Tutti conoscono una fine. Godzilla, invece, sembra destinato a non morire mai. Da quel 1954 in cui si presenta al pubblico, emanazione radioattiva delle paure del Giappone postbellico, fino alle numerose – circa 30 pellicole – apparizioni successive, il kaiju, è una presenza costante nell’immaginario collettivo. Un’icona pop di cui il mondo ha bisogno. Questo nuovo ritorno, difatti, certifica definitivamente il suo status di deus ex machina. Il regista Gareth Edwards gli assegna caratteristiche divine, così la sua presenza diviene fondamentale per la sopravvivenza della razza umana. Gli uomini si sono divertiti a giocare col pianeta, ma, dopo aver fatto i danni, tocca a Godzilla rimettere le cose a posto. Come una mamma, lascia liberi i bambini, però, quando è il momento d’intervenire, è sempre presente. Anche se la sua è una presenza ingombrante. D’altronde, 120 metri di altezza non possono passare certo inosservati.

“Non insegnate ai bambini”, cantava un disilluso Giorgio Gaber guardando ai danni dei padri, colpevoli di consegnare ai figli un mondo tanto misero. La canzone rimane la stessa anche per Edwards, che ritrae un’umanità fallace e schiava delle proprie ambizioni. Ma su questo piano la parabola ecologista mostra tutti i suoi limiti: personaggi monodimensionali (solo quello interpretato da Bryan Cranston sembra prestare il fianco a un maggior scavo psicologico, ma purtroppo svanisce troppo presto) che appaiono e scompaiono in funzione della progressione narrativa. Una storia di padri e figli, servita da un cast sottotono, che ben presto si rivela essere piatta e schematica. Il regista vuole essere preso sul serio ma non prende sul serio i suoi personaggi, che, dopo un’ora, purtroppo sono abbandonati a un destino di cui poco c’interessa. Tutt’altra musica però sul fronte dell’intrattenimento, che ritorna a dare il giusto peso al mitico lucertolone.

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Sequenze di grande spettacolarità si susseguono senza tregua nella seconda parte, talvolta finendo per annoiare lo spettatore causa un’eccessiva reiterazione degli scontri, ma tra un’esplosione e un aereo in picchiata c’è qualcosa di più. Nella costruzione del rapporto tra umani e creature, infatti, Edwards evoca il suo esordio Monsters allargandolo di scala, mostrando un’umanità che per combattere l’altro da sé, il diverso, finisce per suicidarsi. I toni cupi, che ricordano i lavori di Nolan, avvolgono la storia di questa fine del mondo evitabile, che, per avere una conclusione, ha bisogno dell’intervento di una natura darwiniana. L’atmosfera si tinge di nero, sottolineando, con cupezza inusitata per un blockbuster hollywoodiano, l’impotenza degli umani. E il regista è bravo ad assecondare quest’aria apocalittica attraverso i dettagli, piccoli momenti che aggiungono reale drammaticità alla vicenda, come nella sequenza dello tsunami oppure della corsa dello scuolabus.

Ma ciò che rende quest’opera così diversa dagli altri monster movie è una sequenza che vale tutto il film: sulle note di Ligeti un gruppo di militari col paracadute atterra al suolo per svolgere la propria missione. Come gocce di pioggia che cadono dal cielo, questa banda di uomini scende lentamente. Uno di loro, il nostro eroe, in una lunga soggettiva osserva quello strano essere che ha davanti. E dalla pupilla di Godzilla sembra provenire una strana luce. I due si riconoscono, non sono così differenti. Quella luce è la scintilla dell’umanità. Come se lui, Gojira, improvvisamente si ricordasse di quanto subito nelle precedenti incursioni terrene, ma, nonostante questo, non possa comportarsi diversamente. Memore delle ingiustizie subite, consapevole della propria mutazione, però incapace a rinunciare alla lotta per il bene supremo: la salvezza della Terra. Anche lui paga gli errori di chi l’ha preceduto, ma, come le nuove generazioni che il film mostra non arrendersi mai, pure quel “mostro misterioso” continua a combattere per il futuro. Insomma, Godzilla è vivo e lotta insieme a noi.

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