Quando Ethan Hawke e Julie Delpy vennero convocati sul set di Before Sunrise da Richard Linklater nell’ormai remoto 1995, erano preoccupati dalla quantità di dialogo che il regista voleva immettere nel film. In cui, di fatto, non succedeva poi molto, a parte l’incontro di due giovani di belle speranze su un treno, con tutte le implicazioni che precedono un innamoramento. Linklater disse loro che lui non aveva mai vissuto un incidente aereo, non aveva mai fatto spionaggio e non aveva mai viaggiato in una navicella spaziale, eppure la sua vita era piena di drammaticità. E la cosa più drammatica che gli era successa era stata entrare in intimità con qualcuno, così aveva deciso di fare una trilogia sulla connessione che si stabilisce tra due esseri umani. Tutte le chiacchiere su politica, sesso, sogni e religione servivano solo a svelare “lo spazio che si scopre tra due persone”.

Diciotto anni dopo (sì, messa così è davvero una quantità impressionante di tempo) Linklater tiene ancora fede a quel vecchio proposito. Before Midnight è la chiosa finale (ma su questo punto cast e regista sono vaghi e potrebbero anche tornare) su una storia d’amore nata per caso, proseguita per incidente e destinata a non si sa quale esito. Abbiamo conosciuto i personaggi di Delpy e Hawke in Austria, li abbiamo inseguiti a Parigi e li ritroviamo oggi in una Grecia forse un po’ stereotipata con tutte quelle cene, quelle terrazze e quegli ulivi. È l’unico neo in un film altrimenti riuscitissimo, ma del resto lo sfondo geografico nella trilogia è sempre stato un pretesto. Before Midnight è un’esperienza dolorosa e liberatoria. Guardarlo equivale a essere denudati in sala: se Linklater ci aveva incantati con il possibile, adesso ci strugge con la drammatica riduzione di possibilità e la commozione di condividere questa limitazione con un’altra persona. I dialoghi e gli incastri dei protagonisti sono talmente familiari e ben oliati, talmente naturali che durante la visione del film uno pensa a tutto: a lasciarsi, a divorziare, a tradire, a non fare figli, a non ripensare al passato per evitare di rendersi conto che non è più il ragazzo o quella ragazza sul treno di Before Sunrise. Ma Linklater è un regista troppo intelligente per credere che la mezza età sia solo amarezza e un corpo che sfiorisce, e la sua visione è più ampia. Così il film diventa l’occasione per riflettere anche su come cambia l’amore con il progresso; in un dialogo a cena due ragazzi confessano di essersi fidanzati via Skype, di mantenere il legame in vita anche a distanza e di non essere scioccati dalla prospettiva che possa finire. L’amore non è tutto quel che li definisce, e quando Hawke racconta di come lui e Delpy si sono conosciuti, i giovani sono divertiti ma anche un po’ perplessi: è come se qualcuno gli stesse spiegando la funzione di una ruota per la prima volta. Nel loro mondo quel tipo di romanticismo non è esattamente contemplato. A quel punto lo spettatore si chiede cosa sarebbe successo ai protagonisti se avessero potuto fare sexting o scambiarsi messaggi con Whatsapp quando si sono incontrati la prima volta: anche senza essere luddisti, la conclusione che se ne trae non è delle migliori; molto probabilmente, la fiamma si sarebbe estinta prima.

Durante la visione del film, capiterà ora di identificarsi nel personaggio di Hawke, ora in quello di Delpy, in un interessante riposizionamento del maschile e del femminile e delle aspettative che sono connesse al genere: il modo in cui il regsista riesce a discutere di adulterio e maternità, mettendo in campo anche l’imbarazzo dei propri corpi, è davvero da manuale. Il completamento di un percorso comporta necessariamente malinconia, e dopo aver visto Before Sunrise ci si sentirà davvero un po’ più scoperti e impacciati. Ma, per qualche ora almeno, ci si sentirà anche salvati. Come insegna Linklater, entrare in intimità con qualcuno è un dramma e una vertigine per tutti.

Pubblicato sul Mucchio 711

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