“E perché la devi curare? É malata?”

Ecco, Figlia mia sta tutto qui, in questo confronto tra due donne che hanno una visione radicalmente diversa della vita. In mezzo l’elefante, una bambina contesa, di cui ciascuna vede solo la metà che la riflette. Sono occorsi otto mesi di casting per trovare l’undicenne Sara Casu, che ha colpito fin da subito Laura Bispuri per i colori chiari che la rendono diversa dall’immaginario della tipica fisionomia sarda e per una sensibilità recitativa sicuramente fuori dal comune. La regista torna a Berlino tre anni dopo Vergine giurata, l’esordio nel lungometraggio che le valse l’ammissione alla competizione, con una storia impervia come la terra che racconta: uno sfondo aspro, bruciato dal sole, che non offre alcun riparo per fuggire il confronto che si va preparando.

Figlia mia non è solo una storia sulla maternità ma anche, e soprattutto, una storia di crescita e di soglie da attraversare, che siano l’infanzia, la paura, i demoni del proprio passato. È un film di movimento, soprattutto a livello registico, girato con lunghi piani sequenza che, come in un balletto western, creano simmetria ed equilibrio tra i punti di vista delle protagoniste, ciascuna, a pieno titolo, portatrice di una ragione inattaccabile. Ragione e sentimento, ma di sentimentalismo nemmeno l’ombra, grazie all’ottima sceneggiatura della stessa Bispuri e Francesca Manieri. “Io sono come la terra quando piove, che piu ci stai vicino e più sprofondi”: dice di sé il personaggio di Alba Rohrwacher, qui nella sua interpretazione migliore, ignorando che proprio questa possibilità di marcescenza attira la piccola Vittoria, nell’aver intravisto una via d’uscita rispetto al mondo di totale protezione, ma anche di chiusura, che le è stato costruito intorno.

Come in Cenere di Grazia Deledda, per affidarsi ancora alle visioni della Sardegna, l’amore sicuro viene presto dimenticato: alle spalle l’infanzia e l’abbraccio di Valeria Golino, l’acqua fino alle caviglie, il mondo visto da dietro a un vetro. Davanti a sé un cammino senza paratìe, i tuffi dalle rocce, aspirina e fagioli in scatola a colazione. E la possibilità di esporsi, sfidarsi, scoprire una musica diversa da quella dell’organo di chiesa. Ed ecco che sulle note di Gianni Bella l’avvicinamento tra Vittoria e Angelica si fa racconto terso, vero, finalmente libero dagli stereotipi che gravano sulla maternità, tanto più quella italiana. Che la leggerezza, a saperla usare, sa commuovere quanto il dramma.

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