La vicenda è nota: nel 1976 il Fronte per la liberazione della Palestina dirotta un aereo francese in volo da Tel Aviv a Parigi verso l’aeroporto di Entebbe, in Uganda, per aprire un negoziato con il governo israeliano. Il film diretto da José Padilha non è il primo sull’argomento, ma senza dubbio è il primo a spostare il focus dal raid militare per la liberazione degli ostaggi alle condizioni in cui questi trascorsero i sette giorni di detenzione.

La storia si muove su molteplici livelli narrativi: la relazione tra i terroristi e gli ostaggi, i conflitti tra gli stessi terroristi e quello tra Yitzhak Rabin e Shimon Peres, ai vertici dello stato israeliano. Proprio il focus sullo scontro tra Rabin e Peres, all’epoca Primo Ministro e Ministro della Difesa, determina l’originale scelta di regia di inserire nel film uno spettacolo della compagnia israeliana Batsheva. Lo scontro tra i due comincia ben prima della crisi legata al dirottamento: mentre Peres richiede l’aumento delle spese militari, Rabin intende destinare maggiori fondi alla cultura ed ecco che il montaggio alternato dei movimenti di danza e dell’azione militare nei momenti di maggior tensione diviene la rappresentazione scenica di questa contrapposizione. Il rapporto tra i due terroristi tedeschi interpretati da Daniel Bruhl e Rosamund Pike e gli ostaggi è il vero motore dello script e il nodo su cui si gioca la veridicità e il valore documentaristico del film.

Il rapporto con gli ostaggi mette a dura prova gli ideali dei protagonisti e i loro dubbi aprono lo spazio al dramma, ma se il ruolo del terrorista ‘buono’ Bruhl appare troppo appiattito sul cliché, scopriamo che la sua decisione di non uccidere gli ostaggi non è una concessione romantica ma una testimonianza sfuggita alle maglie delle fonti ufficiali: a confermarlo è uno dei protagonisti reali della vicenda, l’ingegnere di bordo Lemoine, presente alla Berlinale. La lunga ricerca per la stesura della sceneggiatura si è avvalsa, infatti, delle interviste ai veri protagonisti di allora, ostaggi e soldati impegnati nell’operazione, arrivando a colmare, a detta del regista, il gap informativo delle narrazioni precedenti. Il valore di questo progetto va oltre la ricostruzione storica ed impone la sua attualità in rapporto a uno scenario che per molti versi non sembra essere molto cambiato da allora. Rabin è stato assassinato per aver mantenuto negli anni la sua presa di posizione e la leadership israeliana continua a fare i conti con il rischio di una perdita di consenso per ogni scelta politica che dimostri una qualche volontà di negoziazione; oggi come allora.

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