A dispetto delle apparenze, Foxcatcher non è un film biografico. Neanche sportivo. È un film storico che rievoca le vicende che mutarono gli Stati Uniti d’America sul finire dello scorso millennio. E attraverso la narrazione di quell’abuso di potere ci invita a osservare l’America di oggi, instillando il dubbio che la storia stia per ripetersi. Basato su eventi reali, tratti dal memoir Foxcatcher: the true story of my brother’s murder, il film racconta la storia di Dave e Mark Schultz, campioni olimpici di lotta libera, e dell’imprenditore John du Pont che decise di finanziarne gli allenamenti nella sua tenuta di Foxcatcher in Pennsylvania.
Le vicende narrate si svolgono tra il 1986 e il 1996, a cavallo tra la presidenza di Reagan e quella di Clinton. Sono gli anni in cui il paese decise di ritrovare la propria forza eleggendo un ex attore, un volto bonario in grado di confortare e ridare fiducia al popolo americano.
Scegliere Reagan, dopo la disfatta del Vietnam, voleva dire restituire all’America l’orgoglio di sé. Ma il recuperato prestigio prese subito la forma della corsa al riarmo, anticipando la politica guerrafondaia di George H.W. Bush.

Foxcatcher, quarto lungometraggio di Bennett Miller – premiato a Cannes come miglior regista, insegue con lentezza l’epica del lato oscuro, condensando la mutazione politica e sociale di quegli anni nel torbido rapporto che lega i tre protagonisti. John du Pont, per gli amici “Aquila dorata”, è l’anima nera della pellicola. Un miliardario, filantropo e ornitologo, erede di una potente dinastia industriale franco-americana – che con i suoi prodotti militari ancora oggi rende possibile la sopravvivenza dell’esercito degli Stati Uniti -, succube dell’anziana madre. Dave e Mark Schultz sono due sportivi che non navigano nell’oro, vivono in piccole case anonime, mangiano prodotti preconfezionati, uno vive per la sua famiglia mentre l’altro vive all’ombra del fratello. Dave, da primogenito, condensa in sé tutti i valori della vecchia America, quella che si rimbocca le maniche e tira avanti, colpita al fianco ma incapace di arrendersi. Du Pont e Mark, invece, rappresentano le due facce di un paese umiliato che confonde fierezza e presunzione; mondi opposti che s’incontrano sul terreno della passione sportiva, accomunati da un infantile desiderio di approvazione, uomini ancora bambini, feriti nell’orgoglio e repressi nei desideri. Per il miliardario gli Schultz sono munizioni, come quelle prodotte dalle industrie du Pont, necessarie per ferire al cuore sua madre e accarezzare il proprio ego. Sono merce da comprare. Basta solo fare l’offerta giusta, perché ogni uomo ha il suo prezzo. E se bellezza e grandezza rimangono lontane, allora non resta che conquistarle con la forza. Schiacciando un nobile passato, costruendo un presente di menzogne, creando un mito che non esiste, trasformandosi in un mentore mendace.

Giacché nel mondo di questo folle miliardario tutto è fasullo, posticcio, come il naso elefantiaco di Steve Carrell, chiamato a interpretare un incrocio terribile tra Charles Foster Kane e Norman Bates. Quel naso enorme però sembra passare inosservato agli occhi di tutti, perché, nonostante sia un loser, du Pont non fa altro che presentarsi come vincente, abituato com’è a ottenere tutto ciò che vuole. È il ritratto vivente dell’espansionismo capitalista, abile a sfruttare la depressione causata dalla crisi economica al fine di vampirizzare il capitale umano per il proprio tornaconto. “Sono qui per parlare dell’America”, dice Mark a una scolaresca in una delle scene iniziali, e il film si chiude, circa due ore dopo, al suono delle urla animalesche del pubblico che ritma “USA! USA!” accompagnando l’atleta verso il ring. Ma i ruggiti improvvisamente s’interrompono, l’immagine sfuma, così Mark più che prepararsi a un match di wrestling sembra andare al patibolo. È la sua fine. Il sogno d’essere un campione è diventato un brutto spettacolo commerciale. È la fine del sogno degli Stati Uniti. Lo splendore del paese dissolve a nero, non resta che trarre profitto dalle macerie.

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