RoBOt, day 1 – Bologna

Il RoBOt, il festival bolognese dedicato a musiche e discipline elettroniche, inaugurava ieri sera la settima edizione e quest'anno anche noi del Mucchio ci siam mobilitati per seguirlo e raccontarvelo quotidianamente.
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La manifestazione bolognese, intitolata per l’occasione LOSTMEMORIES, sfrutta il personaggio borgesiano Funes, l’uomo condannato a memorizzare ogni cosa, dalle più futili a quelle fondamentali, senza però la capacità di filtrare e dunque ragionare, come metafora dei nostri tempi e delle nostre abitudini digitali (e musicali): nei cinque giorni del programma la quantità delle proposte pare proprio sfidare le capacità selettive del pubblico, sottoposto a numerosi stimoli, tanto diversi quanto coinvolgenti.
Dimostrazione di questo eclettismo una line-up che certamente raggiunge i proprio vertici nelle serate di venerdì e sabato, ma già nella prima serata si mostra in tutte le sue differenti potenzialità.

Arriviamo forse in leggero ritardo mercoledì, ma riusciamo comunque ad entrare in tempo per i due principale live-set in scaletta: lo storico batterista dei Can Jaki Liebezeit e il conterraneo musicista/producer Burnt Friedman formano una coppia ormai consolidata, il primo disco insieme risale al 2002 e conta oramai quattro seguiti. Il loro live non si discosta troppo dalle atmsfere degli album e fonde agilmente momenti più ambientali con notevoli impennate ritmiche: se le influenze etniche tendono ad appiattire un poco l’atmosfera, un difetto spesso riscontrabile nella produzione di Friedman, è il lavoro alla batteria di Liebezeit ad impreziosire l’insieme. Jaki, verissimo metronomo umano, ribadisce ad ogni colpo una visione psichedelica altra, minimalista e tribale, reiterata ed implacabile, che ben si sposa con il retrogusto dub che caratterizza l’elettronica del collega producer.

Il set, non lunghissimo, è nell’insieme di ottima qualità e, quando lascia spazio sul palco all’inglese Roly Porter, in molti avrebbero voluto continuasse: l’ex Vex’d si rende protagonista di un’esibizione altrettanto importante, se non ancor più potente.
Nei quarantacinque minuti del suo live, complici anche studiatissimi visual e clamorosi giochi di luce, Porter conferma la propria nomea di raffinatissimo terrorista sonico: nelle sue composizioni convivono austere geometrie techno e claustrofobiche incursioni industriali, violente staffilate jungle ed eleganti paesaggi eterei. Se in alcuni momenti si è quasi annichiliti dalla profondità dei bassi, in altri ci si ritrova avvolti da levigatissimi drones.

Siamo soltanto all’inizio di questa avventura, ma non avremmo potuto assistere ad un’apertura migliore: lo spettro sonico continuerà ad arricchirsi nelle prossime, ma già adesso abbiamo avuto modo di toccare e apprezzare le intenzioni del festival bolognese.
A domani.

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