Shilpa Ray

Salumeria della Musica, Milano - 20/10/2015

Tra le noiose novità che negli ultimi anni affollano il rock, accade (sporadicamente, ma grazie al Cielo accade) che ogni tanto spicchi qualcosa di interessante. Shilpa Ray è quel "qualcosa".
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Il suo nome inizia a circolare quando Nick Cave, per lei, ci mette letteralmente la faccia e ne fa la sua pupilla. Prima se la porta in tour a fare da opening act, poi la descrive come “One of the most phenomenal things I’ve seen in a long time“, una delle cose più fenomenali che abbia visto da tanto tempo a questa parte. E ha ragione. Il suo Last Year’s Savage è un disco interessante, fresco, ma anche oscuro, profondo e sbarazzino allo stesso tempo. Ora in tour per promuoverlo, Shilpa sbarca alla Salumeria della Musica di Milano dove trova un pubblico adulto e attento. Il signore seduto davanti a me arriva da Torino e il biglietto gli è stato acquistato dalla moglie. Sono chicche che ben si incasellano in una serata di qualità.

Con scarpe bicolore e maglione con i cuoricini, la musicista newyorkese solca la scena con sicurezza e tanta concentrazione.
Sul palco insieme a lei ci sono un batterista e un ragazzo altissimo e magrissimo che si alterna tra chitarra, basso e pedal steel, mentre Shilpa (esclusi un paio di brani per i quali si sposta alle tastiere) suona l’harmonium, una specie di fisarmonica orizzontale. Io sono stanca per lei, già a metà di Burning Bride, il pezzo d’apertura. Essere musicisti è molto faticoso. In compenso mi sale la certezza che questa ragazza minuta, con tutto quell’allenamento quotidiano, non ha nessuna difficoltà ad aprire qualsiasi tipo di barattolo. Nemmeno quello del sale grosso.

Shilpa ha una voce potente e perfetta, piena e controllata. Starla ad ascoltare è un vero piacere. Anche quando, subito dopo, urla in Moksha.
Shilpa aspetta metà set prima di aprire gli occhi e lo fa su Pop Song For Euthanasia, proprio mentre canta “Would you hold my hand when I tell you that it’s all over?” e il livello emozionale diventa molto alto.

Seduti ai tavolini, riusciamo a goderci le ritmate Johnny Thunders Fantasy Space Camp e Colonel Mustard In The Billiards Room With Sheets Of Acid anche senza ballare. Basta tenere il tempo battendo il piede perché i tre sul palco sono talmente concentrati che hai quasi paura a muoverti. E poi giù per brani più suadenti come Sanitary iPad, O My Northern Soul, Mother Is A Misanthrope. Chiusura della prima parte affidata a Hymn.

Il trio torna sul palco pochi secondi più tardi e Shilpa finalmente ci rivolge la parola: “Non so perché andiamo dietro le quinte dato che rientriamo subito, ma si fa così“. Ultimi due brani in scaletta: Nocturnal Emissions e Lessons From Lorena. Poi l’applauso. Lunghissimo, insistente. Anche se la musica di sottofondo è già partita. Noi applaudiamo. Vedi, Shilpa? In realtà dovrebbe servire a questo: il bis dovrebbe essere richiesto, non programmato. Poi sbuca da una porticina, ma non va sul palco, va al banchetto del merchandising. E, anche se non ci regala un’altra ora di concerto, rimane una serata bellissima.

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