Una macchina da presa fissa riprende il passaggio dei tanti turisti in visita nel campo di concentramento nazista di Sachsenhausen, poco distante da Berlino. Le immagini sono in bianco e nero e sembrano non fare altro che immortalare gli sguardi vagamente curiosi di persone che seguono il percorso indicato loro dalle guide turistiche, lo stesso tragitto che ha condotto alla morte i prigionieri che in quel luogo sono stati reclusi e torturati. Sergei Loznitsa cerca di offrire uno sguardo neutrale su un fenomeno dalla logica complessa, partendo da un quesito al quale è difficile rispondere: perché, in una bella giornata di vacanza estiva, qualcuno dovrebbe decidere di visitare un campo di concentramento? Che cosa può trovare in quel luogo?
I suoi piani sequenza sono impietosamente reali e tangibili: mentre ascoltiamo qualche terrificante ricostruzione raccontata dalle guide, vediamo turisti fare selfie tra i crematori o nelle camere a gas, famiglie abbracciate e sorridenti sotto la scritta “Arbeit Macht Frei”, o gruppetti di ragazzi che mangiano i loro panini vicino alle fosse comuni. Un senso di irrefrenabile disgusto, figlio di un giudizio che appartiene al pubblico, prima ancora che al regista, pervade la visione, finché la riflessione assume sembianze più complesse. Quando lo sguardo di un passante incrocia quello della macchina da presa, e quindi il nostro, la prospettiva si duplica. Mentre noi guardiamo loro, loro guardano noi. Di fronte ad uno specchio che mostra una deviazione morale dalla quale nessuno è escluso, è impossibile banalizzare un giudizio che sembra già scritto, fin dal primo fotogramma: il “normale” comportamento delle persone, accettabile in qualunque altro luogo, qui ne diventa la sua eco. Un riverbero che si moltiplica all’infinito, tanto nello sguardo del pubblico in sala, quanto nelle fotografie scattate col cellulare. E scambiarsi i ruoli, probabilmente, non cambierebbe il risultato finale.

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