Seymour “Lo Svedese” Levov è la sintesi ideale del sogno americano: bello, “moglie perfetta, casa perfetta, figlia perfetta”. Una vita, la sua, all’insegna di un successo in parte guadagnato e in parte ereditato che si incunea, suo malgrado, in un periodo storico di faticoso mutamento. Dall’ottimismo del dopoguerra alle agitazioni causate dalla guerra in Vietnam e dagli scontri razziali, “Lo Svedese” diventa una goccia d’olio in un mare di contraddizioni, così come raccontato dal premio Pulitzer Philip Roth nell’omonimo romanzo.

Ma mentre le parole di Roth esplodono in un arcobaleno di sfumature mostrando tanto la profonda convenzionalità del suo protagonista quanto i veloci e irreversibili mutamenti della società, le immagini dell’esordio alla regia di Ewan McGregor rimangono piatte e superficiali, in balia di una storia che vorrebbe dire molto di più, senza riuscirci.

L’adattamento dello sceneggiatore John Romano focalizza l’attenzione sullo sgretolamento degli equilibri familiari del perfetto Levov, miglior espressione della greatest generation di cui è figlio, in particolare concentrandosi sul rapporto padre-figlia. La piccola Merry, affetta fin dalla tenera età da una balbuzie che nasconde un malessere più profondo, è l’imperfezione che si insinua con prepotenza nell’idillio di una famiglia che ha le sue fondamenta ben appoggiate su bellezza, ricchezza e successo: Seymour, di origini ebraiche, ha ereditato una piccola fabbrica di guanti a Newark, Dawn, sua moglie, è una cattolica di origini irlandesi che vanta un passato da reginetta come ex Miss New Jersey. Merry, schiacciata da aspettative che sembra non riuscire a soddisfare, crescendo si discosta sempre più dalla strada che per lei era già tracciata e apre il suo sguardo al mondo esterno. Questo cambio di prospettiva, fondamentale ai fini della lettura proposta dal film di McGregor, è forse il tratto più banalizzato. Le discriminazioni razziali, sempre più violente e feroci, non si limitano più alla realtà delle grandi metropoli, ma si spostano anche nelle periferie, toccando da vicino famiglie come quella dei Levov, fino a quel momento in grado di ignorare un fenomeno tanto importante. La ribellione della sedicenne Merry, che si avvicina alle cellule di estrema sinistra, risiede proprio nella sua volontà di andare oltre la prigione di falsa perfezione costruita da un padre che la ama ma non la capisce. Un padre che non può accettare il cambiamento, che non è in grado di rinunciare a un sogno (americano) che sente di aver realizzato.

La volontà dello “Svedese” di essere “buono e giusto” a tutti i costi è complessa e approfonditamente raccontata da Roth. È una dimensione identitaria radicata e viscerale che impedisce a Levov di adattarsi a un’America che è ormai cambiata prendendo le sembianze di sua figlia Merry, imperfetta e in balia di eventi che nemmeno lei riesce a comprendere fino in fondo.

Eppure McGregor e Romano non riescono a mostrarlo. Gli effetti a catena devastanti per la vita di Levov vanno ben oltre la “perdita” di sua figlia. Non bastano l’incontro con Rita Cohen (la giovane estremista che tiene nascosta Merry) e il simbolismo di un guanto di pelle color ebano che si stringe in un pugno a manifestare una metamorfosi irreversibile e una caduta agli inferi dalla quale nessuno, nemmeno l’adone Levov, può sfuggire.

E mentre “Lo Svedese”, come un antico pilastro pieno di crepe, crolla, anche il film si sgretola ricordandoci che la complessità ha sempre bisogno di solide basi per potersi manifestare ed esprimere il suo potenziale.

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