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Blame

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Almodovar, pietà. Il cinema made in Netflix è una figata. Soprattutto se recapitato per tutti, nello stesso momento. Atteso con trepidazione dagli anime fan e dagli estimatori del cupo e introverso fumetto di Tsutomu Nihei (dieci volumetti editi da Kodansha, e in Italia da Panini), il film Blame! approfitta delle tecnologie computerizzate per approdare in pompa magna su grande schermo (si fa per dire), oscurando il ricordo di quel tentativo di animazione in pillole del 2003, i mini episodi per l’Home Video dal titolo Blame! Ver.0.11, che pareva un solitario excursus nel pellegrinaggio di Killy e nel futuro in cui di umano è sopravvissuto ben poco, all’interno di mega strutture che conducono ovunque e in nessun luogo. Con la supervisione dello stesso disegnatore, lo specialista CG Hiroyuki Seshita dirige un grintoso film d’animazione che prova a fagocitare lo spettatore in quell’inferno nero e abbandonato (si fa per dire), dove la sola cosa che conta è avanzare e proseguire quasi all’infinito. Killy si presenta a un gruppetto di ragazzini usciti in perlustrazione alla ricerca di cibo, sotto attacco delle efficienti safeguard (macchine programmate per eliminare “presenze illegali” nei vari livelli di quel mondo). In una lotta per la sopravvivenza che non conosce sosta, gli umani e Killy si trovano ad affrontare una minaccia improvvisa, scaturita da una disattenzione di troppo.

Seshita, fidandosi dello script di un altro specialista di anime fantascientifici, Sadayuki Murai (qualcuno lo ricorderà anche sceneggiatore del thriller animato Perfect Blue di Satoshi Kon), porta in scena i due personaggi emblematici del fumetto: l’eroe solitario che, come in un western vecchia maniera arriva, salva il villaggio e se ne va, e la rediviva scienziata Tsubo. Di più non cede. Né tergiversa troppo con la filosofia autoriale di Nihei, quasi accontentandosi di introdurre lo spettatore in un universo concettuale autonomo per i 106 minuti in cui prende vita la pellicola. Però. Un po’ occorre essere edotti in materia, altrimenti il rischio è di restare invischiati nella tipica trappola degli anime portati al cinema, quando si danno per scontate troppe cose. Tale indolenza è risarcita in realtà da fondali meravigliosi e dal lavoro di Polygon Pictures, la società di animazione digitale ed effetti speciali che con Hiroyuki Seshita aveva già lavorato su altro soggetto di Nihei: la serie Knights of Sidonia, molto apprezzata e ben fatta. Le animazioni sono senza dubbio un punto di forza di questo film, anche se gli anime misti analogico e CGI non sono diventati ancora i nostri prediletti. Le pecche infatti si notano: i personaggi sembrano talvolta impacciati e lenti nei movimenti. Pure troppo. Seshita più che al cinema, di qualunque genere, pare guardare all’estetica del videogame in prima persona: e le sequenze non mancano, fornendo finalmente un po’ di dinamicità a una pellicola che ne è sprovvista. Così come assente è quel senso di smarrimento dinnanzi al labirintico intrico di livelli e sottolivelli del fumetto, o il timore di veder spuntare le presenze in agguato. Dunque: onore al merito per le intenzioni e l’impegno. Blame! per ora è soltanto un discreto film di animazione. Non ancora il peggior scenario in cui l’umanità potrebbe un giorno svegliarsi.

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