Ypsigrock Festival 2014

Castelbuono (PA), 07-10/08/2014

Report del festival siciliano, in continua crescita, che ha per ora raggiunto felicemente la maggiore età.
YPSIGROCK © stefano masselli

Ci sono due rituali imprescindibili che connotano il mio arrivo a Castelbuono, ogni anno, nei giorni subito precedenti Ypsigrock. Il primo è il rituale della frittura, il secondo la visita al palco. Se non avrebbe senso in questa sede dilungarmi sulla bontà delle mie melanzane a cotoletta, è impensabile non spendere qualche parola sull’effetto, a ogni edizione potentissimo, della piazza Castello il giovedì pomeriggio, le americane scintillanti come gioielli sul corpo pluricentenario degli edifici di pietra rossa, il puzzle della backline sul palco, tra i cui pezzi fanno capolino gli amici dello staff, i saluti, le domande ricorrenti, dolci di ritorno. Un palco che quest’anno ha però un’aria diversa, sicuramente per la presenza della copertura, a cui gli organizzatori si sono decisi a ricorrere dopo l’esperienza difficilissima della scorsa edizione, funestata da piogge veramente poco siciliane. Sarà una coincidenza, ma sono diciotto anni: il festival ha raggiunto la maggiore età, e ne fa mostra in modo imponente.

A confronto, l’Ypsi&Love stage del chiostro di San Francesco, arrivato al suo secondo anno di vita, ha il fascino acerbo di un adolescente imprevedibile: da un lato invischia il live dei palermitani Hysterical Sublime in un intrico di distorsioni non volute, penalizzandolo fino al punto di rendere difficile un giudizio, dall’altro esalta le meravigliose stortezze degli Uzeda, che regalano un live davvero sublime. Una nota personale: Giovanna Cacciola col suo non-look e due urla ben assestate mette al loro posto tutte le signorine imbellettate che calcano i palchi italiani, me compresa. La complessità del rituale 1 di cui sopra mi impedisce di assistere ai concerti pomeridiani del sabato (The Artificial Harbor e Samaris), ma non mi ferma dall’andare a onorare, la domenica, Mark Kozelek, che porta sulle Madonie la sua seconda vita nelle vesti di Sun Kil Moon. Il concerto si svolge in un’atmosfera di vero e proprio terrorismo psicologico (i cartelli “No photo No video No speaking” all’ingresso, le raccomandazioni accorate dei buttafuori, ma soprattutto le storie che girano sul conto dei suoi show, costantemente interrotti a causa dell’insofferenza verso qualsiasi fonte di distrazione). Atmosfera che si fa palpabile nella sua assurdità quando cinquanta persone attorno a me si girano contemporaneamente con aria feroce verso una bimba che osa piagnucolare un secondo in braccio alla mamma. Mark sembra goderne sadicamente quando con un sorrisetto ci chiede “Am I scaring people?”, ma il live è di un’intensità tale che va bene così, e la platea sprizza amore per questo signore un po’ psicopatico, per l’eleganza del suo dolore.

BO NINGEN 61 © stefano masselli
Bo Ningen © stefano masselli

 

Sul Main stage, per la gran parte del tempo, non c’è niente di tutto questo: non c’è spazio per il disagio, per lo scavo interiore, ma solo per i mille volti dello spettacolo e dell’estroversione. Aprono le danze, il venerdì, quei pazzi dei Bo Ningen, quattro spilungoni giapponesi dalle lisce chiome chilometriche che mettono in scena una specie di versione cartone animato di un noise metallico e acrobaticissimo: adorabili. A scacciare questi demonietti ci pensano gli Archie Bronson Outfit, che – se non aggiungono una virgola alla storia della musica – il loro stoner rotondo e godibile lo fanno in compenso benissimo, si divertono, coinvolgono, premendo ogni tanto i tasti di un moog con un piede nudo (questo lo fa il bassista/tastierista, che scopro solo ora essere quel Capitol K che undici anni fa produsse lo strabiliante esordio di Patrick Wolf, protagonista del festival nel 2005: cerchi che si chiudono). I primi due pezzi dei Fanfarlo mi fanno venire un’irresistibile voglia di alcol, che assecondo senza esitazioni e placo a uno dei baretti di una gremitissima Via Sant’Anna – ché Ypsigrock è anche questo, piazzarsi ad un tavolino di paese, guardare lo “struscio” sul corso, salutare gli amici che annualmente ritrovi qui e non rivedrai fino alla prossima edizione. Però Anna Calvi non si può perdere, non l’ho mai vista dal vivo, e qualche aspettativa c’è, dato che il leitmotiv di questa prima giornata, almeno tra i miei conoscenti, sembra essere “non è il mio genere, ma questa è proprio brava”. Non sono nessuno per smentire questa affermazione, e però la netta impressione è che i pezzi della Kylie Minogue del rock (e se il paragone vi sembra azzardato vuol dire che non l’avete mai vista senza scarpe) siano un vago pretesto per mettere in mostra questa bravura, fatta di una tecnica chitarristica certo degna di nota (ma se fosse stato un uomo a suonare, o una ragazza bruttina, ci saremmo davvero estasiati?), di una voce certo suadente, ma che si perde in vocalizzi un po’ effimeri. Tutto nello spettacolo sembra lì a sottolineare il concetto di seduzione femminile, dall’acconciatura à la Marilyn al rosso delle luci che doppiano quello della camicia, e l’effetto è didascalico, irritante, e distraente rispetto alla musica. Ed è un vero peccato, visto che Anna Calvi è la prima headliner donna della storia di Ypsigrock (a parte quella dea scesa in terra di Kazu Makino, che nel 2001 provocò l’inizio del mio innamoramento per il festival). W Giovanna Cacciola tutta la vita, insomma.

ANNA CALVI 25 © stefano masselli
Anna Calvi © stefano masselli

 

Il sabato sul Main stage inizia con una sferzata di energia electro-tribale da parte dei nostrani M+A, che si propaga sulla piazza solleticando i piedi a tutti i presenti. Innegabile che i tre sappiano premere i tasti corretti, metaforicamente e non, per coinvolgere un pubblico trasversale: la grande rilevanza data alla sezione ritmica (praticamente l’unica cosa “suonata” del set) e la voce giustissima di Michele Ducci sono gli ingredienti perfetti per un sound di facile appeal e adatto alla dimensione festivaliera. Tutto il contrario delle raffinate contorsioni di Forest Swords, che richiedono una qualità di attenzione decisamente più intellettuale, e che forse si apprezzerebbero di più nel contesto di un club. Scuri intrichi di synth, campioni, linee di chitarra acidissime si raggrumano e sciolgono di continuo su beat di base semplici e di grande gusto, flirtando con un basso elettrico dal sapore dub, suonato dall’unico musicista che accompagna Matthew Barnes. Con la sua altissima temperatura emotiva, quello del genietto inglese conquista nella mia personale classifica il premio come set più interessante dell’intero festival, quello che guarda più avanti – o almeno nella direzione che piace a me – e con la personalità più forte. Dopo questa parentesi introspettiva, la palla passa all’altra rivelazione di questo Ypsigrock. Anche lui inglese, ma di stanza a Vienna, SOHN appare sul palco incappucciato e si accomoda alla postazione che non abbandonerà per tutta la durata del concerto. Accompagnato da musicisti di grande caratura, capaci di creare un sound pieno ed equilibratissimo, è tuttavia chiaro che il principe del set è lui, con la sua voce magnetica, arricchita da un uso sapiente dell’effettistica. E non è solo efficacia performativa, perché la scrittura è altrettanto curata, pop, in bilico tra ciò che il mondo indie aborre (Justin Timberlake) e quello che celebra (James Blake), ma mai vuota, tant’è che tornata a casa ad ascoltare per la prima volta Tremors i pezzi me li ricordo tutti, e mi agito sulla sedia come faceva lui sul suo trespolo. A spazzare via le morbidezze del suono di SOHN ci pensano gli schiaffoni di Modeselektor e Apparat, combinati insieme in un transformer gigante di nome Moderat. Partono i bassi e il castello trema, lo sento alle mie spalle, seduta sul muretto a fianco del mixer per ovviare alla mia statura inadeguata e godermi i visual, splendidi, che si sviluppano in profondità su quattro schermi (piazzati in modo tale che visti dall’alto formano una X, per capirsi), complemento importantissimo di un set veramente perfetto, teso, potente, vario, ipnotico. L’intera piazza si fa cassa di risonanza, la marea di corpi agitati dal suono vista dal fondo è pura emozione. Senza dubbio uno dei momenti più alti di tutte le edizioni di Ypsigrock cui abbia preso parte.

MODERAT 13 © stefano masselli
Moderat © Stefano Masselli

 

Dopo un sabato del genere, la domenica sera non regge il confronto. Dei Money riesco a vedere giusto un paio di brani in chiusura, che non mi fanno rimpiangere di essermi attardata dopo l’emotivamente estenuante Sun Kil Moon. Kurt Vile in versione full band, appesantito da stantii arrangiamenti classic rock, mi sembra perdere la magia percepita nell’ascolto che avevo dato ad alcuni suoi dischi, ma vedo gente contenta sotto palco, ché sicuramente è un live che acquisisce un senso diverso per chi non aspettava altro che star lì a sgolarsi su ogni pezzo amato. I Wild Beasts non li capisco, a tratti penso “fighi!” e a tratti mi vergogno di averlo pensato. Prendo quindi la risoluzione di smettere di chiedermi se mi piacciono e di lasciarmi trasportare da una danza scema, su stilemi fine anni Ottanta, che insieme ad un gruppo di amici improvvisiamo sotto gli sguardi confusi ma tutto sommato divertiti di chi ci sta attorno. Cerco di dimenticare che dopo i Wild Beasts arriverà il momento per me più duro di tutto il festival. Al cambio palco non posso più ignorare la cosa. Sta per fare il suo ingresso la band che più mi irrita al mondo. Giuro che ci ho provato. Ho pensato che Ypsigrock rende tutto più bello. Ho pensato che da quel lontano Benicàssim 2002 sono passati dodici anni, e non sono più la ragazzina che aveva attraversato l’Europa in treno per andare a vedere per la prima volta i Radiohead e si è ritrovata a passare una decina di ore schiacciata in prima fila, odiando quasi tutto quello che ha preceduto l’ingresso della sua band del cuore, e in particolare la masnada colorata e saltellante dei Belle & Sebastian. Non sono più quella ragazzina, ma l’irritazione è rimasta la stessa dei miei diciannove anni, solo che con la serenità dei miei trenta anni di oggi (e senza Radiohead da aspettare) riesco a prendere questa ora e mezza di coriandoli e confetti con filosofia, e nemmeno mi allontano dalla piazza, anche se la tentazione di vagare per il paese con gli Swans in cuffia per ristabilire i giusti livelli di glucosio è forte. Rimango lì fino alla fine, vedo la gente felice, penso che per molti questo è il concerto della vita tanto quanto per me lo fu quello dei Radiohead dodici anni fa, e arrivo fino ad ammettere che lo spettacolo è impeccabile, coinvolgente, riuscitissimo nel suo essere teso alla trasmissione di graziosi sussulti del cuore. Non sono io il suo destinatario, ma io sono soltanto un puntino stonato nella folla in estasi. In buona sostanza, neanche una domenica fuori dalle mie corde riesce a togliermi l’idea che questo Ypsi 2014 sia stato un grande evento, l’ennesima conferma di una realtà che in Italia fa, e speriamo faccia per tanti anni a venire, la differenza. Lunga vita a Ypsigrock.

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