Arcade Fire

Roma, Ippodromo delle Capannelle - 23/6/2014

Per descrivere cosa sono gli Arcade Fire dal vivo probabilmente basta una sola parola: GIOIA, urlata o scritta a caratteri cubitali e con più colori possibile. Chi c'era quella sera a Roma non si è pentito: gioia per orecchie, cuore e occhi. Il carrozzone canadese mette in piedi uno spettacolo magniloquente come e più di loro e curato nei minimi particolari (effetti visivi, passerelle per duetti a distanza, maschere e quant'altro), coniugando danze sfrenate e commozione, intimismi e caciara.
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Mi sono sempre domandato, in questi casi, fino a che punto si possa parlare ancora di veracità e dove invece il tutto sfoci nella leziosità, nel meccanico. Gli Arcade Fire sembrano invece crederci in quello che cantano e suonano: Win Butler, che assuma le sembianze del predicatore o quelle dell’amante o quelle dell’inguaribile nostalgico, trasuda convinzione. E ogni serata vien fuori diversa da quella precedente, complice anche la propensione per l’ensamble di Montreal per i cambi di scaletta.

Avevo già visto gli Arcade Fire a Kansas City (in aprile) e a Barcellona in occasione del Primavera Sound Festival. Lì avevano iniziato rispettivamente con Here Comes The Night Time e Reflektor; ora tocca a Normal Person, dopo aver “cacciato” i loro alter ego con bobbleheads che avevano iniziato a suonare Rebellion (Lies). Ecco, di questi tre live quello di Roma è stato quello con la partenza più azzeccata. Il boogie Stones di Normal Person è praticamente perfetto in apertura, con quel ritornello deflagrante che setta il tono della serata sulla modalità festa. Poi subito Reflektor, quindi l’ibrido Clash circa Sandinista – Peaking Lights di Flashbulb Eyes e Power Out con l’ormai solita transizione noise in Rebellion (Lies)(stavolta sì). Butler e soci sono soliti tirar fuori dal cilindro un pezzo che non suonano spessissimo in questo tour: a Kansas City toccò a Empty Room, al Primavera a Rococo; a Roma è la volta dell’escrudescenza punk di Month Of May (a Verona, il giorno dopo, proporranno We Used To Wait).

Ritmi che calano (il pathos neanche a parlarne) giusto il tempo di The Suburbs e The Suburbs (Continued), per poi risalire prontamente con la doppietta Ready To StartNeighborhood #2 (Laika) che scatena il visibilio in un’Arena Concerti delle Capannelle gremita di accoliti di ogni fascia di età (e quando dico “ogni” dico che ho visto due signore sulla settantina, di cui una con un girello – e non scherzo. Chissà se ballava anche lei – al Primavera un tizio a un certo punto sollevò al cielo le stampelle e tutti pensammo al miracolo.)

No Cars Go migliora anno dopo anno: a questo giro il valore aggiunto è dato da bordate di synth mesmerizzanti date da un Will Butler (fratello del frontman) come sempre in un mondo tutto suo, rigorosamente in trance mentre si dimena in movimenti del corpo (e del ciuffo) non a norma di regolamento (ma d’altronde “Is anyone as cruel as a normal person?”). La tripletta successiva è tutta per l’ultimo gioiello Reflektor. Prima We Exist, che dal vivo acquista un triliardo di punti (più elettrica, più danzereccia e più epica rispetto alla versione su disco), quindi la digressione nel mito di Orfeo ed Euridice con Afterlife (un pezzo che ti fa ballare e piangere allo stesso tempo) e It’s Never Over (Oh Orpheus) (prima di Afterlife versione tribal-dub di My Body Is A Cage, convincentissima anche senza la parte finale con l’organone). It’s Never Over è probabilmente l’apice emotivo e visivo del concerto: Win rimane sul palco, mentre Régine percorre la passerella per andare a cantare sul B-stage in mezzo al pubblico. Alle sue spalle una figura vestita interamente di nero con delle ossa disegnate sul davanti la bracca per tutto il pezzo (simboleggia la morte che insegue Euridice mentre percorre, dietro ad Orfeo, il tunnel che la riporterebbe in vita). Si può quindi ammirare Win che canta robe strazianti del tipo “Hey, Heurydice! I will sing your name ‘til you’re sick of me!”, mentre alle sue spalle, sul maxi schermo, viene proiettata questa scena tra il macabro e l’incantevole del visino di Régine e di quello meno rassicurante del tizio (o della tizia) in maschera. Orfeo non resiste, nella reflective age l’occhio deve essere soddisfatto: si gira, e addio per sempre Euridice. Troppo magone, e allora ci pensa ancora la Chassagne a chiudere il main set con Sprawl II (Mountains Beyond Mountains) e sventolando i suoi ormai proverbiali nastri colorati.

E finalmente la domanda con cui mi sono lambiccato il cervello per due settimane troverà risposta: i Nostri apriranno l’encore con un omaggio all’Italia (sono soliti suonare cover di artisti del Paese o addirittura della città in cui si esibiscono), sì, ma con cosa? Desideravo ardentemente sentir cantare Butler in italiano, e invece scemo io a non pensare che a Roma la bobblehead di Papa Francesco sarebbe stata perfetta. Dagli speaker risuona Pie Jesu Domine, mentre Win torna sul palco con tunica bianca e testa del Pontefice, appunto, per un qualcosa che a mio parere non ha avuto nulla di blasfemo (tra l’altro secondo me Win ci crede pure, magari senza tutta la stima del mondo per alcuni missionari presi di mira in Here Comes The Night Time, ma con lo spirito di un novello Martin Lutero che vuole andare al cuore della questione e che fa domande scomode come “If there’s no music up in Heaven then what’s it for?” per poi però confessare “When I hear the beat the Spirit’s on me like a live wire”.)

E’ il momento proprio di Here Comes The Night Time, è il momento in cui un frammento di carnevale haitiano prende vita, è il momento dei coriandoli. Milioni, a inondare la platea. Keep The Car Running è l’ultima meravigliosa chicca prima della chiusura affidata come di consueto all’inno generazionale di Wake Up, un pezzo che con tutta probabilità fra un secolo ricorderemo come un pilastro di questi anni 10. Così come gli Arcade Fire.
Ma perché? Perché nella band e in ogni loro show risuona un campionario di sentimenti contrastanti e appiccicati che godono però di luce propria: dolore, rabbia, disillusione, vita, morte, rinascita. La gioia degli Arcade Fire ha il volto di Régine, una fatina tuttofare (oltre a cantare, suona fisarmonica, batteria, tastiere, bonghi, glockenspiel e altri aggeggi che francamente non saprei nominare) che quando saluta con un “Grazie” ci liquefa. Una fatina che sorride per tutta la durata del concerto nella maniera più spontanea e contagiosa di quella gioia che in questa “reflective age” profetizzata da Kierkegaard a metà 800, a pensarci, è l’unica possibile.

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