del Covo di Bologna, andare ad analizzare la festa per il disco forse più celebre (sicuramente più importante) dei Giardini di Mirò. Fa stano rendersi conto di quanto sia invecchiato bene.
Corrado Nuccini

Le candeline sono 15. Poche, relativamente, in un periodo storico abituato oramai a celebrare trentennali e quarantennali a giorni alterni, ma tantissime se si considera il consumo usa-e-getta di questi zoppicanti anni Zero, e quindi tutti quei titoli rimossi dalla memoria collettiva in una manciata di mesi dalla loro uscita. Per di più al concerto assiste un numero non trascurabile di under-30 che alle spalle molto probabilmente non possiede alcun ricordo legato a questa specifica uscita discografica e ai concerti che ne seguirono. Non c’è l’ombra del sensuale videoclip promozionale di A New Start, passato con una certa frequenza a notte tarda su MTV Italia, o del mini-live a “Supersonic”. In compenso, la curiosità di sentire per intero Rise And Fall Of Academic Drifting si mischia con l’empatia di un pubblico più adulto e consapevole. Rafforzata, oltretutto, da un’aurea storica che indubbiamente ora circonda una delle prime uscite decodificate come post-rock all’italiana – sulla falsa riga di realtà estere come Mogwai e Godspeed You! Black Emperor.

Jukka Reverberi
Jukka Reverberi – foto di Serena Veneziani (http://serenavenezianifoto.tumblr.com/)

I Giardini salgono sul palco alle 23 puntuali per la loro full immersion in ciò che fu ed evidentemente ancora è una delle migliori fatiche degli ultimi tre lustri. Forti di una solida reputazione che alle persone presenti piace come e forse di più delle loro uscite più interlocutorie. La posizione anti-establishment di Jukka Reverberi, ora in forza anche negli Spartiti con Max Collini, l’intransigenza, la costante ricerca formale e culturale nel discorso artistico intrapreso, la quasi totale assenza di visibilità massmediale sono elementi irrinunciabili nel loro percorso e di grande fascino su di un pubblico oramai disabituato a questo genere di approccio al music business. Mancano i visual sullo sfondo come nel passato più remoto della band e in sei dividono l’angusto palco bolognese ricordandosi forse proprio degli inizi carbonari e lungocriniti – nel caso di Jukka – tra il 1998 e il 2001. Prima di quella piccola notorietà che li portò alla ribalta nazionale, pur sempre in un contesto underground, e prima delle collaborazioni internazionali. Le luci praticamente non ci sono, solo quattro riflettori al minimo storico permettono alla platea di vedere il gruppo illuminato ora di rosso, ora di blu, ora di bianco; solo una strobo dietro la batteria rappresenta ogni tanto l’unica vanità di un gruppo concentrato più sul suono che sull’immagine. Allora anche il pubblico torna a fare il pubblico. Ovvero ascolta, con attenzione e partecipazione. Saranno solo gli applausi, tra un brano e un altro, a placare il suono che quasi incessante continua a riempire lo spazio. Non c’è, fatta eccezione per qualche ringraziamento e una sintetica spiegazione di come si evolverà lo spettacolo a inizio serata, bisogno di tanti giri di parole. Basta la musica. Con tutto ciò che (con)porta. Nelle otto tracce presentate con la stessa scaletta del disco (ma eseguite con un diverso ordine) c’è tutto quello che ci si aspetta da sempre a un evento rock che si possa dire tale: qualità, melodia, trasporto, inventiva, visione e lungimiranza. È la capacità di trafiggere i sentimenti, come ammettevano candidamente nel testo di Pet Life Saver quando forse nemmeno loro ci credevano poi così tanto sul serio. Ma alla fine non c’è proprio nulla da fare, solo prendere atto che a questi ragazzi e a questo disco, pur nella consapevolezza di qualche tenera ingenuità formale, si deve tutti qualcosa.

 

Foto di Serena Veneziani

(http://serenavenezianifoto.tumblr.com/)

 

 

 

 

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