Prima di Twin Peaks e dell’età dell’oro della tv americana, erano i tedeschi a mostrare le enormi potenzialità filmiche della televisione. Con Berlin Alexanderplatz e soprattutto Heimat, fluviale saga familiare di Edgar Reitz che dalla metà degli anni 80 ha dato il via a quattro incarnazioni, di cui tre per il piccolo schermo e una per il cinema. Fuori concorso alla 70^ Mostra del cinema di Venezia, Die Andere Heimat (L’altra patria) si pone produttivamente a metà strada tra cinema e tv e torna indietro nel tempo, regalandoci il primo capolavoro di questa Mostra.

La città d’elezione è sempre Schabbach – ma stavolta la storia si svolge nella metà del 1800 – dove la famiglia Simon, a causa di una povertà sempre più depressiva, comincia a fare i conti con la possibilità di emigrare in Brasile: i rapporti familiari, i sommovimenti politici e le questioni sentimentali saranno il materiale su cui la Storia si compie attraverso due fratelli, un lavoratore carismatico e un timido studioso. Scritto da Reitz con Gary Heidenreich, Die Andere Heimat è uno straordinario dramma popolare, una saga in bianco e nero con squarci di colore, divisa in due parti (quasi 4 ore in totale) che riflette sui passaggi fondamentali che hanno reso la Germania la nazione che era agli albori del secolo breve.

La Storia però è lo sfondo ricco ma non unico, di una storia che attraverso il fenomeno dell’emigrazione, dell’altra patria da raggiungere e in cui fuggire dalla miseria – con gli occidentali che oggi subiscono il processo inverso – celebra la scoperta del diverso, il contatto con l’altro; il viaggio culturale attorno le molte visioni del mondo che partono dallo scontro tra la famiglia contadina e il figlio studioso e arrivano al rapporto tra le lingue, al passaggio dalla natura alla tecnologia con una raffinata voce fuori campo che anziché illustrare è la proiezione letteraria e intellettuale del protagonista. E anche lo stile celebra l’incontro con l’esterno usando il colore, che illumina lo stupendo bianco e nero di Gernot Roll con lampi che toccano gli oggetti simbolo del passaggio ad altre fasi della vita dei personaggi.

Figlio di Fanny e Alexander di Bergman (guarda caso un capolavoro che è anche un prodotto televisivo) per il gusto del racconto, l’amore per i personaggi, l’abilità nel costruirli e l’ispirazione figurativa della narrativa russa e germanica e dell’afflato epico del cinema classico, Die Andere Heimat è una delle migliori incarnazioni della forma del romanzo per il cinema: Reitz, mai così mobile con la macchina da presa, usa le immagini come un romanziere le parole, in modo efficace e prezioso, costruendo bellissimi contrappunti tra la musica, la fotografia, il montaggio e le scene, volando altissimo in molte occasioni – su tutte la morte dello zio al fuso e la sagra dei piedi freddi. Un’opera magnifica, che anziché raccontare la vita, il mondo e la realtà come i predecessori, li crea, come un demiurgo. O come un artista.

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