Trovarsi al posto giusto al momento giusto. Probabilmente quanto di più complesso ci sia nella costruzione del proprio destino. Troppe variabili. Troppi elementi legati al fato. Quante volte avete desiderato che quel momento speciale giungesse? Quante volte eravate certi che non sarebbe mai arrivato? E invece, inaspettatamente, era già davanti ai vostri occhi. Stava accadendo. Anzi, era già accaduto. Negli anni 60 quel momento è toccato a Freda Kelly, la segretaria più invidiata del mondo. Quando Brian Epstein ha chiesto di lei, di quella brunetta di diciassette anni non particolarmente intraprendente, tutte le ragazze di Liverpool si sono stupite. Perché proprio Freda? Ce n’erano di più carine, di più interessanti, di più ciarliere. Eppy, questo il nomignolo con cui la ragazza chiamava il manager dei Beatles, invece conosceva perfettamente la ragione di quella scelta.

Non parla tanto Freda, non l’ha mai fatto. Lei è qualcosa di diverso da una fan, è un’ammiratrice. Sin dall’inizio apprezza il lavoro dei Fab Four, assiste a ben 190 dei 291 concerti al Cavern Club di Liverpool, quindi sa cosa vogliono dire quelle canzoni per lei e i suoi coetanei; allo stesso tempo non urla, piange o lancia biancheria intima sul palco, nessun isterismo. È una ragazza vecchio stampo: integra, dimessa, mantiene la parola data, conosce il valore della privacy e non sa cosa vuol dire vendersi. Insomma, la persona perfetta per ricoprire il ruolo di coordinatrice del fan club ufficiale dei Beatles.

Nel 1965 il club ha 16.000 soci e lei è l’unica impiegata a tempo pieno: a ogni socio invia una tessera, una foto, un bollino trimestrale e un regalo natalizio. Un incarico di prestigio, da svolgere nell’ombra, ma che le dà la possibilità d’essere a stretto contatto con la band. Tutte vogliono essere Freda Kelly. Freda lo sa, d’altronde è proprio lei la prima supporter dei Beatles, così fa tutto quello che è nelle sue possibilità per accontentare le richieste degli iscritti al fan club: fa dormire Ringo su un cuscino inviato da un’ammiratrice, taglia ciocche di capelli a Paul, chiede miriadi di autografi a George e, per riuscire a ottenere un sì alle sue richieste, asseconda le pretese dettate dall’umore instabile di John. Ma soprattutto risponde a tutte le lettere dei fan. Migliaia di lettere. Stringe un rapporto quasi materno con quelle folli richieste, ingenue domande e commoventi rivelazioni intime. Contemporaneamente fa da tramite tra i Beatles e le loro famiglie a Liverpool, in attesa di notizie di prima mano sui figli in tour. Freda, così, inizia a frequentare la casa dei McCartney, dove l’appassionato di ballo “Uncle Jim” la costringe a danzare per ore, oppure quella di zia Mimi, sempre pronta a dare ordini a lei o all’amato nipote John. La casa che frequenta ogni giorno, per anni e anni, però è quella di Ringo: lì circola un amore speciale per questa ragazzina senza madre, che diventa una sorta di figlia adottiva per gli Starkey. Un legame speciale testimoniato dalla concessione all’uso delle loro canzoni in questo piccolo documentario, diretto da Ryan White, che è distribuito nelle sale in concomitanza con l’anniversario di A Hard Day’s Night, la pellicola di Richard Lester recentemente restaurata. Freda, fedele al suo carattere, negli ultimi 50 anni non ha mai parlato di quei tempi, non ha mai sfruttato la straordinarietà del suo status di testimone oculare. Non cede tuttora alle domande più maliziose. Il motivo per cui oggi condivide il suo sguardo “dall’interno” è legato al bambino che potrebbe non scoprire mai l’avventura di questa ragazza comune catapultata in una storia straordinaria: suo nipote di pochi mesi. Cosicché, magari un giorno, grazie a queste immagini, anche lui penserà a sua nonna sospirando quelle parole tanto care ai Beatles: Oh, good ol’ Freda.

 

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