Jenny Hval

Rich Mix, London 28/02/2017

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Seguire il percorso di Jenny Hval significa osservare l’evoluzione di un progetto multimediale che all’artista piace rivisitare, cambiare e interpretare in maniera diversa anche solo a distanza di pochi mesi. Quando uscì Blood Bitch, Hval parlava di vampirismo e sangue mestruale come fonti d’ispirazione e chiavi di lettura del disco. A fine 2016, quando l’album compariva praticamente in tutte le liste di fine anno, Hval diceva di aver già “superato” quelle due immagini: Blood Bitch si era trasformato in un disco-riflessione sul rapporto tra arte e opposizione.

Quando la intervistammo nel 2015 in occasione dell’uscita di Apocalypse, Girl si finì a parlare, tra le altre cose, di Safe di Todd Haynes, un film che, come Deserto Rosso di Antonioni trent’anni prima, investigava il rapporto conflittuale degli esseri umani con lo stile di vita e il paesaggio post-industriali. Grandi film, grande arte. Oggi, praticamente agli antipodi, Hval guarda ai b movie come esempi di (non) arte imprecisa, grossolana e ripudiata dalla critica. Osservando i suoi show, tra parrucche arruffate, fallici palloncini e un trucco a metà strada tra vampirismo e zombieficazione, l’influenza dell’estetica di film e filmacci di serie b è più che evidente. Ma con quale obiettivo? Una risposta a questa domanda si annida fra le trame sonore di Blood Bitch, nel brano Untamed Region. La voce di Adam Curtis, tratta dal suo documentario Hypernormalisation, recita: “Viviamo in un vaudeville costante, fatto di storie in contraddizione fra loro, che rendono impossibile l’emergere di forme di autentica opposizione, dal momento che queste ultime non sono in grado di contraddire lo status quo con una propria, coerente narrativa”. Nel suo documentario, Curtis tenta di dimostrare come le “teorie del caos” proprie delle avanguardie artistiche siano state appropriate dalla retorica dei politici di stati come la Russia, il Regno Unito e gli Stati Uniti per giustificare il corso ininterrotto del capitalismo, proposto come unica soluzione al disordine. Se, come dice Curtis, le narrative di opposizione della grande arte (ma anche della cultura pop, pensate al punk) sono già tutte state cooptate, Hval si rivolge all’arte di serie b con rinnovata curiosità: “Per caso questo tipo di arte viene ripudiata perché le sue strategie sono troppo imprecise”, si chiede, “troppo triviali (troppo umane?). Forse è arte inutile alle politiche del potere?”.

Untamed Region è il picco di questo concerto sold out londinese. Il sample di Curtis si trasforma in un semi-indistinguibile lamento, le luci avvolgono di rosso una Hval incappucciata mentre si interroga su questi temi tra field recordings e qualche beat. Hval poco prima ci ha invitato a prendere degli adesivi gratuiti da lei prodotti con su scritto, bianco su nero, “NOT SAFE FOR CAPITALISM” e ad appiccicarli in giro per Londra. “I have big dreams”, sussurra: come darle torto. Nonostante le sue teorie e provocazioni, Hval riesce a intrattenere il pubblico con leggerezza, trasformando le sue personali ossessioni in battute tra un brano e l’altro. Spiegandoci il suo costume purpureo tutto protuberanze ci dice: “Vesto il mio corpo alla rovescia. Con tutto quel sangue pronto a fuoriuscire è una gran cosa che abbiano inventato la pelle”. Accompagnata da tuba e tastiere, Hval alterna le parti più sperimentali del set a versioni marcatamente dance dei suoi brani più catchy, su tutti Secret Touch e Period Piece. Tra lo scoppiettare della drum machine e la sua voce squillante, è davvero impossibile astrarsi da ciò che accade sul palco. The Great Undressing si trasforma in una sorta di danza propiziatoria (“capitalist workout”, lo definisce lei scatenando una risata) e il pubblico sfida l’affollamento del Rich Mix per unirsi ai suoi movimenti.

Considerata la portata concettuale della sua visione, la sua scelta di immagini forti, nequivocabilmente femministe, e il continuo ricordarci il suo senso di responsabilità nel “pensare in grande” (“think big”, diceva in Kingsize), Jenny Hval non si direbbe un’artista di facile successo. Eppure quando arriva la sua “hit” Conceptual Romance, in chiusura, ci ritroviamo tutti con gli smartphone per aria a canticchiare all’unisono: “Non so ancora chi sono / ma ci sto lavorando”, come se niente fosse.

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