Saranno in molti a rimanere delusi dopo la visione di Fahrenheit 451, remake del film diretto da François Truffaut nel 1966, eppure non per i pregiudizi sulla possibilità di rendere contemporanea una storia simile, un timore legittimo che ha accompagnato la scelta della HBO di produrre questo nuovo adattamento del romanzo di Ray Bradbury. Perché paradossalmente ciò che convince di piú nel lavoro del regista Ramin Bahrani e lo sceneggiatore Amir Naderi sta proprio nella chiave adottata per aggiornare la storia e le tematiche di un’opera cosí celebre, trasformando il culto romantico e proibito per la lettura nella volontà politica di fermare il pensiero libero in ogni sua forma e supporto, in modo da migliorare la vita della gente rendendola meno libera ma più serena.

In un futuro distopico guidato da una “democrazia totalitaria”, a seguito di una seconda guerra civile americana, il governo difatti ha deciso di eliminare qualunque forma di cultura e memoria storica. Niente piú libri o quotidiani, film, dipinti, dischi o altro strumento di riflessione che possa spingere la gente a farsi domande. Se un romanzo offende una minoranza o irrita le femministe, provoca o spinge al dubbio, per chi é al potere la soluzione è semplice: cancellarlo per sempre. Ed è questo il compito di una squadra specializzata di vicini del fuoco: cercare ogni residuo di pensiero critico, retaggio di un mondo ormai lontano tormentato dall’eccesso di opinioni (se vi fischiano le orecchie pensando al presente, beh, non siete nel torto), e dargli fuoco, bruciandolo in diretta televisiva.
“Noi non siamo nati uguali, spetta al fuoco il compito di renderci uguali e darci cosí la possibilità di essere felici”, dice il capitano Beatty (un troppo espressivo Michael Shannon) dando voce a una certa lettura dei principi fondanti la società americana. Purtroppo l’ambiguità presente in una frase simile rimane solo sulla carta, come i tanti spunti del soggetto, giacché l’interesse principale del film è di fare di questa storia un action thriller in grado d’intrattenere lo spettatore senza impegnarlo troppo; con una certa dose di malignità, pensando al futuro immaginario qui messo in scena, verrebbe da dire che forse non si voleva stimolare troppo l’intelletto del pubblico, costretto a seguire la prevedibile storia d’amore del protagonista (un inespressivo Michael B. Jordan) e la sua rivolta verso l’autorità senza grande interesse.

Se poi si tiene conto della scarsa dimestichezza del regista con il genere, resa evidente dalla piattezza con cui sono girate le scene di azione, sembra chiaro come questa operazione non abbia il potenziale adatto per conquistare nessun tipo di pubblico. E se riesce comunque a salvarsi dalle accuse di lesa maestà verso l’originale, conferma l’impressione che tutto ció che c’era di buono in un’idea simile è finito, anche lui, per andare in fumo.

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