Un po’ deve essersi sentito il Re del Mondo, Kenneth Branagh. Quantomeno, il suo alter ego sullo schermo: monsieur Hercule Poirot. Lui al centro di tutto. C’è qualcosa nel nuovo Assassinio sull’Orient Express in effetti che fa pensare al Titanic: la nave, non il film. Nella scena della partenza del lussuoso treno dalla stazione di Istanbul, il convoglio lascia la banchina tra tripudio di saluti e congedi festanti. Quasi fosse al primo varo. Nel corso della traversata in mezzo alle Alpi, l’Orient Express di Kenneth Branagh finisce non a caso travolto da una valanga, un altro gigante di ghiaccio, rimanendo in bilico sulle rotaie e su un abisso vertiginoso affacciato sul vuoto. Circostanza voluta o meno, l’attore-regista inglese ha captato la superiorità del nome, la medesima del celebre transatlantico, e l’ha collocato, lui o lo sceneggiatore Michael Green, con onesto intuito da narratore, in un periodo storico dove ogni cosa è destinata a crollare. Rispetto alla Belle Epoque presto annientata dalla Grande Guerra e di cui il Titanic fu l’ultimo baluardo, in Assassinio sull’Orient Express gli echi del Nazismo si avvertono distintamente. Invece i film che hanno preceduto questo pimpante remake contavano unicamente sullo splendore di un’era, compreso lo sfarzo hollywoodiano dei divi convocati, recapitando un’idea di classico quasi senza tempo. E da lì non si sono più mossi. Tranne forse il Tv Movie con David Suchet del 2010, riflessione sofferta sul senso di colpa e su un’idea di “giustizia” che non sempre compete agli uomini.

Siccome Branagh è uno che fa anche teatro, è vitale per lui stare al centro del palcoscenico, attraversarlo, dominarlo (scena di riferimento: il processo en plein air a Gerusalemme), convincendo i suoi attori a prestarsi al gioco. L’intero incipit che finisce nella godereccia cucina di uno chef suona dannatamente come un prologo gioioso, in cui egli trova il modo di accomodare vecchie conoscenze del “suo” cinema: l’attore Gerard Horan, presenza immancabile dai tempi di Nel bel mezzo di un gelido inverno (1995), è colui che ancora una volta porta notizie da bravo messaggero. Teatrale, il film, lo sarà in maniera esaustiva più avanti. Con i passeggeri indotti a recitare una parte, e non più ensemble di “dodici giurati, questa è la regola”, come sanciva perentorio Sean Connery nell’altro Assassinio sull’Orient Express. Nella migliore delle tradizioni come regista, e un aggancio potrebbe suggerirlo il Macbeth del 2013 recitato da Branagh al National Theatre di Londra, la scena è pertanto allargata, dirottata; dalle carrozze si passa per necessità all’esterno in un’alternanza di indugio galante alla presenza di Daisy Ridley, azione rocambolesca addirittura tra le arcate del ponte sino a “un’ultima confessione” dal sapore pittorico in cui Poirot ha davanti tutti i sospettati seduti a un lungo tavolo. È cinema da bon vivant come esige il carattere del Poirot letterario, quello che emerge in Assassinio sull’Orient Express. Ma questo è inevitabilmente e soprattutto il Poirot di Branagh, ogni singola sfumatura è portata all’esagerazione, sottolineata dalle sue battute ironiche e dalla sua vanità come attore, accerchiata dalle spigolosità di un caso d’omicidio che rispetto al film del 1974 di Sidney Lumet non concede intermezzi deduttivi allo spettatore. Forse perché Branagh è fin troppo dinamico, i tempi li racchiude come un bravo regista teatrale dovrebbe essere in grado di fare con il risultato di trasformare Assassinio sull’Orient Express in un’esperienza collettiva, alla mercé anche dei comprimari, sparigliando le carte in tavola.

Magari non ne converranno i fedelissimi dell’altra versione, eppure perfino le scelte del casting, con alcuni personaggi del romanzo trasformati in altri individui, trovano una perfetta coesione con la pasta poliziesca del suo film. Talvolta così malleabile da sfidare l’incredulità: un conte Andrenyi scalciante, come farebbe il suo interprete Sergei Polunin da ballerino classico qual è, non s’era davvero mai visto. In altre circostanze Branagh sa come tenere in scena e dove collocare i suoi attori: Lucy Boyton per esempio è quasi un miraggio, celato alla vista, un oggetto prezioso e fragile che cozza al contrario con la determinazione di Daisy Ridley. Dame Judy Dench è ovviamente sempre magnifica nei panni di Dame Judy Dench (pardon: della contessa Dragomiroff) e pure lei proviene da intesa professionale di lunga data con il regista.

Parsimonioso quando gli conviene, attento e scrupoloso nel mantenere elettrica la tensione, dopo anni di immobilismo depressivo come Wallander, Kenneth Branagh dunque ci/si regala una versione personalizzata del romanzo, per meglio amare la quale converrebbe lasciare il film di Lumet là dove deve restare: nel paradiso dei cinefili con l’immagine un po’ storta di Albert Finney nei panni di Poirot, gli indimenticabili battibecchi con Vanessa Redgrave e lo slang che in originale aiuta a capire molto di più che nella versione doppiata in italiano. In Assassinio sull’Orient Express-secondo-Branagh c’è più Shakespeare che Agatha Christie. Soluzione prevedibile, e guai se non lo avesse fatto. Ma siamo certi che il regista ci convincerebbe che nel Bardo tensione drammatica e investigazione potrebbero benissimo procedere in simbiosi. I mustacchi di Branagh sono maestosi come li avrebbe voluti la Christie. E siamo contenti così. Sia chiaro: non tutto è perfetto. I flashback appaiono una vistosa caduta di stile, antiquariato cinematografico da dilettanti. Mentre il contraltare delittuoso sembra invece girato come una danza diabolica. Infine c’è Johnny Depp. Ci tocca anche lui. Nelle vesti del misterioso business man americano, Depp è più presenza indigesta che reale incarnazione del Male, come si dice nel film, e in palese conflitto di interessi con se stesso come attore, dal momento che si “limita” a offrire la stessa monotonia facciale esibita in Nemico pubblico di Michael Mann. Fortuna che sul treno ci resta pochissimo.

 

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