Stu Larsen

Copenaghen, 20 settembre 2017

A giorni in Italia per due date, ci siamo spinti in Danimarca per la sua data di Copenaghen
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Australiano vagabondo, perennemente in giro alla ricerca di un palco sul quale esibirsi, Stu Larsen ha trovato nel movimento la salvezza dal grigiore del quotidiano e la chiave della propria creatività. Anni fa ha mollato tutto e si è messo in cammino, sostenuto da una fiamma musicale che non accenna a spegnersi e che ancora non gli permette di fermarsi in un solo luogo. Per capirlo basta scorrere le sue liriche, dove capita di viaggiare nel giro di un paio di versi dall’Africa al Sud America, da Cuba alla California. Anche la vecchia Europa occupa un posto particolare nel cuore di Larsen, che, come si intuisce dal nome, ha origini danesi e proprio dalla Danimarca inizia un lunghissimo tour continentale per promuovere il nuovo album Resolute (Nettwerk, 2017) che lo porterà anche in Italia per due date: 21 ottobre a Bologna (Locomotiv), 22 ottobre a Milano (Serraglio).

Sul palco del Vega al cantautore del Queensland bastano un paio di pezzi per conquistare il pubblico. La sua è una musica fatta di elementi poveri, assemblati con una passione e una coerenza esemplari: una chitarra acustica, un’armonica e una voce calda e coinvolgente si amalgamano in brani che hanno nel canzoniere di Damien Rice il riferimento più diretto. Chicago Song, Thirteen Sad Farewells, I Will Be Happy And Hopefully You Will Be Too, Aeroplanes sono ballate cariche di storie raccolte in ogni angolo di strada, interpretate con la semplicità e la forza di chi crede fermamente nella propria musica. Le canzoni di Resolute vengono spogliate degli arrangiamenti che, per quanto discreti, le hanno inutilmente appesantite nelle versioni in studio. Solo sul paco con la sua chitarra, Larsen mostra lo scheletro di brani a cui non servono edulcoranti e trafigge il cuore dei presenti, soprattutto nel crescendo finale, quando arrivano una cover di Jolene di Ray LaMontagne che non ha nulla da invidiare all’originale, l’emozionante King Street, dal piglio più ombroso e intimista, o la più lunga e complessa By The River, che diventa presto un mantra dal sapore west coast, per non parlare del commovente duetto con il giovane songwriter Jed Appleton (che ha aperto la serata con un set più che convincente) sulle note di The Mile, sussurrato ritratto di una vita lontana dall’ordinario, percorsa sui binari di una duplice passione, per la musica e per il viaggio.

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