Peter Gabriel

Torino, Palalpitour - 20/11/2014

L'ex Genesis torna nel capoluogo piemontese per l'esecuzione integrale dell'album "So", in occasione del suo venticinquennale.
petergabriel_defassivalentina

Magnifica spesso, progressiva sempre. Qualcosa che l’opera di Peter Gabriel non ha smesso di fare, dentro ma soprattutto fuori i castelli dorati dei Genesis, è guardare avanti. Talvolta di lato – come quando con il WOMAD prima e quel che ne è seguito ha sollevato il velo di Maya sulle musiche del mondo extraoccidentale – ma mai indugiando nello specchietto retrovisore, se non per il tempo di una famigerata reunion. Per questo la scelta di riportare dal vivo il titolo più significativo dei suoi anni Ottanta, almeno sotto il profilo delle vendite, può aver spiazzato qualcuno. Al contrario, devono averla accolta come una manna i tanti in platea che lo ricordano al Palasport di Torino quel 30 settembre del 1980; gli stessi che ora si ripresentano con una trentina d’anni e una famiglia in più, coltivando la segreta speranza di rivederlo “fare la scimmia”. Non lo farà. Gabriel è invecchiato nella consapevolezza dei suoi crescenti limiti di performer e, nella fattispecie, pure di cantante, considerando una recente bronchite che gli renderà proibitive le note più alte. Resta l’ingegno con cui costruisce due ore di uno spettacolo che va gradualmente a complicarsi.

Tre portate, “come in un menù”, dove l’antipasto consiste in un’esibizione acustica a luci ancora accese. Apre l’inedito What Lies Ahead, primo brano autografo da otto anni a questa parte che, se tanto ci dà tanto, preannuncia un album dagli umori confidenziali. Di Shock The Monkey ci si sbarazza praticamente subito, seconda della scaletta in versione stomp con David Rhodes alla chitarra acustica. Le parti più spettacolari troveranno posto più avanti, quando tra luci, proiezioni e sculture mobili, il cantante inglese e i suoi sodali si cimenterannno in coreografie stile “ginnastica morbida”. Dapprima cacciatore e poi preda di tre altissime gru con i riflettori che gli vorticano intorno, ora agguanta la camera con forza e ora le si arrende schiena a terra. Quella che Peter Gabriel sta mettendo in scena è la dialettica tra uomo e macchina, segreta protagonista dai suoi primi lavori solistici che abbinavano temi umanistici (e umanitari) all’uso di tecnologie grandemente sofisticate.

Solsbury Hill, No Self Control e The Family And The Fishing Net si succedono una via l’altra, poco prima di cedere il passo all’esecuzione integrale di So. Corrispettivo del terzo piatto, è il momento più divertente e funky della serata anche se, inevitabilmente, quello più prevedibile. I megaschermi vengono investiti da un diluvio rosso per Red Rain (ehm…) e subito dopo l’attesissima Don’t Give Up vedrà nei panni che furono di Kate Bush una convincente Jennie Abrahmson – la corista svedese che, insieme a Linnea Olsson, aveva aperto il concerto. “For a job so many men / So many men no one needs”: i versi di incoraggiamento per gli uomini rimasti senza lavoro concepiti sotto l’egida della Thatcher tornano attuali in epoca di neothatcherismi. Accade lo stesso sul bis di Biko, con dedica in italiano (i pizzini in lingua sono gli stessi di quarant’anni fa) ai quarantatrè studenti scomparsi in Città del Messico (“It was business as usual / In police room 619”). Il gran finale, con il volto dell’attivista antiApartheid proiettato su uno sfondo rosso e i pugni alzati del pubblico, riesce retorico ma anche meno datato di quel che potrebbe apparire. Spesso il destino di chi è abituato a guardare avanti è quello di vederci lungo.

Foto di Valentina Defassi (www.valentinadefassi.com)

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