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Denis Villeneuve

Arrival

Fantascienza
8.5

L’impressione è che Denis Villeneuve faccia film per diletto. I generi narrativi che gli servono allo scopo sono subordinati a tale passione. Non è cinema fast-food il suo. Pensate all’effetto stimolante sullo spettatore, con tutti i cinecomics in circolazione (impeccabili e perfetti, ma senz’anima). Quasi non ti accorgi che dietro di lui, dietro Arrival, ci sono major come Paramount allettate a lavorare con il regista canadese a ogni costo. Poi c’è la classica postilla biografica, il fatto che, da ammiratore di 2001: Odissea nello spazio e dell’immancabile Incontri ravvicinati del terzo tipo (immancabile se ci sono alieni di passaggio su questa Terra che vogliono comunicare seriamente), Villeneuve attendeva da tempo di cimentarsi con la science fiction.

Tratto da un racconto di Ted Chiang, Storia della tua vita, riscritto e ampliato sullo schermo dalla penna efficace dello sceneggiatore Eric Heisserer, Arrival ti sbatte in faccia la presenza aliena ex abrupto. Non come nella doppia patacca Independence Day: recidiva asserzione hollywoodiana che gli extraterrestri ce l’hanno più grosso.
Ecco dunque dodici gigantesche navi a forma ovoidale ma con un lato spianato che si presentano in altrettante località strategiche del pianeta. I militari americani sono in subbuglio. La linguista Louise viene condotta sul sito e, assieme al fisico Ian, inizia una snervante dialettica con le entità aliene, chiamate eptapodi per la loro somiglianza
con le seppie. La comunicazione avviene attraverso un linguaggio simbolico, cerchi d’inchiostro, e uno schermo bianco, intimamente molto “cinematografico”, che separa le due civiltà. Fino al momento in cui un misunderstanding scatena il panico e la reazione delle maggiori potenze mondiali.

L’originale vertigine science fiction di Arrival in teoria dovrebbe annullare le domande scomode. Del tipo: a cosa somiglia il film di Villeneuve? Seguendo Amy Adams sullo schermo, una configurazione ideale potrebbe riesumare il caro vecchio Solaris di Tarkovskij fino a Interstellar di Nolan. Ma c’è ben altro in ballo. La vita personale della protagonista entra a far parte di un circuito più ampio di idee e ideologie. Il cinema come riflessione e anticipazione, prima che divulgatore di immagini ligie al dovere di intrattenere. Villeneuve sotto questo profilo certo non si fa mancare il meglio: anche lui, come noi, è irresistibilmente attratto dall’interno nella nave aliena, in una spazialità mobile priva di distrazioni. Si interessa ai progressi di decrittazione dei logogrammi, compone l’attesa degli incontri in un’accomodante parsimonia narrativa: lì dentro non ci vai a piacimento, sono gli alieni a convocare. L’audacia di chiudere i suoi personaggi in un luogo asettico e oscuro, quasi da caverna platonica, tra suoni gutturali per meglio rappresentare l’enigma da risolvere è l’antitesi alla gioiosa musicalità comunicativa di Spielberg in Incontri ravvicinati
del terzo tipo. Quindi: niente caleidoscopio di luci natalizie. Niente pathos da primo appuntamento.

In virtù di simili scelte, i momenti più toccanti e coinvolgenti sono proprio quelli che riguardano Amy Adams con se stessa, nello spazio e nel tempo stabilito da Villeneuve. Momenti irrevocabili che fanno di Arrival non soltanto un’opera controcorrente di fantascienza ma anche un film sul futuro. Ancora una volta nel suo cinema i personaggi femminili sono intuitivi e moderni: l’arte dell’ascolto, diceva in un’intervista il regista, è propria delle donne. Qui occorre sapere ascoltare, saper vedere. Ma al momento giusto.
È bravo Villeneuve a imporre la sua regola: divertirsi facendo cinema rompendo gli schemi. E Arrival, che parla anche delle divisioni culturali, politiche e sociali degli umani, è un’opera di transito. Estemporanea. Ahinoi, prossimamente oscurata da quel Blade Runner 2049 che il regista sta finendo di girare da qualche parte in Ungheria.

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