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Kathryn Bigelow

Detroit

9

Kathryn Bigelow sta al cinema d’azione come George Romero sta al cinema d’orrore: ha introdotto nel genere, inteso in senso puro e disimpegnato, le questioni politiche del proprio paese attraverso l’uso della tensione e della violenza. È evidente in Detroit, il suo nuovo film che affronta di petto il razzismo delle istituzioni USA e che in parte ricorda La notte dei morti viventi per struttura e spazialità (luoghi chiusi, assedi e cacce all’uomo, con i neri al posto degli zombie, come appunto profetizzò Romero, nel ’68).

Il film racconta i giorni dal 23 al 27 luglio 1967, durante le rivolte della 12° strada, in cui gli afro-americani della città si ribellarono alla polizia. Ma la repressione della polizia sarà durissima e si concentra durante il motel Algiers, in cui un gruppo di giovani sarà accusato e sommariamente “processato” per aver sparato a un poliziotto. Scritto da Mark Boal, Detroit è un dramma tesissimo, raccontato come un thriller e realizzato come un reportage di guerra che dimostra come per la regista il problema della razza sia un problema di sguardo, di cultura e potere.

Questo problema lo mette in scena con una divisione in tre atti rigorosa, che muove dal generale al particolare, in cui all’interno c’è un film che brulica e fibrilla: la dimensione collettiva delle rivolte e il war movie urbano si chiudono nel motel, in una lunghissima e asfissiante sequenza horror che pare l’aggiornamento del Salò di Pasolini, e si liberano quando, nel finale processuale, la regista guarda negli occhi i singoli personaggi, li interroga sulle loro responsabilità individuali. E in ognuno di questi atti c’è sempre almeno un uomo di colore in un posto di relativo potere che deve far fronte alla propria doppia responsabilità morale, verso il suo ruolo e verso la sua gente.

Detroit non s’impantana mai nella denuncia, nell’urgenza del tema, ma fa di quel tema un campo di battaglia in cui gettare la macchina da presa dentro l’assedio di un paese contro i suoi cittadini, un luogo di guerra in cui dispiegare – anche grazie a un efficacissima ricostruzione storica (le canzoni, la fotografia di Barry Ackroyd, il montaggio di William Goldberg) – un’idea di cinema fatta di fisica e movimento, azione e reazione, dalla quale nascono idee e riflessioni. E la politica, quella sul campo, quella in cui i problemi dei parlamenti diventano gesti dei e sui corpi, si tramuta in cinema. Letteralmente.

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