Avrebbe potuto rischiare di essere l’ennesimo film di fantascienza, Downsizing di Alexander Payne, se i suoi minuscoli personaggi fatti di carne, sangue e tanto humour non fossero risultati ciclopicamente veri.  La sceneggiatura originale di Jim Taylor e dello stesso Payne si sviluppa dall’idea di ridurre le proporzioni degli esseri umani per scongiurare le sorti del pianeta, limitando in questo modo l’utilizzo delle risorse e l’impatto dei rifiuti. Un’ipotesi che diventa prima potenzialità e possibilità concreta nella prima comunità di pochi coraggiosi pionieri in Norvegia, poi processo industrializzato una volta approdata negli Stati Uniti. Per rappresentare l’alienazione di questo meccanismo Payne ha chiesto espressamente a Stefania Cella, scenografa premiata con Paolo Sorrentino, di costruire la sala di rimpicciolimento come un enorme forno a microonde. Il protagonista, Paul Safranek (sdrucciola, mi raccomando) vive a Omaha, Nebraska, la stessa città di Alexander Payne. Ha una vita ordinaria, una spiccata sensibilità alle problematiche ambientali e molte bollette da pagare. La decisione di intraprendere la nuova avventura insieme alla moglie appare come la soluzione a un’esistenza dai confini economicamente troppo stretti, cui le ridotte dimensioni promettono di dare più ampio respiro. Lontano dai fiordi norvegesi, sono i consulenti commerciali a guidare il gioco al posto degli idealisti: a Leisureland il valore del denaro è inversamente proporzionale all’altezza e la nuova esistenza si sceglie a tavolino e si confeziona da catalogo con la stessa facilità con cui si potrebbe acquistare un’automobile.

Ed è sulla scoperta del lato B che si innesta la storia, una volta che Paul scopre di essere stato abbandonato dalla moglie, tiratasi indietro all’ultimo sopracciglio. I sogni costruiti in due si sgretolano e la nuova magnifica casa diventa una prigione da cui sognare di evadere. Di nuovo. Poi, come sempre accade, la vita irrompe nel sorriso irresistibile di Christoph Waltz, il più rocambolesco vicino di casa che si possa desiderare o detestare, e nella cruda dolcezza dei gesti di Hong Chau (asciugati da una menomazione fisica cui l’attrice si è preparata frequentando un centro per persone con disabilità motorie: “Ho dovuto memorizzare i nuovi movimenti espressi dal mio corpo per compensare lo squilibrio indotto” racconta Chau “ma la sfida più grande del personaggio di Ngoc Lan è stata la necessità di riuscire a mantenere nella recitazione un ritmo divertente e autentico al tempo stesso”). Perché divertente, questo film, voleva esserlo fin dal primo momento in cui è stato immaginato. Alexander Payne racconta di aver appreso dai racconti umoristici di Cechov il bilanciamento tra leggerezza e background drammatico che conferisce nitidezza alla storia e caratterizza la maggior parte delle sue opere. Un’ironia che non viene meno neanche quando Paul scopre che il nuovo mondo ha sviluppato stratificazioni e ingiustizie come qualunque società che abbia superato le proporzioni della reciproca conoscenza, fino all’ultimo gradino, tanto infimo da non meritare nemmeno di essere accolto all’interno del muro di protezione di Leisureland.

Downsizing è un film profondamente umano, concreto, privo di sensazionalismo nella misura in cui riesce a scomporre un interrogativo ideale nella concretezza di scelte minime, invitandoci ad osservarle da ogni lato, senza mai voltare la testa, per prendere consapevolezza della loro concretezza materica: una cavia in cui si affonda l’ago da sedazione, una testa di donna rasata, un’amputazione ricoperta di pelle ed accettazione. E’ una riflessione sul viaggio che ogni scelta comporta, quando arrivati a destinazione si disfanno le valigie e si scopre di non essere più sicuri di aver portato con sé quello che serve, che può strutturarci e salvarci. Davvero.

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