Glastonbury 2014

27-29 giugno

La Woodstock britannica ha cambiato pelle nel corso dei decenni, perdendo poco a poco la sua anima di festival alternativo e hippie per assumere quella di uno smisurato rito orgiastico; dove accanto all’evento continua a esistere, comunque protagonista, la musica.
Panorama1

Da dove si comincia un racconto sul Festival di Glastonbury, anno 2014? Dal trito rituale del bollettino meteo e dal solito mare di fango? Per carità. Magari dal “caso Metallica”, ovvero dallo scontato bestiario di opinioni che ha anestetizzato la stampa musicale inglese per mesi, dopo la promozione nel ruolo di headliner dei quattro capelloni unti californiani? Discussione morta prima di nascere: dopo aver visto Jay Z e Beyoncé sul Pyramid Stage, sono tutti sdoganati. E poi i Metallica sono stati la soluzione d’emergenza, una volta saltato l’accordo con Prince (non che il legame del Purple One con il pop indie inglese fosse molto più chiaro…).

Iniziamo invece da un numero: 180mila. Sono le persone che tra il 27 e il 29 giugno hanno trascinato i wellies, gli indispensabili stivali di gomma, in quel meraviglioso angolino di English countryside chiamato Worthy Farm (contea del Somerset, a sud di Bath). Un dato francamente spaventoso per chi, come il sottoscritto, s’immagina a fare la coda con cotanta folla per avvicinarsi a un palco, impugnare l’agognata pinta di birra o fare pipì. Questo per dire che parliamo di una macchina organizzativa da guerra, dell’elefantismo sotto steroidi applicato al concetto di evento musicale; e sorvoliamo sulle statistiche sui milioni di litri d’acqua potabile bevuta o sul fatto che l’elettricità consumata durante il festival equivale a quella usata in cinque giorni dalla vicina Bath (83mila abitanti). Insomma, Glasto è cambiato parecchio da quando 1.500 persone comprarono il biglietto da una sterlina per la prima edizione nel 1970. Sputtanato? Sì, anche: una volta era il festival degli hippies, oggi i fricchettoni devi andarli a cercare su per la collina, in quella specie di zoo socio-culturale che è l’area dei Green Fields; lontano dai baracchini di nachos e hamburger, dall’orgia consumistica che contorna i palchi principali. Lassù li troverai, frange, nastro sui capelli e tutto il resto, per lo più indifferenti alla musica, appollaiati intorno a un bricco pieno di caffè fair trade o intenti a leggersi i tarocchi a vicenda. Per il resto, 179mila soldati dell’esercito dei 180mila sono altrettanto middle class, bulimici ed estranei alla storia di Glasto quanto il sottoscritto. Ci perdoniamo a vicenda dunque, per essere noi stessi la folla che ci sta tra i piedi; in fondo è questo il bello. Perché Glasto è sempre più evento e sempre meno concerto; è rito collettivo, un must-do che trae la sua stessa ragion d’essere dalla quantità abnorme di umanità che gli rende omaggio, anche se è evidente che il modo migliore di godersi la musica dal vivo non è infilandoci un veloce veggie burrito mentre affannato scivoli sul fango perché hai i secondi contati fra la fine di Fujiya & Miyagi nel William’s Green e l’inizio di Jack White al Pyramid. A proposito di Pyramid: senza questa folla, che copre ogni angolino dei chilometri quadrati che vi si stendono sotto a perdita d’occhio, che riempie ogni pixel delle vedute grandangolari nelle photogallery di ogni sito inglese, questa specie di Everest dei palchi rock del mondo sarebbe una qualunque collina dell’Oltrepò.

Meglio godersela, quindi, la massa pulsante che si riunisce intorno al sancta sanctorum il venerdì sera, quando sul palco appaiono gli Arcade Fire da Montreal. Che qui suonarono già una volta, nel lontano 2007 – e fu terribile, a sentire il frontman Win Butler. Oggi è un’altra storia: sulle prime note di Reflektor i fuochi d’artificio accendono il cielo di Worthy Farm e i canadesi piantano la bandiera sotto la Piramide. Il set, assolutamente spettacolare, riprende il pastiche di disco, elettronica e carnevale haitiano che li ha ispirati nell’ultimo periodo (ehm, nota per Butler: non diciamo più corbellerie tipo “a Haiti non hanno mai sentito i Beatles”). Seguono stupore e delirio fino a una Wake Up finale a centomila voci, con il leader della band che annuncia: “Questo deve essere il migliore concerto che abbiamo mai fatto”. Non ho visto gli altri, ma ci sta.

Poco prima, in un pomeriggio interrotto da un nubifragio con grandine che ha trasformato l’idillio campestre in un oceano di fango (ah, finalmente il meteo!), su quello stesso palco i Rudimental avevano diffuso un po’ di good vibes; e Lily Allen, circondata da giganteschi biberon, aveva dedicato il ditino medio di Fuck You all’orco del calcio mondiale Sepp Blatter, corresponsabile, secondo lei, dell’eliminazione dell’Inghilterra dalla Coppa (a onor del vero, Lily ammette anche che una possibile concausa sia il fatto che “we are shit”). Intanto, sull’Other Stage, scena preferita dalle band un filo meno mainstream, un tramonto cinematografico dopo la tempesta regala agli Interpol un momento di grazia mentre presentano Anywhere, dal nuovo album El Pintor. I newyorchesi offrono un set senza tregua, accolto entusiasticamente, e abbracciano dodici anni di carriera da Turn On the Bright Lights a oggi. Un ottimo primo giorno, grandine e tutto. Le ultime pinte della sera accompagnano la folla alla scoperta dell’altra faccia di Glastonbury, quella notturna e completamente svaccata: un rave in cui perdersi e scoprire per caso Jamie XX che mette dischi sotto una tenda, restare ipnotizzati da uno spettacolo burlesque su musica techno o da un concerto con tema sadomaso, finire a spasso nel clima rilassato della gay scene.

Sabato è il giorno dell’eresia-Metallica, ma chi si ferma (a pensarci) è perduto; c’è troppa roba che deve succedere prima, dal trittico Circa Waves, Midlake e Warpaint sull’Other Stage ai volti attesi sotto la solita Piramide nel pomeriggio. A cominciare da quello tutto labbra carnose di Lana Del Rey: non stupitevi, ma il prato fangoso è pienissimo. Il dubbio sul “vero o falso” di questa Barbie depressa resta irrisolto (toh!), ma la tremarella che le viene (come in ogni esibizione live, per la gioia sadica dei forum su Internet) sembra autentica. Ma Lana dagli occhi tristi porta a casa la sua ora di gloria, trovando una voce insospettabilmente sicura e rotonda, lontana dagli imbarazzi di appena un paio d’anni fa al “Saturday Night Live”. Piaccia o meno il tenebrosamente patinato Ultraviolence, in questa chiave neurotico-noir che la vede passeggiare raminga sul palco, il materiale nuovo funziona bene, meglio del datatissimo Born To Die – a eccezione di una Video Games sostenuta sui maxischermi dal video-killer da cui tutto ebbe inizio.

I pezzi grossi arrivano dopo e si chiamano Mister Plant e Mister White. Quando appare di tamburello armato, in versione multietnico-psych con i Sensational Space Shifters, il re leone Robert Plant è in forma smagliante, euforico nel presentare Rainbow, primo singolo dal nuovo Lullaby And… The Ceaseless Roar. Poco a poco però, con il sole che torna a splendere e provoca un’improbabile caldazza, complici la tanta birra ingollata, la stanchezza per il tempo passato in piedi (sedersi a terra vuol dire finire tre metri sotto il fango) e la notte a sfinirsi di danze e libagioni, gli astanti sembrano mollare un po’ il colpo; osiamo dire: distrarsi. C’è chi si dà alla chiacchiera, chi si concentra sul chilli con carne, chi risale il pendio verso un angolo di terra più ferma su cui, finalmente, buttarsi. Plant, come sempre crudele nel negare Stairway To Heaven (ma qualcuno ci credeva?), sembra sentire il bisogno di una scossa: e trasforma una lunga intro di acoustic folk nel riff graffiante di Whole Lotta Love. È come attaccare la spina: i corpi si risvegliano, la gente si alza dalle sedie pieghevoli, le spalle e le anche dondolano, si balla. Chiude con Rock And Roll, e l’appannamento è dimenticato, di questo concerto resterà la sensazione di aver (quasi) rivisto gli Zeppelin nel ’69, e pazienza se è un problema di memoria a breve termine.

Apparentemente già un po’ sbronzo fin dall’inizio, bevendo a canna da una bottiglia di champagne tra un pezzo e l’altro, Jack White si lancia invece in un set fuori controllo, sbandato, comunque strepitoso. Con i Metallica, attesi subito dopo, White vuol gareggiare in rumore, sfoderando un suono fra punk, hard rock e metal. A tratti quasi dimentico di se stesso, spalle al pubblico, avviluppato alla chitarra, il bluesman pesca abbondantemente dal periodo dei White Stripes, oltre che dagli album solistici, alternando la musica a discorsi un filo sconnessi: “Lo so cosa avete passato, in piedi sotto la pioggia, lo so quanto siete stanchi, non ne potete più…”, dice al mare umano sotto di sé. “Non deprimerci, Jack!”, implora qualcuno dal basso. Ma White non sente, si butta in un altro pezzo, ondeggia, e sul finale apocalittico di Seven Nation Army frana addosso al batterista: bum, sono tutti e due per terra, e un instant classic di YouTube è nato.

Finalmente arriva il momento di violare con il metal la sacralità del sedicente tempio del British indie. Nelle settimane precedenti il festival, alla presunta incompatibilità con Glastonbury per ragioni stilistiche, i Metallica si sono trovati sul groppone una zavorra ancora più pesante: come può James Hetfield, membro dell’odiosa lobby pro-armi della National Rifle Association e voce narrante in un documentario sulla caccia all’orso, calcare il palco del festival più eco-friendly e politicamente corretto del Regno? Risposta alle 21:45, quando un attimo prima della comparsa della band in scena, un filmino sui maxischermi mostra un gruppo di orsi armati di fucile irrompere nella brughiera inglese per salvare una povera volpe da una cruenta battuta di caccia. Compiuta l’opera buona, gli orsi si sfilano il costume rivelando i sorrisi beffardi di Hetfield, Hammet & co. La gente (sor)ride, apprezza la provocazione scanzonata alla Jay Z: il quale, da headliner nel 2008, fu accusato da Noel Gallagher di non entrarci una mazza con il rock di Glastonbury (“non sa nemmeno suonare la chitarra”) e rispose salendo sul palco, chitarra in braccio, sulle note di Wonderwall. Da quel momento, il set dei Metallica è un uragano di distorsione e rumore, riversati sul pubblico inerme in quantità atomiche. In linea con le attese, senza sorprese: un anti-climax suo malgrado. Confesso di avere preferito trasmigrare sull’Other Stage per i Pixies. Nonostante gli anni, nonostante Black Francis assomigli sempre più a zio Fester, nonostante Indie Cindy sia un pacco, nonostante il tritacarne macini una bassista dietro l’altra… quando attaccano Bone Machine e Wave Of Mutilation tutto è perdonato. Il back catalogue di questa band è semplicemente tale per cui a ogni brano il delirio sale di una tacca, assestandosi appena su Bagboy e Magdalena (dall’ultimo album) e raggiungendo il culmine nel finale, chissenefrega se scontato, di Where Is My Mind?. Al termine della giornata, gli MGMT raccolgono una folla enorme sotto i tendoni del John Peel Stage, facendole sprecare un paio di fumogeni su alcuni pezzi da Oracular Spectacular prima di disperdene un buon terzo lanciandosi in una prolungata esplorazione delle atmosfere più ambient e meno commerciali del recente MGMT. “Noiooosooo!”, protesta allontanandosi un gruppo demograficamente eterogeneo, fatto di belle adolescenti, palestrati di mezza età e riccioloni in vena di un trip, che aveva sfidato un chilometro di fango allettato dall’idea del clubbing en plein air, non di un po’ di meditazione prima della nanna.

Domenica, un Park Stage quasi deserto offre lo scenario ideale per combattere la sindrome da “Oh no, è quasi finito!” con un occhio curioso al panorama del brit alternative folk; i londinesi The Rails aprono in dolcezza, gli scozzesi Lau scuotono la folla dal torpore del mattino con un set dinamico, twisted, pieno di curve a gomito; i Thunderbirds Are Go chiudono con una maestosa interpretazione orchestrale. C’è anche il tempo di fare la coda per la salita obbligatoria sulla Ribbon Tower, la torre i cui “fan” hanno una pagina dedicata su Facebook, diciassette metri di scheletro ferroso da cui godere del panorama, francamente incredibile, della distesa di tende a perdita d’occhio.

Più giù, sul John Peel Stage, George Ezra fatica di fronte a un pubblico tiepido, facendo venire il sospetto che il fenomeno-Jake Bugg (lui sì un successone, un set elettrico sabato sera e uno acustico la domenica, ugualmente apprezzati) non sia così semplice da replicare. Il pop plasticoso di The 1975 ha vita ancora più dura al Pyramid Stage; che si apre invece in un abbraccio caloroso quando in scena, alle ore 16 in punto, compare la signora Dolly Parton. Ora permettetemi di andare sul personale per una confessione. Va bene che Glastonbury non ha più dell’anima indie degli inizi; ma l’idea di una stagionata cantante country sulla scena più grande di Worthy Farm, pur senza dei grossi clash (accavallamenti di programmazione) in ballo, mi sembrava un azzardo. Non avevo capito niente. Per dirlo con Emily Eavis, figlia del fondatore e organizzatore del festival Michael Evis: “Quello di Dolly Parton mi è sembrato il pubblico più grande che abbia mai visto a Glastonbury”. Ancora una volta: non ho visto gli altri ma ci credo. E Dolly, in tenuta argentea, li ha tenuti tutti in pugno, fra le lunghissime ughie rosse, nonostante un suono tutt’altro che impeccabile, sfoderando lo charme dei suoi sessantotto anni, fatto (anche) di senso dell’umorismo e non poca autoironia, sempre capace di raccogliere una manciata di striscioni inneggianti al seno debordante; fingendo, nell’introdurre Jolene, che sia una storia vera quella della sua lotta con la donna che voleva portarle via il marito, per poi concludere: “Ora che sta a sonnecchiare coi suoi capelli grigi in poltrona tutto il tempo, il mio uomo, la invito ufficialmente a venire a prenderselo”.

Restano gli ultimi fuochi, ma sono fra i migliori. Nella periferia chic del Park Stage, la sagoma sottile di St. Vincent al tramonto è una carica di esplosivo cyberpunk, concentrata in un proiettile e sparata sul pubblico: l’elettronica intarsiata dalla sua chitarra abrasiva riesce a essere insieme glaciale e sanguigna con la stessa facilità con cui passa da ritmi dance alla sperimentazione più destrutturata. Un momento Annie Clark appare immobile, robotica sul palco; un attimo dopo è sulla transenna, in una posizione fisicamente impossibile che costringe un addetto alla sicurezza a salvarla da se stessa; infine sale sul podio allestito sullo sfondo della scena per lasciarsi scivolare lentissimamente verso il basso. Gli spettatori non sono molti, per gli standard di Glastonbury; ma chi c’era, se ne ricorderà. Chiudono, ventiquattr’ore dopo gli invasori del metal venuti da lontano, gli headliner virtuali, i più attesi dagli irriducibili del britpop vecchio e nuovo: i Kasabian da Leicester. I quali realizzano perfettamente l’importanza dell’occasione, come dimostra l’intenzione di eleganza del frontman Tom Meighan (ma giacca bianca e papillon nero fa un po’ cameriere); il quale non resiste alla sindrome dell’Underdog, ricordando come “dieci anni fa aprimmo al mattino sull’Other Stage”. La maglietta scelta stasera dal chitarrista Sergio Pizzorno, dopo tante trovate bizzarre del passato, è sobriamente dedicata al nonno Wilfred in cattiva salute. Incertezze estetiche a parte, il set è perfetto: persino i pezzi dell’ultimo album, l’ancora poco convincente 48:13, tengono botta, intercalati in una raffica di colossi da far tremare il suolo sotto il peso collettivo di cento-e-chissà-quanti-mila wellies che saltano insieme con Shoot The Runner, Days Are Forgotten, Club Foot, Empire, Vlad The Impaler, Fire, eccetera, fino alla conclusione a sorpresa con una cover di Praise You di Fat Boy Slim (che sfocia in L.S.F). Giù in basso, l’accavallarsi di lacrimogeni, con fuochi, fumi e un agitarsi indistinto della massa creano un’immagine vagamente da guerra di trincea, che riprende il filo, senza volerlo, dei fuochi d’artificio degli Arcade Fire. È delirio. Ma dura poco: spente le luci, si iniziano ad arrotolare le prime tende, la gente sfila lentamente verso l’ingresso, dove i pullman cominciano a fare la spola notturna verso Londra e verso Bristol. Ma non tutti: qualcuno non ci pensa e giustamente si gode l’ultima notte di baccanali, andando in cerca dello spettacolo sadomaso che la sera prima non era riuscito a trovare, aspettando che il sole torni a schiarire la punta della Piramide perché di doman non v’è certezza.

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