Primavera Sound

Barcellona - 28-29-30/05/2015

Uno dei tanti possibili sguardi alla quindicesima, ricchissima edizione del festival spagnolo.
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Day  One
Il “day one” del Primavera Sound 2015 inizia subito con uno dei concerti più attesi. Nell’elegantissimo Auditori c’è Panda Bear. Lo show si apre con un’esplosione cacofonica di suoni che progressivamente va a comporre la toccante You Can Count On Me. Il live è un’esperienza unica grazie ai visual spettacolari, una “marmellata visiva” che mescola spezzoni di pubblicità, cartoni animati, frutta, dolciumi, bocche invitanti e danze sensuali di modelle-aliene in una sorta di “vanitas” in clip. Due le immagini ricorrenti: un’inquietante morte incappucciata, che ci invita a seguirla e poi fa segno con la mano che ci taglierà la gola, e una fantastica vagina pulsante psichedelica. Un trip tra la vita e la morte a rispecchiare perfettamente il tema dell’ultimo disco Panda Bear Meets The Grim Reaper. Il giorno dopo leggo su Facebook un commento: “Perché prendere droghe quando c’è Panda Bear?“. Non avrei saputo trovare parole migliori.

I Battles salgono sull’Heineken Hidden Stage con estrema nonchalance, senza fretta, diciamo che se la prendono comoda. Il batterista fa persino qualche foto col suo cellulare. Al pubblico esaltatissimo regalano alcuni dei loro pezzi cult come Ice Cream, Africastle, Futura e una spettacolare Atlas. Guardandoli è forte la consapevolezza che sono completamente pazzi, eppure sanno perfettamente cosa stanno facendo. Eseguono anche alcuni pezzi del nuovo album: Dot Com, Mexico, The Yabba. Nel finale Ian Williams saluta tutti con la laconica frase “We’re gonna back“. I più fortunati potranno andare a vederli in Italia all’Ypsigrock festival, ad agosto in Sicilia.

Gli Spiritualized scelgono un mood lento, senza spingere troppo il pedale per il loro live all’ATP. Sono davvero bravissimi e per godere appieno della loro musica meriterebbero un concerto di almeno due ore e mezzo. Sono così bravi che forse gli perdono di non aver fatto né Hey Jane, né Little Girl. Forse no.

Al Ray Ban va in scena l’eleganza di Chet Faker. Pompano i bassi per la gioia di un’audience numerosa e affezionata, che canta molte canzoni. Il giovane Nick Murphy (questo il vero nome di battesimo) balla, si muove del tutto a suo agio sul palco sulle note di uno stile soul mischiato al pop e al jazz che rende la sua musica estremamente piacevole. La sua bella voce regala un’esibizione impeccabile, chiusa dal cavallo di battaglia Gold.

È l’una di notte e un pubblico attonito e sgomento osserva tre monaci incappucciati che fanno il loro ingresso sul palco dell’ATP davanti a un muro di casse, in mezzo ad alte volute di fumo. Cosa sta succedendo al Primavera Sound? Semplice, sono arrivati i Sunn O))). Entrano con un fiasco di vino che alzano al cielo per brindare, quasi una dichiarazione di intenti. Poi iniziano a suonare e dalle chitarre partono vibrazioni così potenti che sentiamo tremare la terra sotto ai nostri piedi. Uno di loro alza il microfono sopra la testa e poi lo porta con due mani alle labbra come un sacerdote farebbe con il calice. La voce esce distorta producendo parole incomprensibili. Questa non è “solo” musica, ma qualcosa di diverso: una performance, una messa nera, un rito esoterico per iniziati di una setta di cui, ne sono certa, non farò mai parte. Sicuramente una cosa così al Primavera non l’avevamo mai vista prima. Bellissimo, indimenticabile incubo.

La mia serata si chiude con i Jungle, il giovane gruppo inglese nominato per il prestigioso Mercury Prize che vuole scrivere il nuovo funk. Il Ray Ban è pienissimo e loro ce la mettono tutta. Ci credono, ci provano ma James Brown era un’altra cosa e, se dovessi dare loro un voto, sarebbe un sei scarso.

Battles 02 Xarlene
Battles 

Day Two
Il secondo giorno inizia in un Auditori affollato, che accoglie José Gonzáles con una vera e propria ovazione. Sul palco alle spalle del cantante è steso un telo di velluto su cui sono ricamate montagne innevate, José parla però tutto il tempo in spagnolo proprio a manifestare la sua doppia anima divisa tra Svezia e Argentina. In scaletta molti i pezzi dall’ultimo lavoro da solista Vestiges & Clouds, ma José regala anche alcune sue celebri cover: Teardrop dei Massive Attack, Heartbeat dei The Knife e anche Walking Lightly dei suoi Junip. È una performance incredibilmente precisa e misurata. Tutto è perfetto, niente è fuori posto o lasciato al caso. Forse anche troppo.

Le spumeggianti Ex Hex si scatenano nel Pitchfork. Questo è un po’ il giorno delle ragazze, con loro, Sleater-Kinney e The Julie Ruin, mentre domenica si esibiranno Babes In Toyland e Patti Smith. Tornando alle Ex Hex, Mary Timony insieme a Betsy Wright e Laura Harris danno il massimo in un live divertentissimo riuscendo a infilarci dentro, non so neanche come, l’assolo di My Sharona. Energia a go go tra Runaways e Ramones.

Al tramonto salgono sul palco dell’ATP i The New Pornographers (senza Neko Case). A.C. Newman sfodera il falsetto delle grandi occasioni e con i suoi compagni ci regala uno degli show più belli del festival. Il pubblico è pronto ad aprire il cuore, muovere le gambe, chiudere gli occhi e assorbire tutte le good vibrations che questa band è capace di trasmettere. Il loro “super pop” made in Canada commuove e allo stesso tempo fa ballare tutti.

The Julie Ruin al Ray Ban è uno dei live più divertenti di questo Primavera Sound. Khatleen Hanna, accompagnata da Khati Wilkox, Kenny Mellman, Sara Landeau e Carmine Cavelli, è una Betty Boop in acido che non sta ferma un minuto, urla, saltella e manda frecciatine a Courtney Love (“È il 2015, tesoro, inventati qualcosa di nuovo“). Con il suo incrollabile ottimismo americano a un certo punto esclama: “Ho 46 anni e sono ancora punk, niente male, eh!“. E io non posso che adorarla ora e per sempre.

Mi ricordo di aver letto alcuni anni fa sulla rivista tedesca “Indie Mag” un’intervista a Perfume Genius in cui affermava di non amare la dimensione live. Guardandolo al Primavera, direi che ogni timidezza è scomparsa per lasciare il posto a una vera “prima donna”. Mike Hadreas sale sul palco fasciato da una tutina nera, sulle labbra un accenno di rossetto. Inizia a contorcersi sensualmente, strusciandosi al filo del microfono con movenze che ricordano sia David Bowie sia Morrissey. Non smette mai di flirtare con il pubblico con moine e sorrisi, come quando dopo l’esecuzione di un pezzo particolarmente emozionante chiosa con civetteria: “Credevo che questa canzone non sarebbe piaciuta a nessuno“. L’intera performance è un’alternanza di lunghe pause e urla, momenti sexy e più intimi in cui si siede al pianoforte per eseguire i pezzi più viscerali come Dark Parts e Hood. Chiude con una straordinaria Queen. Sicuramente uno dei live che  mi sono rimasti più nel cuore.

Pharmakon sale sul palco dell’Adidas avvolta da una fitta coltre di fumo. La “streghetta” inizia il suo personalissimo sabba elettronico percuotendo con un pugno una lastra d’acciaio microfonata. Lo stesso microfono che userà per emettere urla distorte. Pharmakon ci affascina e anche qui, come nel caso dei Sunn O))), il suo sound d’avanguardia è al confine con la performance artistica. Questa Margaret Chardiet invasata non è di certo per tutti i palati, ma mi è molto piaciuta.

Quello dei Ride è invece uno dei live più attesi dell’anno. Sicuramente non si risparmiano, anche se la scaletta non accontenta proprio tutti. Chiudono il concerto con un wall of sound che ricorda i My Bloody Valentine. C’è poco da dire, se non che si tratta di un’ora e mezzo di grandissima musica.

Dal pratino su cui sono comodamente distesa mi godo Jon Hopkins. Musica elettronica e giochi di luce, tutto molto gradevole ma dubito che mi ricorderò qualcosa domani.

La mia serata si conclude con il duo newyorchese dei Ratatat al Ray Ban. Evan Mast e Mike Stroud sono un mix ben riuscito tra Queen e Justice. I visual per cui sono celebri sono in effetti spettacolari: pappagallini, bambini mostruosi dalle mille braccia, busti marmorei, laser liquidi. Divertenti come un Big Babol, meglio però nei pezzi senza le chitarre.

The Julie Ruin 02 Xarlene
The Julie Ruin

Day three
Patti Smith acoustic/spoken mi vede puntualissima alle porte dell’Auditori. Patti ci prende per mano e ci conduce nella sua personale “Antologia di Spoon River” dedicando i pezzi dello show ad alcuni dei suoi idoli ormai scomparsi. Giovanna D’Arco, Amy Winehouse (con This Is The Girl), il matematico John Nash. Poi un momento commovente con l’adorabile canzone dedicata al nipotino nato l’anno scorso. È impossibile non volerle bene. Arriva il turno di ricordare il grande amico Lou Reed con Perfect Day. Patti però non si ricorda più le parole e la “boutade” casuale o pianificata è esilarante: “What the fuck? I dont even take any drugs!“. L’esecuzione del brano si conclude con una grande risata collettiva e la Smith che mormora ridacchiando “Sorry, Lou“. “Nonna” Patti chiude con i successi Because The Night e People Have The Power e, quando lo canta lei, quasi quasi ci credo sul serio.

Gli inglesi Younghusband suonano all’ATP, il suono “dreamy shoegaze” delle loro chitarre esce bello e potente dalle casse Orange e ammetto che il frontman Euan Hinsehelwood, praticamente un giovane Bob Geldof, ha il suo fascino. Eppure il concerto, che non dura neanche un’ora, è moscio e viene chiuso un po’ sbrigativamente. Peccato.

I DIIV, progetto da solista del chitarrista dei Beach Fossils Cole Smith, suonano al Pitchfork. Siamo sul mare, il sole comincia a calare e basta chiudere gli occhi per lasciarsi trasportare dal suono perfetto di questa performance pomeridiana. Arriva anche una nuvola provvidenziale a coprire il sole che picchia sopra le nostre teste. Siamo al Primavera, va tutto bene, lassù qualcuno ci ama.

Mac DeMarco fa il suo ingresso sul palco dell’Heineken sorridente, in una simpaticissima salopette mimetica. Sembra appena sceso dal trattore con quel suo eterno modo di fare easy going. Macky parte a cantare ed è subito una sequela di scherzi e lazzi, smorfie, sputi, risate sguaiate, vocine varie e rutto libero a microfono aperto. Lui e i suoi compari, tra cui si segnala il chitarrista devastatissimo a petto nudo, sembrano usciti direttamente dal telefilm My Name Is Earl. Ma come non volere bene a questo ragazzone americano, un po’ l’amico cazzone che non ti fa mai pesare niente, sempre pronto a scherzare, con cui magari passare un pomeriggio davanti alla TV bevendo birra o facendosi una canna. Il concerto è un mix di pezzi dei dischi  2 e Salad Days, che nel giro di due anni l’hanno fatto diventare la nuova stellina del cantautorato indie USA. Da segnalare il momento in cui il bassista prende il microfono e sostituisce temporaneamente Mac, impegnato ad accordare la chitarra, con un’esecuzione di Yellow dei Coldplay tutta da ridere. Lo stage diving finale è obbligatorio.

Gli Sleaford Mods, cioè Andrew Fearn e Jason Williamson, mettono in piedi uno dei miei live preferiti. Fearn si limita a stare in piedi accanto al computer con una lattina di birra in mano, da cui ogni tanto tracanna lunghe sorsate. Indossa una t-shirt con il commissario Winchester, cioè il poliziotto grasso dei Simpson e sembra davvero l’ultimo dei tossici. Il palco è quindi di totale proprietà di Williamson con i suoi tic nervosi, i suoi movimenti da primate e la lingua che si muove come un serpentello birichino. Show esplosivo e trascinante. Paradossalmente le basi fanno saltare e ballare tutti. Dopo che il concerto è finito e che siamo tutti voltati per uscire dall’Adidas, arriva il colpo di genio. Williamson torna in scena urlando “WHERE THE FUCK ARE YOU GOING?” e fa altri tre pezzi. Epici e catartici. Nel mentre mi arriva da dietro un bicchiere mezzo pieno di birra in testa, è il punk, bellezza, e tu non puoi farci niente. Mi scrollo via la birra dai capelli e mi dirigo verso il prossimo concerto.

Un po’ sfortunato lo show delle Babes In Toyland, ultime riot grrrl in cartellone quest’anno: la chitarra di Kat Bjelland si rompe quasi subito e le tre sembrano non averne un’altra a disposizione. Attimi di panico sedati con il buon umore della batterista Lori Barbero che si alza, prende il microfono e improvvisa una sorta di botta e risposta con i fan delle prime file. Poi alla fine spunta fuori una “chitarra giocattolo”, “I will try the best” dice Kat e Lori risponde “Spit baby, SPIT!” e il trio può riprendere a suonare. Il concerto di grande energia non delude. Il volto marcato di Kat, sempre più simile a Diamanda Galas con la nuova chioma corvina, e i calci che lancia al cielo mentre canta sono una visione di forza e intensità che non dimenticherò facilmente.

Dan Deacon ha tutto il Ray Ban per sé e apre la scatola dei giochi. Accompagnato da un batterista notevole, organizza il “dance circle” per cui i suoi live sono celebri. Praticamente riesce a coinvolgere un pubblico entusiasta in giochi stile villaggio vacanze. A un certo punto arriva, non si sa da dove, anche una specie di mostro di Lochness gonfiabile. Una grande festa, un altro bel ricordo da portare a casa.

È dal 2013, ovvero dall’uscita del loro primo disco Pearl Mystic, che aspetto di vedere gli Hookworms. A due anni esatti dal loro esordio, mi ritrovo alla transenna del palco Adidas Originals, uno dei più piccoli di tutto il Parc del Forum. Matt Johnson in caschetto beatlesiano e occhialoni da vista sale sul palco per quello che sembra un check sound abbastanza improvvisato e febbrile. L’attesa diventa ansia. Poi improvvisamente tutto sembra a posto e MJ accende il sintetizzatore. Quello che segue è uno dei concerti più potenti a cui io abbia mai assistito. Raramente ho potuto udire una pienezza di suono come quella della band di Leeds. Il pubblico è in vero e proprio delirio, quasi una trance mistica.

Da qualche parte Caribou sta mettendo in atto il grande finale del Primavera Sound, un abbraccio elettronico che dicono sia stato indimenticabile. Io più degli Hookworms non so davvero cos’altro potrei desiderare e mi dirigo in catalessi verso l’albergo.

Caribou 01 Xarlene
Caribou

Conclusioni
Il Primavera Sound di Barcellona si riconferma una macchina mastodontica, ormai ben oliata, che gira alla perfezione e che ha permesso a quasi 200mila persone di godersi in totale relax centinaia di concerti, come palline impazzite dentro a un meraviglioso flipper di luci e musica. In giro ho visto persone in carrozzina, famiglie con passeggini; tutto quello che è impossibile altrove, qui è possibile. Headliner forse di popolarità minore rispetto all’anno scorso, ma artisti di media fascia di altissimo livello. Il grande incantesimo purtroppo anche per quest’anno si è spezzato, una ragazza su Facebook scrive “Cercasi passaggio per qualsiasi luogo dell’Italia“, io vorrei aggiungere: cercasi macchina del tempo per saltare direttamente al Primavera Sound 2016.

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