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Joachim Lafosse

Dopo l'amore

8.5

La sequenza chiave di Dopo l’amore – nelle sale dopo i successi riscossi a Cannes e a Torino – è situata quasi perfettamente a metà film, come l’imbuto di una clessidra in cui si ferma il tempo prima di tornare a scendere: Bérénice Bejo, Cédric Kahn e le loro figlie, dopo una serata di divertimento nel mezzo di una separazione dolorosa e rancorosa, in cui tutti i rimossi di una vita vengono fuori aggravati dal peso dei soldi e del poter stare al mondo, si mettono a ballare Bella di Maitre Gims (perché, si sa, ogni film sulle emozioni che si rispetti ha la sua canzone pop come momento di emotività condivisa). Nella coreografia i due si guardano, si sorridono, mettono a letto le figlie e riscoprono la passione. Per poi il giorno dopo ritornare nell’inferno dell’incomprensione.
È un momento centrale, come una specie di flashback al presente, in cui vediamo ciò che è stato della coppia protagonista, li percepiamo attraverso lo sguardo delle figlie e sentiamo cosa pulsa ancora in quel corpo agonizzante che è il loro amore. Attorno a questo «corpo», Lafosse dispiega una veglia funebre, un dramma carcerario tutto chiuso nella casa dove i due hanno vissuto, in cui l’altro diventa ossessione, in cui la presenza del partner è una catena oppressiva da cui è impossibile liberarsi, forse perché non lo si vuole fino in fondo.
Una lezione di economia del cinema attraverso quella di coppia (come recita il titolo originale, L’économie du couple), in cui lo scontro tra vita e amore è raccontato con precisione di sguardo e di tono, con un tocco caloroso e affilato, con la capacità di creare un intero microcosmo umano – che culmina con un finale di strazio sottile e liberatorio – attraverso due magnifici attori: indimenticabile per capacità di sottrazione e lavoro recitativo sul non detto la scena in cui nella notte, lei e lui si alternano nello stanzino di lui, senza parlare, tradendo un amore sotto la cenere.

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