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Paul Verhoeven

Elle

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Schermo nero e il suono della rottura di un vetro, poi gli occhi di un gatto che imperscrutabile guarda fuori campo. Elle si apre così. Con uno sguardo che chiama in causa direttamente gli spettatori, invitandoli a osservare quanto sta accadendo. Il controcampo ci rivela la scena: un uomo in calzamaglia sta violentando una donna, Michèle, che cerca di liberarsi dimenandosi sul pavimento del suo elegante appartamento parigino. Mentre il gatto resta immobile a fissare i due, lo stupro si conclude e l’uomo mascherato esce dalla finestra da cui era penetrato. Forse annoiato, anche il gatto si allontana. Michèle allora si ricompone, pulisce la stanza, getta nella spazzatura il vestito lacerato e prima di ordinare del sushi si prepara un bagno caldo. Un liquido torbido, però, sale in superfice macchiando la candida schiuma. È sangue.

A distanza di dieci anni dal suo ultimo lavoro, Paul Verhoeven, adattando il romanzo “Oh..” di Philippe Djian, si confronta nuovamente col genere e i temi che l’hanno reso celebre. Come Basic Instict, infatti, anche Elle è una storia di amore e sangue, un thriller scandito da pulsioni erotiche e atti di violenza rivisto alla luce del cinema d’autore europeo, che trova in Bella di giornoGrazie per la cioccolata e La pianista i suoi riferimenti più evidenti. In questo senso, la presenza di Isabelle Huppert – premiata meritatamente ai Golden Globes – rappresenta un manifesto d’intenti: l’attrice francese porta con sé tutti i ruoli che negli ultimi decenni hanno contribuito a rendere il suo corpo, minuto e nervoso, un’icona di sorniona ambiguità. Una maschera che vede la sua incarnazione definitiva nella “elle” del titolo: non una donzella da salvare, di certo nemmeno una martire, tantomeno una figura simbolica. Sopravvissuta allo scandalo legato agli efferati delitti commessi dal padre quando era ancora una bambina, Michèle Leblanc è una donna che non ha mai voluto accettare il ruolo di vittima che la società ha cercato continuamente di attribuirle. Anzi, sembra sempre sul punto di chiederci provocatoriamente “chi è la vittima qui?”.

E il film gioca con i contorni di questo quesito, facendo oscillare il suo comportamento tra il ruolo della preda e della cacciatrice, fino a farle scoprire nelle diverse forme di piacere, e le sue contraddizioni, la strada che conduce alla libertà: quella che vive della catarsi prodotta dalle nostre più nascoste pulsioni, che di volta in volta cerchiamo di reprimere, controllare o sublimare. “Se non ci si vergogna abbastanza, niente ci ostacola nel fare qualsiasi cosa”, afferma la protagonista. E non stentiamo a crederle, dopo averla vista dormire con un martello sotto il cuscino, comprare una pistola, masturbarsi spiando il vicino, urtare l’automobile del suo ex marito, deridere il toy boy dell’anziana madre, andare a letto col consorte della sua migliore amica e costringere un ragazzo, impiegato nell’azienda di videogiochi che lei dirige con successo, a calarsi i pantaloni per mostrarle il membro.

Ne esce il ritratto di un personaggio femminile straordinariamente libero, come raramente visto al cinema, imponderabile nelle soluzioni perverse adottate per superare i propri traumi. Allo stesso modo, il regista olandese affonda i colpi con la sua satira velenosa – una cena di Natale che si apre sulle note di Iggy Pop e si chiude con le immagini della messa – danzando spericolato sul filo dell’oltraggio. Ma Verhoeven, in fondo, sa bene che l’arma migliore per raccontare l’intimità della protagonista è la gentilezza del tocco, così la segue discreto senza mai abbandonarla (tutte le scene sono state girate con due cineprese Red One), rimanendo a distanza mentre la osserva prendere il controllo del mondo che la circonda, popolato da uomini insicuri, deboli, nevrotici, persino criminali. È il ritratto impietoso di un fallimento. Il funerale dell’universo maschile, se non della moderna società occidentale, come testimonia il beffardo finale che svela le regole di un gioco dove, ancora una volta, “tutti hanno le loro ragioni”.

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