Premio Tenco 2015

Teatro Ariston, Sanremo - 22-24/10/2015

Un titolo così, “Fra la via Aurelia e il West”, non poteva non avere a che fare con Francesco Guccini. Quest’anno è stata un’edizione decisamente convincente, ricca di spunti e con un eclatante esito finale.
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La prima bella notizia: finalmente il Club Tenco ha una sede stabile. È situata nell’ex-stazione ferroviaria, è spaziosa e si possono organizzare incontri, mostre, proiezioni. Sempre super affollata durante gli incontri pomeridiani. Anzi, nel pomeriggio dell’ultimo giorno (tema: Guccini romanziere e scrittore, con l’extra degli oggetti e delle usanze cadute nell’oblio), era più la gente fuori che dentro. Perché l’affetto, la stima e la passione per Guccini è qualcosa che era ed è straordinaria. Ed è bello sentire fra queste mura un rimbombo romagnolo che recita più o meno così: “Oh ragazzi, sto bene, sono vivo, qui conviene toccarsi i cosiddetti” e l’ironizzare sull’età che impetuosa avanza tra un Guccini, uno Staino, un Carlo Petrin. E dove tutto corre a testa alta e a pari passo con La locomotiva, che sbofonchia, si inebria di colore rosso, stantuffa implacabile nel corso del tempo. L’azzecca in pieno Elisabetta Malantrucco quando sostiene: “Il Tenco è un luogo di scambio, di certezze, di possibilità, di incontri, di ricerca, di calore, di conoscenza e riconoscenza […] il Tenco 2015 non è stata una celebrazione del Cantautore, con la C maiuscola, che ha deciso di smettere di cantare: è stata una bellissima festa organizzata per un caro amico, che di quella comunità non solo ha fatto parte (e continuerà per sempre), ma che l’ha fondata e a essa ha dato senso, forza, riconoscibilità, suono (e anche un certo elevato tasso alcolico, ma questa è un’altra storia)”. 

All’Ariston c’è la folla delle grandi occasioni (e nell’ultima serata qualcuno è rimasto pure fuori). Tutti gli artisti che si sono esibiti non hanno deluso: si va dai brividi lungo tutto il corpo al sette meno, e a essere un po’ ostici al sei virgola cinque (gli ultra citazionisti de La Scapigliatura e Appino un po’ sottotono). Comunque, nessuno, ma proprio nessuno, ha deluso. Caso a sé la presenza di Leonardo Pieraccioni (qui per amicizia con il Maestrone, che si sforza di fare il simpatico e tutto sommato non rompe più di tanto, esegue Venezia confondendosi un po’, perché la firmò Giampiero Alloisio e non il residente a Pavana). C’ero e non c’ero: Samuele Bersani che non ha potuto esibirsi causa dolorosissima laringite e Vinicio Capossela che invia una toccante e affettuosa missiva. Se un numero uno ci deve essere per forza, questo è stato John De Leo: voce multidirezionale, accompagnato da un fantasioso e folto ensemble e che fa della gucciniana Il pensionato un caso a sé, fuori dalla diaspora troppo fotocopia dell’originale oppure tentativo mal riuscito. La sua versione è un valore aggiunto, e scusate se è poco. Benissimo anche: Cristina Donà, grande padronanza del palco, immersa nel suo Universo che ben trasmette alla platea ed è particolarmente abile nel donare immaginari incontaminati e puri. Carmen Consoli, che appare sul palco tra le luci soffuse e in meno di un secondo inaugura la sua esibizione con Il vecchio e il bambino. A seguire, un set tutto e splendidamente virato rock. Ed è pure tutto al femminile: lei con la chitarra color rosa e darle supporto bassista e batterista particolarmente trascinanti. Mauro Ermanno Giovanardi che gioca sull’arte degli incontri: nel centro di Milano, a tu per tu con una lama e raggiunge l’apice quando si inventa una rilettura “sequenziale”. Si tratta di Je t’aime di Gainsbourg  gemellata con Dio è morto: geniale.

La vera rivelazione è stata Vanessa Tagliabue Yorke. Voce splendida, franco modo di porsi sul palco. Accompagnata dall’Orchestra Sinfonica di Sanremo, per l’occasione, diretta da Vince Tempera, ha raccolto lunghi applausi. Le “sue” Radici, Cyrano, Canzone quasi d’amore sono stati incessanti flussi emozionali. Bobo Rondelli commuove quando dedica una canzone alla madre scomparsa e ha la capacità di rendere ancora più sanguigna L’avvelenata usando l’ukulele. Cesare Basile, la sua Sicilia in lungo e in largo, di ieri e di oggi, tinta di blues e di inventive rock e nella sua band pure Lilith (ex- Not Moving) e Rodrigo D’Erasmo  (Afterhours). Bocephus King è uno storyteller coi fiocchi e uno scalpitante rocker. Un mostro di simpatia, che gira scalzo, bacia tutti indifferentemente, ravviva con brani rock delle origini le “adunate” del dopo Tenco (dove si fa il punto della giornata, si cena a notte fonda, si susseguono jam session e finalmente quest’anno si balla). In più, con forza arcana, rilegge in inglese Autogrill ed è un bel gradire.

Hanno fatto pure bene: Vittorio De Scalzi che accompagnato da Mauro Pagani e da Edmondo Romano ha aperto la rassegna riproponendo “Auschwitz”; l’Orchestra Nazionale dei Giovani Talenti del Jazz diretta da Paolo Damiani (si tratta di un “assembramento” di solisti e non di semplici orchestrali); Roberto Vecchioni, tra Don McLean, le mai spente luci a San Siro e la recitata e non cantata Bisanzio (per me, tiene a precisare, è più una poesia che una canzone); i tocchi chitarristici come gemme preziose di Armando Corsi; la voce celestiale di Jacqui McShee (Pentangle); Pacifico e il suo tempo ravvicinato ed estrapolato da L’ultima Thule; i Tètes de Bois, paladini della canzone sociale e quindi a proprio agio tra Ferrè e Guccini; Giovanni Truppi di cui si fa un gran parlare e che esegue una canzone “scioglilingua”,  iper-velocizzata e battagliando con la sua chitarra. Finale col botto con alcuni musicisti che hanno accompagnato Guccini nella sua lunga carriera (Flaco Biondini, Jimmy Villotti, Antonio Marangolo, Vince Tempera, Deborah Koopermann, ecc). Ci sono mestiere, suoni compatti e incivisivi ben lontani dal capolinea… e noi (non) ci saremo.

Targati: Mauro Ermanno Giovanardi, Il mio stile (migliore album); Cesare Basile Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più (migliore album in dialetto); La Scapigliatura con l’omonimo album (opera prima); Tètes de Bois, Extra (migliore interprete); Samuele Bersani/Pacifico con Le storie che non conosci e Cristina Donà/Saverio Lanza con Il senso delle cose (migliore canzone ex aequo). Premiati: l’artista Jacqui McShee (“ha sublimato il patrimonio popolare della musica inglese con colori e magie al di là di ogni confine spazio-temporale”) e all’operatore culturale Guido De Maria (“il disegnatore che ha creato tanti personaggi popolari e ha portato il buon fumetto in televisione, ha sempre camminato a braccetto con la musica e la canzone, soprattutto vivendo, divertendosi, mangiando, cantando e bevendo insieme a Francesco Guccini”). E allora, parafrasando Vittorio Gassman ne I soliti ignoti viene da ribadire: “Tu… tu… tutto scientifico”.

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