Slowdive

Berlino, 3 ottobre 2017

Il report dell'ultimo concerto a Berlino.
slowdive

Arrivando davanti all’Huxley Neu Welt, la sensazione è quella di trovarsi in prossimità di una zona di centri commerciali; il Bauhaus (corrispettivo del Brico Center italiano) sullo sfondo, un grosso parcheggio davanti, un supermercato e un Biomarkt al fianco. L’Huxley è un locale storico in una zona di Berlino in totale espansione, Neukölln.
Gli Slowdive tornano in tour con un nuovo disco dopo ventidue anni, facendo tappa, oltre che in Germania, anche in Danimarca, dove confermano tutto esaurito, Polonia, Olanda, Belgio. Chiudono giocando in casa con quattro date inglesi, ultimo concerto al mitico Roundhouse di Londra. Anche a Berlino c’è sold-out e, mentre la gente scivola nella bocca dell’Huxley, sorpassando i tornelli di controllo, si respira un’aria elettrica.
Gli Slowdive non sono i giovanotti di una volta. Sono vitange, è vero, sono retrò, volendo, ma non sono vecchi, nonostante l’età anagrafica dei componenti della band non sia nel fiore degli anni. A dimostrarlo, in qualche modo, è anche l’età media del pubblico accorso che, comunque, non fatica a far sentire il suo calore, pur sempre con la compostezza tipica della gente di Germania nell’approcciarsi ai concerti.
Spazio quindi allo shoegaze e anche al dream pop che ha contraddistinto parte della quasi immediata svolta artistica degli Slowdive. C’è anche del compromesso discografico e questo occorre sottolinearlo, ma forse va bene così. Te lo dicono già alla terza canzone in scaletta, una Crazy For You sparata a tutta forza, accentata (e accelerata) sul lato noise, piuttosto che su quello melanconico. E le teste nel buio sotto il palco dondolano rivolte verso le punte delle scarpe, gli occhi si chiudono, le labbra recitano quel mantra stupendo che è “crazy for lonvin’ you”.
E così scorre tutto in una vertigine, un tornado di delay, riverberi e feedback che prendono il nome di Star Roving, Souvlaki Space Station, l’antica Avalyn, la zuccherata When The Sun Hitz. Loro stanno bene sul palco e la scaletta parla abbastanza chiaro: l’intenzione è quella di tornare lì dove si sono fermati e fondere, ancora un volta, sonorità più impalpabili con bolidi rockeggianti. È un’ora e mezza di ritorno ad un passato che probabilmente non tornerà più. Il sognante pop bagnato di shoegaze si chiude quando i presenti vengono cinti da Alison. E se la prendono tutta, quella carezza, e ci si fanno schermo, perché la vita è questa cosa qui: basta un attimo inatteso per avere ciò che si aspettava da molto. Da ventidue anni, esattamente.

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