La vendetta è un bisogno cieco, subdolo, che si insinua nella mente umana come un virus e dal quale è difficile, se non impossibile, guarire. Concepirla e idearla significa mantenere un legame di dipendenza con l’oggetto della propria frustrazione, significa perpetuare la sofferenza che è causa e fine della vendetta stessa. Questo circolo vizioso, che ha la forma di una spirale che inibisce una lucida visione della realtà, è al centro di Animali Notturni, ultimo elegante lavoro del regista Tom Ford. Il suo sofisticato thriller psicologico, che coinvolge e fa riflettere sulla natura e il potere della scrittura stessa (sia essa letteraria o cinematografica), si realizza in una dimensione a metà tra il reale e il verosimile, ovvero in quel limbo di dubbie possibilità in cui la mente umana perde la bussola.

La realtà – ma lo è davvero?- è la sfavillante Los Angeles, la città della ricchezza materiale ma non morale in cui vive la gallerista Susan. Un mondo grottesco e parodistico, il suo, in cui l’arte diventa il discrimine tra genialità e spazzatura. Susan vive la vita che si è scelta: al bivio tra sostanza e forma, ha scelto senza indecisione la seconda strada, lastricata di menzogna e infelicità. Alle sue spalle, dallo specchietto retrovisore, si intravede ancora l’altra via, quella in cui Susan ha “scaricato” il suo primo (e unico) amore e marito Tony, aspirante scrittore abbandonato con l’accusa di essere troppo debole per sostenere le loro ambizioni. Quando ormai Susan ha definitivamente accettato la propria afflizione, ovvero un matrimonio senza sentimenti che resiste solo grazie alla reciproca omertà, e l’immagine di Tony è lontana e impossibile da mettere a fuoco, ecco che lui riappare, sotto forma di un manoscritto. Un romanzo cupo e disperato nel quale Susan si riconosce, innescando un immaginario processo di identificazione che la logorerà profondamente.

Mentre Susan legge, pagina dopo pagina, il dramma fittizio e al tempo stesso psicologico e reale, si manifesta davanti ai nostri occhi. I diversi piani di realtà (o verosimiglianza) che Ford costruisce si alimentano l’uno dell’altro, in un’opposizione che è tanto tematica quanto visiva. Da una parte Los Angeles e Susan, entrambi “ambienti” freddi e fragili, pronti a frantumarsi alla prima caduta, come accade allo schermo di uno smartphone quando raggiunge, con un tonfo, il pavimento. Dall’altra un brutale, arido Texas e Tony, immaginato mentre affronta un duplice e insostenibile dolore, simile a quello che in passato proprio Susan gli ha provocato. A sostenere Tony, nel suo intento di vendetta, la razionale istintività della legge “dell’occhio per occhio”, un argomento comprensibile, anche se non condivisibile, che prende forma nei panni del poliziotto Ray, un uomo giusto ma sconfitto nel corpo e che, per questo, non ha niente da perdere.

In questa dimensione, al limite tra reale e immaginario, la debolezza diventa forza per generare nuova debolezza. La spirale della vendetta comincia il suo movimento incantatorio proiettando il passato sul presente e il presente sul passato, accende e spegne cromatismi narrativi che guidano nella comprensione di un meccanismo introspettivo mai davvero circoscritto, e perciò dolorosamente inafferrabile. La rivalsa è servita, in tutta la sua spietatezza, ma una scrittura metaletteraria e metacinematografica come quella di Animali Notturni ci ricorda che una volta innescato, il movimento della vendetta rischia di diventare disperatamente perpetuo.

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